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L'omeopatia in pressing: "Sbloccate i nuovi farmaci"
La direttiva di Bruxelles è del 2006, ma in Italia tutto è in fase di stallo.
Fonte: www.lastampa.it 
La direttiva dell’Ue è datata 2006, ma in Italia l’atto che dovrebbe dare il via libera alla registrazione di nuovi farmaci omeopatici ancora non è arrivato. Le aziende si lamentano, perché, dicono, la normativa aveva come obiettivo l’allineamento con il resto dell’Europa in fatto di nuove categorie, e «il farmaco omeopatico rientra a pieno titolo in questo codice». I produttori incalzano in particolare l’Agenzia italiana del farmaco, l’organo che autorizza la commercializzazione dei prodotti verificando i criteri di qualità, sicurezza ed efficacia. «Questo ritardo- dicono- porterà inevitabilmente a un rallentamento dello sviluppo del mercato e della ricerca, oltre al blocco di molte assunzioni». Il tema non è nuovo, eppure gli italiani spendono ogni anno 300 milioni di euro per le medicine complementari e, fanno sapere dall’Aiot, l’associazione che raggruppa i medici di Omeopatia e Omotossicologia, il fenomeno «è in crescita continua».
Il fatto che il Parlamento tardi così tanto ad autorizzare l’immissione potrebbe causare anche una multa da parte dell’Unione Europea. «Vi è effettivamente una situazione di stallo da parte dell'Aifa per quanto riguarda le procedure di registrazione semplificata dei farmaci omeopatici come da Direttiva Europea; anche in quanto relatore sui disegni di legge in tema di Medicine non convenzionali, sarà mia cura sollecitare il Governo affinché si faccia carico del problema. Il settore della farmaceutica omeopatica ha un suo rilievo nazionale in termini di fatturato ed occupazione e penso vada quindi messo in grado di funzionare a pieno regime» dice il senatore Bosone della Commissione Sanità che attraverso una interrogazione parlamentare si propone di fare luce sulla vicenda.
I farmaci omeopatici, infatti, utilizzati in tutto il mondo, attualmente non possono essere prescritti attraverso il servizio sanitario nazionale. Alessandro Pizzoccaro, presidente di Guna, azienda leader nel settore dice: «La normativa europea sui farmaci ci impone di sbloccare questa insostenibile situazione che inevitabilmente ricade sui pazienti e sulle potenzialità produttive di un intero settore che, bisogna ricordarlo, rappresenta il terzo mercato in Europa dopo Francia e Germania. Non esistono più spazi di ulteriore dilazione alla attuazione, peraltro semplicissima, di quanto l’Europa ci chiede».
 
 
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Morte cerebrale, stato vegetativo e coma: ecco le differenze 

 Fonte: MINISTERO DELLA SALUTE

 Centro Nazionale Trapianti - Comunicato stampa del 5 febbraio 2009


Lo stato vegetativo persistente non e’ la morte cerebrale
In merito ad alcune confuse affermazioni emerse negli ultimi giorni nell’ambito del dibattito sul caso Englaro, riguardanti, in particolare, il paragone tra lo stato in cui si troverebbe Eluana e la morte, il Centro Nazionale Trapianti, al solo fine di introdurre elementi di chiarezza, sottolinea la sostanziale differenza che vi è tra lo stato di coma, quello di “stato vegetativo persistente” , in cui si trova Eluana, e la morte cerebrale. A questo proposito si riportano di seguito i criteri distintivi: 

1. il coma è una condizione clinica complessa, derivante da un’alterazione del regolare funzionamento del cervello con compromissione dello stato di coscienza. Nel coma, anche nei casi più gravi, le cellule cerebrali sono vive ed emettono un segnale elettrico rilevabile attraverso l’elettroencefalogramma o altre metodiche. Il coma comprende più stadi di diversa gravità, incluso lo stato vegetativo persistente, ma è comunque una situazione dinamica, che può variare sia in senso regressivo, sia in senso progressivo. In questi casi, tuttavia, siamo in presenza di pazienti vivi, sui quali si deve attuare qualsiasi presidio terapeutico che sia in grado di curarli. 
2. nello stato vegetativo persistente (spesso confuso con la morte cerebrale), dunque, le cellule cerebrali sono vive e mandano segnali elettrici evidenziati in modo chiaro dall’elettroencefalogramma, mentre nella morte encefalica le cellule cerebrali sono morte, non mandano segnale elettrico e l’encefalogramma risulta piatto; 
3. la diversa condizione biologica tra questi stati ha precisi riscontri sul piano clinico: nello stato vegetativo persistente il paziente può respirare in modo autonomo; mantiene una vitalità circolatoria, respiratoria e metabolica e un controllo sulle cosiddette funzioni vegetative (esempio temperatura corporea, pressione arteriosa, diuresi, etc..). Nella morte encefalica il soggetto ha perso in modo irreversibile la capacità di respirare e tutte le funzioni encefaliche: non ha controllo sulle funzioni vegetative (non c’è più controllo sui meccanismi che regolano la temperatura corporea e la pressione arteriosa) 
4. vi sono condizioni neurologiche assolutamente diverse: nello stato vegetativo i riflessi dei nervi cranici e i riflessi respiratori sono mantenuti, mentre sono assolutamente assenti nella morte encefalica; nello stato vegetativo le funzioni cerebrali mantengono una certa vitalità, sebbene ridotta, mentre nella morte encefalica sono assenti in modo irreversibile. 

Per le motivazioni di cui sopra, appare evidente che lo status vegetativo persistente in cui si trova Eluana Englaro non può essere in alcun modo assimilato alla morte cerebrale che coincide con la cessazione di tutte le funzioni vitali del cervello, generata dalla distruzione totale delle cellule cerebrali. In tal caso, infatti, il cervello non solo è danneggiato sul piano della funzionalità e della percezione, ma anche su quello anatomico perché le cellule morte cominciano a decomporsi e gli enzimi che si liberano, conseguenza di questa decomposizione, aggrediscono e demoliscono le altre cellule innescando un meccanismo inarrestabile 
La morte cerebrale è uno stato irreversibile, irreparabile e definitivo che coincide con la morte della persona. 
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 l Piemonte “apre” alle medicine non convenzionali

 A cura di f.b.

Fonte: www.localport.it

La Regione apre ufficialmente le porte alle medicine non convenzionali: il gruppo di lavoro appositamente costituito presso l'Agenzia regionale dei servizi socio-sanitari (Aress) ha terminato la fase di ricognizione e di valutazione dei servizi di questo tipo già erogati nelle aziende sanitarie e si prepara ora a passare alla fase operativa del progetto di integrazione di agopuntura, fitoterapia e omeopatia all'interno del sistema sanitario.

Il resoconto dell'attività svolta finora dall'Aress è stato presentato e discusso nel corso del convegno "L'integrazione delle medicine non convenzionali nelle politiche regionali: strumenti, interlocutori, esperienze", che si è tenuto il 18 dicembre pre
 sso l'ospedale Sant'Anna di Torino.

Secondo le ultime rilevazioni Istat disponibili, risalenti al 2005, almeno il 20% dei piemontesi tra 14 e 74 anni nei tre anni precedenti ha fatto ricorso almeno una volta a una terapia non convenzionale (omeopatia, fitoterapia, agopuntura, trattamenti manuali). Ad utilizzarle sono soprattutto le donne (25%), contro il 15% degli uomini e il 14% dei bambini da 0 a 13 anni.

Una percentuale tra il 30 e il 40% della popolazione piemontese è comunque convinta dell'utilità di queste med
icine. L'ampia diffusione di queste terapie meritano quindi di essere oggetto di attenzione e di approfondimento scientifico, sia per tutelare la salute dei cittadini sia per rispettare il principio dell'universalità delle cure.

Per questo motivo, il Piano socio-sanitario ha affidato all'Aress un programma di osservazione, studio e sperimentazione per una corretta integrazione dell'offerta nel sistema sanitario. Ad oggi sono 25 i servizi che nelle aziende sanitarie piemontesi erogano prestazioni di agopuntura, omeopatia e fitoterapia, localizzati in otto Asl e in tre Asr. Nel 2006 sono stati trattati 2358 pazienti. Sono inoltre stati identificati sette centri per il trattamento del tabagismo, presso altrettanti Sert, che utilizzano l'agopuntura auricolare.

Tra le prime realizzazioni dell'Aress figura la creazione del portale www.medicinanonconvenzionale.net, per offrire ai cittadini e agli operatori la possibilità di accedere ad informazioni aggiornate e corrette sul tema. Nell'ultima seduta, inoltre, la Giunta regionale ha deliberato l'istituzione di un Coordinamento regionale tecnico-scientifico che dovrà fornire indicazioni per il coordinamento dei punti piemontesi delle rete, proporre attività di ricerca e analizzare i percorsi formativi.

 

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L'esperto: "Occhio ai ciarlatani"

Ennio Masciello, tesoriere della Società italiana di omeopatia, punta il dito contro gli impostori: “Solo i medici possono prescrivere terapie”. Per evitare di finire nelle mani sbagliate, è d’aiuto anche il web

di Anna Ferrarese e Francesco Monti

Fonte: http://lastefani.it/

“Occhio ai ciarlatani”. Ennio Masciello, medico chirurgo a Bologna e tesoriere nazionale della Società italiana di omeopatia e medicina integrata (Siomi), come molti altri colleghi mette in guardia da chi, senza avere alcuna abilitazione professionale, si spaccia per “medico” o studioso di medicine non convenzionali. “Deve essere chiaro che l’esercizio di queste pratiche – spiega Masciello - è riservato a medici, farmacisti e odontoiatri che abbiano seguito un apposito corso di formazione. Non ci si inventa né omeopati né osteopati”. Questa faciloneria può avere effetti anche mortali. “Casi come quello della ragazzina di Firenze – continua Masciello, decisamente contrariato – sono una forma di diffamazione nei confronti delle medicine complementari e di chi le usa correttamente. Quella signora non era un medico, né una studiosa di medicina antroposofica. Chiunque abbia studiato medicina si rende conto perfettamente che sospendere l’insulina a un paziente diabetico è una vera follia”.

Le medicine complementari, secondo Masciello, possono essere un valido supporto per tutti i disturbi generati da uno “squilibrio”: menopausa, distrofia mucosa, osteoporosi, cefalee e problemi cardiocircolatori sono “perfettamente gestibili con le medicine complementari”. Ben diverso è il caso di patologie più complesse, per le quali l’apporto chimico-farmaceutico è talvolta inevitabile.
Come difendersi dai finti guaritori, allora? I casi di abusivismo o di bassi livelli di competenza purtroppo non mancano, ma la verifica è a prova di click: sul sito della Federazione degli Ordini dei medici c’è infatti l'anagrafe sanitaria di tutti gli iscritti. “Controllare che il naturopata consigliato dalla vicina sia davvero un medico è facile”, dice Marco Biocca, responsabile dell’Osservatorio regionale per le medicine non convenzionali. “Tre minuti sul web possono evitare di finire nelle mani sbagliate”.
L’Osservatorio sta studiando un sistema di sorveglianza per tenere sotto controllo eventuali abusi. Un compito non facile, anche a causa del “fai da te” su Internet e dell’assenza di una normativa in materia. Quello che il paziente deve tenere a mente è che a consigliare trattamenti deve essere sempre un medico, che si sia adeguatamente preparato in materia. La formazione, tutta post-laurea, è affidata principalmente alle iniziative di fondazioni e istituti privati, che organizzano corsi di durata variabile da sei mesi a tre anni. Si tratta quindi di un approccio integrato alla salute, che unisce la medicine non convenzionale a quella tradizionale. Proprio nel segno di questa tendenza, anche l’Alma Mater ha attivato un corso ad hoc. Si tratta di un corso di alta formazione in “Sociologia della salute e medicine non convenzionali”, pensato – spiega lo psichiatra Paolo Roberti Di Sarsina, che lo dirige assieme al sociologo Costantino Cipolla – per “promuovere una riflessione su tematiche come il consenso informato, i dilemmi della bioetica, le interazioni tra psiche e corpo e le relazioni uomo-ambiente”. Il corso è aperto non solo a medici, farmacisti e odontoiatri, ma anche a laureati in scienze politiche, sociologia, giurisprudenza, economia, per “creare quell'alleanza tra le professioni indispensabile per una medicina umanistica centrata sulla persona”.

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Gianfranco Domenighetti,

direttore del Servizio Sanitario del Canton Ticino (Svizzera) e docente di Economia, Politica e Comunicazione sanitaria alle università di Losanna e di Lugano.

 
Pubblicato su Va' Pensiero n° 170

Perché il cittadino chiede un secondo parere?

Il presupposto per una partecipazione attiva del cittadino alle decisioni mediche che lo concernono è il consenso informato. Esso dovrebbe permettere all'utente dei servizi di esprimere le proprie "preferenze". Ciò sarà possibile solo alla condizione che il paziente abbia preliminarmente ricevuto tutte le informazioni "tecniche" sulle problematiche connesse alle prestazioni proposte per risolvere e gestire un determinato problema sanitario (benefici, rischi, eventi non desiderati e incertezze). L'integrazione di tali informazioni "tecniche" nei valori, negli obiettivi e nelle aspettative di vita del paziente dovrebbero in principio permettere all'utente l'espressione di preferenze in materia medico-sanitaria. Inutile negare che molti sono gli ostacoli frapposti al consenso informato che, in realtà, è un obiettivo "ideale" da perseguire. L'ostacolo più comune è – anche se può sembrare paradossale – la fiducia relazionale. Essa infatti inibisce alla base sia la richiesta di un secondo parere sia il bisogno di disporre (e soprattutto di chiedere) informazioni supplementari.

Perché il paziente dovrebbe chiedere un secondo parere?

Da un punto di vista puramente teorico si può affermare che dovrebbe chiederlo in quanto la medicina non è una scienza esatta e perché la pratica medica lo è ancor meno. Infatti, all'incertezza della "scienza" medica bisogna aggiungere quella relativa al grado di aggiornamento del professionista che la esercita. Le ricerche sulla variabilità delle pratiche mediche dimostrano che le proposte diagnostiche o terapeutiche per risolvere un dato problema di salute possono variare in funzione di un gran numero di fattori ma, in particolare, relativamente al medico che è stato consultato. Abbiamo ad esempio condotto un piccolo studio con un "falso paziente" che ha consultato dieci dermatologi mostrando sempre la stessa verruca che aveva sotto il piede: otto sono state le diagnosi diverse. La letteratura scientifica sulla "variabilità" è immensa e per chi la conosce chiedere un secondo parere dovrebbe essere non solo "imperativo" ma un'attitudine per così dire "naturale". Quindi non essendo la medicina una scienza esatta ed essendo l'attività clinica molto variabile in relazione al grado di aggiornamento del medico e dei conflitti di interesse a cui egli è soggetto, spesso diventa molto utile chiedere un secondo parere. È tuttavia utile rilevare che il 70-80 per cento dei cittadini crede che la medicina sia una scienza esatta!

In quali casi?

Un secondo parere potrebbe essere particolarmente utile per le diagnosi "importanti" e per interventi invasivi. Ad esempio, in caso di tumore si sa che anche la citologia e l'anatomia patologica contano una certa percentuale di errore. Un secondo parere è quindi utile laddove una diagnosi non corretta può avere un impatto importante, per non dire devastante, sulla vita della persona. Quando si tratta di proposte terapeutiche è preferibile appellarsi a più pareri specialmente nel caso di operazioni chirurgiche per le quali, come dimostrato da diversi studi, vi è una grande diversità nel porre le indicazioni e, conseguentemente, una rilevante variabilità di prevalenza o di incidenza in funzione del medico consultato, del servizio attivato o di altri fattori quali ad esempio lo status socio-economico del paziente. Per circa una quindicina di operazioni chirurgiche comuni ed elettive conviene chiedere un secondo parere. Diversi studi hanno rilevato elevati tassi di "non conferma" (oltre il 30 per cento) per questi interventi allorquando si è chiesto un secondo parere. Probabilmente la conoscenza di questi studi spinge a far capire l'utilità di chiedere un secondo parere. Uno studio recente pubblicato sul New England Journal of Medicine ha mostrato come la chirurgia artroscopica per osteoartrite del ginocchio non dia al paziente nessun vantaggio apprezzabile (lo dà invece al medico!) rispetto all'intervento placebo di tipo non invasivo (1).

Qual è l'importanza del secondo parere?

A mio avviso anche pedagogica. Quando si chiede un secondo parere e non viene confermata la prima diagnosi o terapia, si capisce sulla propria pelle che la medicina non è una scienza esatta e quindi si dovrebbe tendere a ridimensionare le attese, che negli ultimi anni stanno diventando sempre più mitiche, verso la scientificità della pratica medica e l'efficacia a 360 gradi della medicina. Si contribuirebbe quindi a ricondurre tali attese alla realtà dell'evidenza della pratica quotidiana.

Quando si è alla ricerca di un secondo parere e si raccolgono diagnosi o terapie diverse, come orientarsi e come non perdere la fiducia del medico? Il secondo parere potrebbe rilevarsi un'arma a doppio taglio…

Ho sempre ritenuto utile che, almeno a livello sociale, si promuova un "sano sospetto" verso l'efficacia e soprattutto l'adeguatezza di tutto quanto è proposto o prescritto sul cosiddetto mercato sanitario – il che non significa necessariamente creare della "sfiducia gratuita".
Dagli anni novanta abbiamo diffuso a tre riprese a tutte le famiglie del Cantone Ticino altrettanti opuscoli in cui veniva spiegato il perché può essere utile chiedere un secondo parere. Si diceva tra l'altro che il secondo parere non deve essere visto come un atto di sfiducia verso il medico poiché la medicina non è una scienza esatta. Si consigliava, tra l'altro, di non palesare al secondo medico a cui si richiedeva un parere supplementare su una diagnosi o una terapia che un primo medico aveva già formulato una proposta. Così facendo si evitava di condizionare il secondo medico che altrimenti si sarebbe difficilmente discostato dal primo parere. Questi opuscoli sono stati diffusi dal servizio sanitario del Cantone Ticino in collaborazione con l'Ordine dei medici.

Per quali interventi veniva suggerito il secondo parere?

Negli opuscoli si consigliava in particolare di chiedere un secondo parere per queste procedure chirurgiche: colecistectomia, emorroidectomia, isterectomia (in assenza di una indicazione tumorale), ernia inguinale, tonsillectomia, raschiamento dell'utero, prostatectomia (anche qui quando l'indicazione non era un tumore), meniscectomia, cataratta, vene varicose ed ernia discale (quando non esistevano segni di paralisi agli arti inferiori o alla vescica).

Quando il cittadino richiede un secondo parere attraverso Internet, il rapporto medico-paziente non ne soffre?

Oggi giorno si parla molto dell'impatto delle nuove tecnologie dell'informazione e di come queste possano modificare la relazione medico-paziente, ma ritengo che da noi questo sia, per il momento, poco vero. Uno studio condotto negli Stati Uniti, il paese più informatizzato del mondo e dove la conoscenza della lingua inglese non costituisce problema, ha rilevato che l'utilizzo di Internet per accedere a informazioni medico-sanitarie è molto meno frequente dell'atteso e, soprattutto, che questo tipo di informazione supplementare non modifica il consumo di prestazioni. I problemi posti dall'utilizzo di Internet da noi sono sicuramente maggiori. In primo luogo, i siti riconosciuti che prevedono anche una sezione per i pazienti (Cochrane Collaboration e Clinical Evidence) presuppongono, per essere consultati, la conoscenza della lingua inglese. Rimane poi il problema dell'eliminazione dei siti "spazzatura" e della dimestichezza con la tecnologia informatica. Se pensiamo che probabilmente sono gli anziani, in quanto più esposti a problemi di salute, i soggetti che più di altri potrebbero beneficiare dell'accesso alle nuove tecnologie per ottenere "secondi pareri" teorici, le difficoltà linguistiche e tecniche che caratterizzano questo gruppo di popolazione rendono l'impatto di Internet per il momento praticamente nullo.

Ritornando al tema dell'informazione, il Canton Ticino è molto attivo in tal senso e ha lanciato una campagna informativa sul secondo parere rivolta al cittadino. Come hanno risposto i cittadini a questa iniziativa?

Nel 1990 abbiamo elaborato e diffuso un primo opuscolo dal titolo “I tuoi diritti come paziente. Il secondo parere: come, quando e perché?”. Dopo la sua diffusione, la percentuale di popolazione che annualmente chiedeva un secondo parere, è passata dal 18 al 30 per cento e al 38 per cento secondo un sondaggio ancora più recente.

E per quale tipo di prestazione hanno chiesto un secondo parere?

Nel 41 per cento dei casi lo si è chiesto per un'operazione chirurgica, nel 14 per cento per l'uso di farmaci, nel 33 per cento per prestazioni di tipo diagnostico e nel 12 per cento per altre terapie non chirurgiche. Abbiamo anche chiesto ai cittadini come si sono comportati dopo aver ottenuto un secondo parere diverso dal primo. Il 75 per cento ha optato per il secondo parere, il 4 per cento ha invece tenuto fede al primo, mentre solo il 7 per cento ha chiesto un terzo parere e il 13 per cento ha preferito rinunciare a qualsiasi prestazione. Va osservato che da noi il 95 per cento dei cittadini considera un diritto chiedere il secondo parere. È chiaro che un ipocondriaco farà comunque il giro di tutti i medici indipendentemente dal fatto di percepire o meno questa pratica come un suo diritto!

Una politica analoga a quella del Canton Ticino potrebbe facilmente attecchire in un paese come l'Italia?

Credo che in Italia sia più difficile chiedere un secondo parere per il freno rappresentato dal modello di organizzazione e di finanziamento del sistema sanitario. Ciascun cittadino fa riferimento ad un medico di medicina generale e chiedere l'opinione di un altro medico autonomamente significa pagare la prestazione di tasca propria.

La Sanità pubblica ha il ruolo di istruire il cittadino al secondo parere?

La Sanità pubblica ha il ruolo non solo di programmare, organizzare e gestire i servizi e le strutture sanitarie di diagnosi e di cura, ma anche di attuare una politica che miri alla diffusione della cultura sanitaria dei cittadini. L'attuale dinamica fondata sulla promozione della domanda di prestazioni, già di per sé potenzialmente illimitata, ci porterà nel medio periodo al probabile collasso economico del sistema oppure ad una medicina, che già esiste, a due velocità: la medicina "per tutti", caratterizzata dalle liste di attesa e dai soggiorni in camerate e corridoi, e quella ad "alta velocità e comfort" per coloro che hanno la disponibilità a pagare. Questa dinamica si fonda su una visione mitica sull'efficacia dell'impresa medico-sanitaria. Una visione promossa in particolare dai media e sostenuta da una miriade di conflitti di interesse di tipo professionale ed industriale che nell'insieme mirano a trasformare nel medio-lungo periodo i sani in ammalati abbassando i parametri che definiscono il "patologico", promuovendo screening di nessuna o poca efficacia e trasformando condizioni legate al normale processo d'invecchiamento in condizioni patologiche sotto diagnosticate o sotto trattate.
Da qui la necessità che qualcuno (lo Stato) si faccia carico di ricondurre le attese alla realtà dell'evidenza. La promozione del secondo parere non è che un piccolissimo e parziale passo in questa direzione.

Ma come ricondurre le attese alla realtà?

Fino a quando le persone preferiranno vivere piuttosto che morire e fino a quando crederanno che la loro quantità e qualità di vita dipenderà esclusivamente da sempre maggiori consumi di prestazioni medico-sanitarie e che tali prestazioni sono tutte adeguate, efficaci ed indispensabili, l'impresa è probabilmente impossibile ma necessita di essere almeno sperimentata.
Uno studio recente apparso sul JAMA mostra come l'80 per cento degli statunitensi preferisce ricevere gratuitamente l'opportunità di sottoporsi ad un "body-scanner" ogni anno piuttosto che ricevere un regalo di 1000 dollari… A questo punto credo proprio che non ci sia più speranza! Purtroppo quella logica "irresistibile" che sia sempre meglio diagnosticare al più presto una patologia, è ormai passata a livello sociale.

Quindi, meno screening di piazza…

Qui ricadiamo nel problema del consenso informato il cui presupposto è l'informazione: prima devi dare l'informazione affinché l'interessato sia poi in grado di esprimere le proprie preferenze di consumo. Come detto, molti sono gli ostacoli al consenso informato: lo stato sanitario in cui si trova il paziente, l'incertezza della scienza e della pratica medica, le capacità di comunicazione del medico ed il grado di comprensione del paziente.

La soluzione obbligata è la non-informazione?

Fortunatamente non sempre… Ad esempio, nel caso degli screening vi è, a mio avviso, un obbligo etico assoluto di pre-informare in modo esaustivo perché, con gli screening, si invitano delle persone soggettivamente sane a cercare delle malattie (e penso ai tumori) che nessuno di noi vorrebbe che gli siano diagnosticate. Diventa quindi prioritario dare un esaustivo bagaglio di informazione sui reali benefici, sui possibili eventi non desiderati, sui rischi e sulle incertezze che questi singoli programmi comportano e sulle effettive possibilità di cura e probabilità di "guarigione" nel caso l'esame sia positivo. Solo così il cittadino potrà decidere se sottoporsi o meno a questa sorta di lotteria sociale che è lo screening. Vi è quindi un obbligo di informare "ex-ante", soprattutto per quelle indagini diagnostiche i cui benefici sono dubbi, non provati oppure infimi e quando le possibilità di guarigione sono poche. Ad esempio, nel caso del cancro alla prostata non c'è per il momento nessuna evidenza che chi si sottoponga allo screening del PSA avrà poi una riduzione della mortalità. Eppure questo esame è sistematicamente promosso.

E nel caso della mammografia?

La totalità degli opuscoli distribuiti dagli enti che promuovono questa indagine è non solo altamente disinformativa ma per la maggior parte può essere considerata "spazzatura". La dottoressa Giordano e il dottor Segnan, che dirigono il programma di screening a Torino, hanno condotto un'analisi degli opuscoli distribuiti in Italia che è a tal proposito illuminante circa la sistematica non-informazione (2). Uno studio recente ha mostrato che in Italia l'80 per cento delle donne crede che la mammografia annulli o riduca il rischio di ammalarsi di cancro al seno (sic!), e negli altri paesi analizzati (Svizzera, Gran Bretagna, USA) la percentuale è più o meno di questo ordine di grandezza (3). Tale percezione ormai diffusa è la conseguenza di un'informazione parziale, non corretta ed intrisa di conflitti di interessi. Qualcuno dovrebbe farsi carico di correggerla…

Gli interessi di chi?

Per esempio dei produttori di mammografi. Ho sotto mano un opuscolo sottoscritto anche da Veronesi (che di fatto con la sua firma avallava scientificamente la disinformazione) ma prodotto e distribuito dalla General Electric che costruisce e vende mammografi. Il messaggio trasmesso è a senso unico, si parla solo di benefici (e nemmeno quantificati) senza far cenno a nessun evento indesiderato. Anche un uomo dopo aver letto l'opuscolo avrebbe il desiderio di andare a farsi una mammografia. Chi ha prodotto questa informazione è in una situazione di evidente conflitto di interessi e probabilmente anche chi lo ha omologato. Non va infine dimenticato il conflitto di interessi dei promotori dei programmi di screening che di regola producono anche gli opuscoli cosiddetti "informativi" e che si guadagnano il pane facendo mammografie. Non è infatti nel loro interesse quantificare i reali benefici dello screening espressi in valore assoluto (secondo la visione "ottimista" si tratta di 3 decessi per tumore alla mammella evitati ogni 1000 donne di oltre cinquant'anni d'età che si sottopongono ogni 2 anni e per 10 anni alla mammografia) e soprattutto gli eventi indesiderati (falsi positivi, biopsie chirurgiche inutili, numero di casi a cui è stata anticipata la diagnosi di 3-4 anni senza benefici, falsi negativi, ecc.), poiché ciò potrebbe comportare una diminuzione del tasso di partecipazione al programma. Non è un mistero che oggi si domina con la seduzione e quale miglior messaggio se non quello di dire che grazie alla nostra efficacia la morte sta per diventare un "optional"! Va da sé che in nessun opuscolo o notizia "ufficiale" sono state menzionate le conclusioni della meta analisi condotta secondo la metodologia della Cochrane Collaboration e pubblicata su Lancet (4) secondo cui lo screening non diminuiva la mortalità per tumore alla mammella.
Ci tengo qui a dire che non ho nulla contro la mammografia, il problema è che bisogna mettere le donne nella condizione di prendere loro stesse la decisione di fare o no l'esame. Gli screening alla "Pol Pot" non mi sono mai piaciuti.

A maggior ragione la Sanità pubblica ha il dovere di dare un'informazione non dogmatica…

Credo proprio di sì, in particolare sugli screening. Un'informazione quindi che quantifichi i benefici secondo le conoscenze del momento (e renda conto delle incertezze e delle controversie scientifiche) e metta sull'altro piatto della bilancia gli eventi non desiderati cercando di quantificare il tutto in valore assoluto e non relativo. Ad esempio non serve a nulla dire che la mortalità è ridotta del 33 per cento ma bisogna quantificarla in termini assoluti (si eviterebbe un decesso ogni 100 mila persone in un anno, i decessi sarebbero stati invece tre senza l'intervento).

Ma voi concretamente cosa avete proposto ai cittadini?

Per quanto attiene gli esami diagnostici, abbiamo proposto al cittadino alcune domande da porre al medico, del tipo:

  1. Quale malattia può essere diagnosticata con l'esame che mi propone? (Paradossalmente la maggior parte delle volte non viene spiegato al paziente a cosa serve un esame diagnostico prescritto).
  2. Qual è la precisione dell'esame? Qual è la probabilità di avere dei risultati falsi positivi (cioè che rilevano la presenza della malattia quando in realtà non c'è) e falsi negativi (cioè che non mettono in evidenza la malattia quando in realtà c'è)?
  3. Qual è l'incidenza della malattia nella popolazione? Quante persone sono colpite all'anno ogni 100, 1000, ecc. abitanti?
  4. Qualora la malattia fosse diagnosticata, potrà poi essere curata e guarita? Se sì, con quale probabilità di successo?

Quest'ultima domanda non è banale poiché, oggigiorno, all'importante sviluppo della diagnostica non corrisponde un uguale sviluppo delle possibilità terapeutiche.

26 maggio 2004

Bibliografia

  1. Moseley JB, O'Malley K, Petersen NJ, et al. A controlled trial of arthroscopic surgery for osteoarthritis of the knee. New England Journal of Medicine 2002; 347: 81-8.
  2. Giordano L , Rowinski M, Gaudenzi G, Segnan N. What information do breast cancer screening programmes provide to Italian women?
    European Journal of Public Health 2004 (in press).
  3. Domenighetti G, D'Avanzo B, Egger M, et al. Women's perception of the benefits of mammography screening: population-based survey in four countries. International Journal of Epidemiology 2003; 32: 816-21.
  4. Olsen O, Gotzsche PC. Cochrane review on screening for breast cancer with mammography. Lancet 2001; 358 : 1340-2.
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Ministero Della Salute

Stato Vegetativo (Documento su Corretta Definizione)

 

Presentato il Glossario Contenente le Corrette Definizioni di Stato Vegetativo e Stato di  Minima  Coscienza  Elaborato  dal Gruppo  di  Lavoro  al  Fine  di ornire  ai  Cittadini  e  ai  Media Elementi  Valutativi  Corretti  Necessari alla ormulazione del Giudizio
Il Glossario  Rappresenta  la  Prima  Tappa del  Lavoro  del  Gruppo,  cui  e' ssegnato il Compito di Elaborare un Documento Aggiornato che, Partendo dalla Corretta Definizione di Stato Vegetativo e di Stato di Minima Coscienza

Tratti di :

- Conoscenze Epidemiologiche che Aiutino a  Caratterizzare le  Dimensioni
della Condizione di Stato Vegetativo e di Stato di Minima Coscienza, Anche
in  Riferimento  alla  sua  Evoluzione ed   all'  Outcome,   Precisandone  le
Possibilita'  di  Recupero  nei  Diversi Tipi  di Etiologia e nelle Diverse Fasi
della Malattia
- Le  Evidenze  Scientifiche  che Documentino la Persistenza di Elementi di
Coscienza e  di  Modalita'  di  Comunicaziopne piu' o  Meno Elementari nei
Pazienti in Stato Vegetativo e Stato di Minima Scoscienza
- Gli Strumenti e i Metodi di Indagine con i Quali Tali  Elementi di Coscienza
e Tali Modalita' di  Comunicazione  Possano Essere  Meglio  Riconosciuti

 

Per scaricare il documento ufficiale cliccare qui

(è necessario essere utenti registrati)

 

 

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I bambini e i gli psicofarmaci: illusioni ed opportunità.


The Lancet - I bambini devono assumere sostanze che alterano la mente? Farmaci antipsicotici e stabilizzatori dell’umore vengono somministrati talvolta a bambini di due anni. Negli USA, nel 2002, antipsicotici, stimolanti e stabilizzatori dell’umore venivano somministrati rispettivamente a 2.5 milioni, 2.2 milioni, e 1.4 milioni di bambini, e da allora l’uso di questi psicofarmaci è ancora aumentato. Sappiamo poco degli effetti a lungo termine dei farmaci psichiatrici sui bambini. Fra gli  effetti collaterali degli antipsicotici figurano il tremore, i danni all’apparato osseo, la riduzione della fertilità, l’obesità, l’aumento del rischio di attacco cardiaco, il colpo apoplettico; gli stimolanti possono danneggiare il cuore ed impedire la crescita; gli antidepressivi possono aumentare il rischio di suicidio nei bambini.
Questi farmaci funzionano? Su questo, c’è una scarsa evidenza scientifica, e laddove essa esiste, è ampiamente scoraggiante. Uno studio del settembre 2008 su persone dagli 8 ai 19 anni con diagnosi di schizofrenia e disordini schizo-affettivi, mostrava che circa la metà interrompeva il trattamento entro 8 settimane. L’UK’s National Institute for Health and Clinical Eccellence (Istituto Britannico per la Salute e l’Eccellenza clinica) raccomanda che per la maggior parte dei bambini la prima linea di trattamento per l’iperattività non dev’essere a base di psicofarmaci stimolanti (che potrebbero offrire benefici, ma non a lungo termine). Infine, gli antidepressivi - in modo crescente - sono considerati generalmente inefficaci nei bambini. Perché allora questi farmaci sono così ampiamente prescritti? I medici, di fronte alla sofferenza, al comportamento distruttivo ed ai pensieri idiosincratici hanno risposto con diagnosi e trattamenti farmacologici, persino quando la diagnosi è discutibilmente
valida e l’efficacia del trattamento non è provata. Ad esempio, fra il 1994 e il 2003 il numero di ragazzi negli Usa a cui era stata diagnosticato il disturbo bipolare si era moltiplicato 40 volte. Stiamo patologizzando sentimenti e comportamenti normali?
Peggio: i nostri metodi collocano la responsabilità del disturbo - che presumiamo sempre sia tipicamente neurochimico o genetico - nel bambino stesso, piuttosto che nell’ambiente che crea angoscia e cattivo comportamento. L’osservazione nel corso degli anni di molti pazienti ha dimostrato che i farmaci psichiatrici sono spesso più pericolosi e meno efficaci di quello che i medici stessi credono, e sempre più si ritiene che questi pazienti abbiano ragione. Se la psichiatria reclama la razionalità, allora deve anche ascoltare i pazienti, includendo tra essi i bambini, e non meramente drogarli.

 

(The Lancet® – www.thelancet.com - Editoriale del 04/10/08 – Vol. 372 –
traduzione a cura della redazione di “Giù le Mani dai Bambini”®)


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Dolore lombare: efficace l'agopuntura

L'agopuntura, reale o placebo che sia, presenta un'efficacia quasi doppia rispetto alle terapie tradizionali nel trattamento del dolore lombare. Finora, la vera agopuntura non era mai stata confrontata con quella placebo o con la terapia convenzionale basata sulle linee guida in questo ambito. Gli effetti benefici dell'agopuntura persistono per un minimo di sei mesi, e comprendono anche la riduzione dell'uso di medicinali. Lo studio GERAC, che ha portato a queste conclusioni, è stata la base che ha consentito in Germania che l'uso dell'agopuntura andasse a costituire una pratica consolidata nelle assicurazioni sanitarie, il che ha posto per la prima volta questa pratica sullo stesso piano della terapia convenzionale. (Arch Intern Med. 2007; 167: 1892-8)

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Medicina Omeopatica Mutuabile anche in Italia

 

  
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AL:  Ministro della Salute, Governo Italiano

Utilizzata in piu’ di 80 paesi da circa 100.000 medici, la Medicina Omeopatica si e' diffusa in tutto il mondo.

In Italia, alla Medicina Omeopatica fanno ricorso, per patologie anche gravi, talvolta incurabili con la medicina tradizionale, oltre undici milioni di persone.

Le medicine omeopatiche possono essere usate, a differenza dei medicinali non omeopatici, da alcune categorie come le donne in gravidanza, che possono farne uso senza rischi per il nascituro.

La mutuabilita’ delle medicine omeopatiche comporta la diminuzione della spesa sanitaria per lo Stato, in quanto le medicine omeopatiche sono in genere meno care di quelle non omeopatiche.
Nel 2003 l’omeopatia e’ costata allo Stato Francese, dove i farmaci omeopatici sono rimborsabili dalla mutua assistenza dal 1945 e dove oggi circa 10 milioni di francesi consumano prodotti omeopatici e 30 mila medici li prescrivono, 150 milioni di euro, pari a poco meno dell’1% del totale dei rimborsi per l’acquisto dei medicinali.

L'articolo 32 della nostra Costituzione stabilisce che: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti".
Nel 2002 la Federazione Nazionale dei Medici-Chirurghi e Odontoiatri ha riconosciuto a Terni la pratica del medico omeopata come "atto medico" il quale, secondo scienza e coscienza, adotta il principio della liberta’ di scelta.
E’ quindi ingiusto che si pretenda che il protocollo terapeutico debba proporre al paziente di curarsi soltanto con la medicina convenzionale.
Inoltre, se si ritiene sia diritto e del medico e del paziente (adeguatamente informato), di curare e di curarsi con terapie adeguate, non si capisce perche’ entrambi debbano sopportare l'onere economico pur contribuendo a finanziare il S.S.N. col pagamento delle tasse in generale e di quella sulla "salute" in particolare, se poi non possono ne’ i medici curare, ne’ i pazienti curarsi con la Medicina Omeopatica.
Questo significa, infatti, negare la liberta’ di cura, che viene riconosciuta a parole ma negata nei fatti. Il tutto in controtendenza rispetto ai Paesi Europei, piu’ avanzati come (Francia, Germania, Inghilterra, Belgio, Olanda, ecc.) dove le cure omeopatiche vengono regolarmente praticate negli ospedali statali e rimborsate dal S.S.N.

In Francia, Germania, Gran Bretagna le medicine omeopatiche sono mutuabili e si puo’ scegliere il medico curante omeopatico.

In Italia lo stato ostacola la diffusione dell’omeopatia tra la popolazione; le medicine omeopatiche non sono mutuabili, ne’ si può scegliere un medico curante omeopatico, e’ vietato inoltre pubblicizzare i prodotti omeopatici, sulle confezioni delle Medicine Omeopatiche e’ vietato scrivere la posologia e le indicazioni e le Medicine Omeopatiche costano 3 volte quanto costano nel resto d’Europa.

Al contrario per curare gli animali, il precetto dello Stato Italiano e’ opposto: L'Italia, infatti con decreto delle Ministro delle Politiche Agricole e Forestali del 4 agosto 2000, ha recepito il regolamento dell'UE del '99 dove si fa obbligo al veterinario di curare animali ammalati o feriti dando la preferenza a prodotti omeopatici!

Chiediamo quindi che la Medicina Omeopatica venga resa mutuabile in Italia per tutti i cittadini italiani e si possa scegliere il medico curante omeopatico, come avviene da tempo in altri paesi Europei

Sincerely,

The Undersigned


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Tra questi anche il piano per creare zanzare transgeniche facendole diventare "siringhe volanti" capaci di iniettare vaccino antimalarico

Idee "non ortodosse" per la salute
Bill Gates ne premia oltre cento

>Sono i progetti elaborati da scienziati di 22 paesi, di tutti
i continenti, e selezionati tra oltre 4.000. Uno solo italiano
di MAURIZIO PAGANELLI

fonte: www.repubblica.it


Idee "non ortodosse" per la salute Bill Gates ne premia oltre cento

Melissa e Bill Gates

OLTRE cento nuove idee "non ortodosse" per la salute globale finanziate con centomila dollari ciascuna dalla Fondazione Bill e Melinda Gates. Sono i progetti elaborati da scienziati di 22 paesi, di tutti i continenti, e selezionati tra oltre 4mila partecipanti. Progetti che per innovazione e originalità potrebbero portare a soluzioni rivoluzionarie nei campi applicativi e di ricerca sulle malattie che sono vere "bombe" sullo sviluppo dei paesi del cosiddetto Terzo mondo. Solo un centro italiano ha ottenuto il "grant" della Fondazione, quello di Siena del neonato Novartis Vaccine Institute for Global Health.

Eccoli, i progetti: dalle più ovvie modificazioni genetiche dei batteri ai meccanismi di disorientamento/danneggiamento delle zanzare per prevenire la malaria, fino a medicine che invertono la selezione delle farmaco-resistenze, ad una piattaforma bioinformatica dedicata ai problemi della resistenza alle terapie anti-Aids e l'uso delle micronde nel trattamento della malaria, oppure vaccini "cavalli di Troia" programmati.

E non basta: un progetto per studiare lo strano intreccio tra Hiv e diabete di tipo 2 nella popolazione delle foreste africane, prevenzione della tubercolosi attiva da parte dell'helicobacter Pylori (il batterio che si annida nello stomaco) che s'intreccia con l'idea di manipolare la flora intestinale per migliorare le risposte ai vaccini. Ma c'è anche il piano per creare zanzare transgeniche facendole diventare "siringhe volanti" capaci di iniettare vaccino antimalarico, oppure trasformare le case in trappole per i mosquitos, o, infine il vaccino universale anti-influenza prodotto dalla proteina espressa da una medusa.

Un solo lavoro italiano. Si tratta di un progetto sulle modificazioni genetiche dei batteri per i vaccini. Uno studio per generare membrane esterne da produrre e purificare in grandi quantità ma in modo economico. All'inizio si affronterà il vaccino contro la Shigella, per poi adattare la metodica ai patogeni che causano diarrea e altre malattie batteriche. Sono in totale 18 i progetti europei vincenti. Vi sono giovani ricercatori che non avevano mai ottenuto finanziamenti, gruppi di studio africani, cinesi, indiani, thailandesi, giapponesi, del centro America, università e organizzazioni non profit, agenzie governative e sei aziende private.

"Non ci aspettavamo un tale qualità nei progetti e abbiamo dovuto raddoppiare i fondi inizialmente stanziati", ha affermato Tachi Yamada, presidente del Global Health della Gates Foundation, a Bangkok durante il quarto meeting del Grand Challenges in Global Health Iniziative, dove sono stati annunciati i vincitori dei finanziamenti, "è stata un'impresa difficile per i selezionatori".

La Fondazione non si aspetta che tutti i progetti diano frutti, ma "basterebbe che uno o due portino a risultati pratici e nuove prospettive di ricerca che il tutto sarebbe considerato un grande successo". Si tratta di progetti e idee assai innovativi che travalicano i paradigmi accademici, per porsi con punti di vista "diversi" su malaria, tubercolosi, Aids-Hiv e malattie infettive. Si trattava di affrontare i 4 grandi temi proposti dal bando (che è stato riaperto per il secondo anno, cadenza il 2 novembre, e proseguirà per 5 anni): nuove vie per proteggersi dalle malattie infettive (44 finanziamenti); nuovi farmaci o sistemi per limitare e combattere l'emergere delle resistenze (21 progetti); nuove vie di prevenzione o cura dell'infezione Hiv (31 progetti); approcci non convenzionali alla questione della trasmissione e latenza della tubercolosi (9 progetti).

Tra le idee "fuori dalle righe" ora finanziate ci sono quelle che "imitano" i processi naturali per combattere le malattie infettive: identificazione delle proteine virali anti-Dengue dalle cellule della zanzara coinfettata da un particolare batterio; capire come l'occhio umano si difende naturalmente per scoprire nuovi agenti anti-microbici; studiare gli "antibiotici" naturali che agiscono "depredando" i microrganismi dannosi. Ci sono poi le vie per rinforzare il sistema immunitario: per esempio un meccanismo per aumentare i batteri che superano la barriera della vagina e della cervice e accrescere la loro capacità di combattere le infezioni; creare nanoparticelle per "assorbire" i virus che circolano nel corpo; creare anticorpi double-face per combattere l'Hiv, da una parte attaccano il virus e dall'altra lo depositano in cellule dove non possa replicarsi. Ricercatori con nuove e rivoluzionari idee, è l'ora di farsi avanti al secondo round del Grand Challenge Explorations.

(22 ottobre 2008)
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L’esperto:«Integriamo le medicine non convenzionali con la biomedicina»

di RENATA ORTOLANI
IL RESTO DEL CARLINO - LA NAZIONE - IL GIORNO MARTEDÌ 14 OTTOBRE 2008
Dottor Paolo Roberti di Sarsina, quali sono le problematiche giuridiche, oltre che terapeutiche, legate alle Medicine non convenzionali (Mnc) emerse dall’indagine condotta nel vostro libro?

«Anche se queste medicine sono state oggetto di diversi progetti di legge, non c’è stata una ricaduta positiva di informazione indirizzata alla classe medica. Questo ha comportato da una parte il fatto che i pazienti, spesso vittime loro stessi di preconcetti, si informino autonomamente sui diversi metodi di cura e, dall’altra, che i medici, non essendo in possesso di una conoscenza approfondita, rimangano divisi tra chi è favorevole e chi è contrario. Va detto che se in Italia dagli anni ’90 alla scorsa legislatura sono state presentate a diverso livello una ventina di proposte di legge, tutte naufragate, negli ultimi venti anni solo gli enti privati di formazione hanno portato avanti la formazione medica post-laurea. Al contempo tutti sottolineano la mancanza di fondi che impedisce sostanzialmente l’impostazione di
una strategia organica di integrazione reale. Pazienti di ogni estrazione sociale e affetti dalle più varie patologie utilizzano terapie Mnc quotidianamente, ma le informazioni sulle modalità sono state stata integrate nelle varie strutture e istituzioni mediche accademiche sono ancora molto frammentarie».
Quindi manca l’informazione?

«Non solo. Emerge l’esigenza di evitare ulteriori frammentazioni regionalistiche, in
direzione di una legge nazionale che sancisca la piena e paritaria accettazione e il
riconoscimento di tutte le Mnzc, senza discriminazioni demagogiche, per realizzare
compiutamente anche in questo campo il diritto costituzionale della libertà di scelta e di pari accesso alle cure. Libertà di scelta che non può prescindere dalla piena
informazione dei possibili e diversi approcci diagnostici e terapeutici e dalla piena
disponibilità dei medicinali usati dalle diverse Mnc.

Di conseguenza, occorreranno dei fondi...

«Certamente la sostenibilità economica del sistema dell’integrazione diventa un
problema, specie se si considera che mentre sul lato sanitario sono stati determinati i livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti a tutti i cittadini, il settore sociale è ancora carente per quanto riguarda la definizione dei livelli essenziali di assistenza. Quindi in previsione dell’auspicato inserimento delle prestazioni di Mnc nel Servizio sanitario nazionale è indispensabile ridefinire i criteri di accesso ai livelli essenziali di assistenza».

Si parla tanto di umanizzazione terapeutica: una speranza futura o una realtà che si sta già affermando?


«Ciò che appare in gioco, oggi, è lo stesso concetto di salute come diritto garantito a ogni essere umano nell'ambito della libertà di cura sancita dalla Costituzione. La
tutela della salute della popolazione, l’umanizzazione, la personalizzazione e la sostenibilità dei trattamenti si basano sulla centralità del paziente nella scelta delle cure. Si deve, per ciascun essere umano, ricostruire un centro di gravità diagnostico-terapeutico che prenda in considerazione la globalità dell’essere umano, vale a dire l’intrinseca unità del suo essere, il piano fisico e mentale, perché è su questi livelli incessantemente interagenti che ogni persona si autostruttura spiritualmente come un unicum che come tale va interpretato per essere curato»

Quali sono le possibilità che si aprono all’umanità di questo inizio Terzo millennio dal punto di vista medico-sociale e assistenziale?

«E’ ineludibile la necessità di interazione e collaborazione tra diversi modi di intendere la medicina in quanto ‘ars’; è indispensabile la sinergia tra la biomedicina, quale sistema dominante e le Mnc o medicine antropologiche anche in termini di equilibrio sostenibile e di farmaco economia; sul territorio si ha sempre più la presenza di popolazioni migranti con bisogni complessi che portano diversi saperi di salute. Come richiede l’Oms è necessario ed etico tutelare, salvaguardare, promuovere, studiare, tramandare e applicare il patrimonio culturale dei saperi e dei sistemi medici e di salute antropologici sia occidentali sia orientali, nell’assoluto rispetto dell’integrità originaria e tradizionale dei singoli paradigmi ed epistemi».

COSA SONO
COME SPIEGA il dottor Paolo Roberti di Sarsina, la Federazione nazionale degli
Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) riconosce dal 2002 nove
medicine non convenzionali (Mnc): agopuntura, medicina tradizionale cinese, medicina ayurvedica, medicina omeopatica, medicina antroposofica, chiropratica,
fitoterapia, omotossicologia, osteopatia. Sia nel precedente Codice di Deontologia medica (1998), sia nell’attuale (in vigore dal dicembre 2006) è dedicato un articolo (art. 15) alle medicine non convenzionali. L’ articolo sottolinea il principio di
autoregolamentazione della responsabilità professionale del medico, che assume
carattere più incisivo laddove si tratti di medicine non convenzionali. Il medico
dovrà impegnarsi a far sì che il cittadino non si sottragga a specifici trattamenti di
comprovata efficacia. Come è noto, le prestazioni sanitarie e l’esercizio professionale delle medicine non convenzionali sono un argomento che ha investito
direttamente la Federazione degli Ordini dei medici, il cui Consiglio nazionale nel 2002 emanò ‘Le Linee guida delle medicine e pratiche non convenzionali’. In Italia – pur in assenza di una legge quadro nazionale sulle Mnc, richiesta a tutti gli stati
membri dell'Unione europea da specifiche risoluzioni del Parlamento europeo (n.
75/1997) e del Consiglio d'Europa (n. 1206/1999) –, sia la Suprema Corte di Cassazione sia la Corte Costituzionale hanno emanato sentenze inequivocabili sia sulle responsabilità professionali e sulla esclusività dell’esercizio delle medicine non
convenzionali dei soli laureati in medicina.

IL LIBRO
«Le Medicine Non Convenzionali in Italia. Storia, problemi e prospettive d'integrazione», prefazione di Edwin L. Cooper; post-fazione Amedeo Bianco, presidente della Federazione dei medici (FrancoAngeli Edizioni). A cura di Guido Giarelli, Paolo Roberti di Sarsina, Bruno Silvestrini. Entro l’autunno uscirà, sempre per i tipi della FrancoAngeli , il volume ‘Le peculiarità sociali delle Medicine Non
Convenzionali’ (prefazione di Bruno Silvestrini) a cura di Costantino Cipolla e Paolo Roberti di Sarsina.

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