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Ambiente

27 Dicembre 2007

Gli untori del CO2

dal blog di Beppe Grillo www.beppegrillo.it

Emissioni_CO2.jpg
figura dal Financial Times

La Commissione Europea ha proposto di ridurre l’emissione di CO2 delle auto entro il 2012. Si dovrà emettere un valore medio di 130 grammi al chilometro contro i 160 attuali. I produttori che non si adeguano dovranno pagare 20 euro per ogni grammo in più rispetto al limite fissato, multa che arriverà a 95 euro per grammo dal 2016.
Il taglio del 19% dei veleni è ritenuto “una proposta molto deludente” da Sergio Marchionne, ma insufficiente dagli ambientalisti. Più è pesante il veicolo più inquina. Un SUV intossica meglio di una Cinquecento. La soglia dei 120 grammi/km è più difficile da raggiungere per le macchine di grossa cilindrata. La classifica dei killer dei nostri polmoni è guidata da Porsche con circa 255 grammi/km, seguita da Subaru, Daimer Chrysler, BMW, Mazda e Mitsubischi.
La Merkel, dalla verde Germania, letti i risultati, invece di prendersela con i costruttori del suo Paese, ha dichiarato che si vuole fare: “Una politica industriale a scapito dei costruttori tedeschi”. E ha aggiunto senza neppure arrossire: “E’ inammissibile che per metà delle auto francesi non si debba fare niente e invece sarà colpito il 90% delle auto tedesche, si tratta di uno squilibrio sul quale intervenire”. Forse la Merkel vuole che tutte le macchine inquinino come la Porsche.
L’italiana ANFIA, Associazione Nazionale Fiera Industria Automobilistica, ha dichiarato che l’UE: “penalizza fortemente le macchine di piccola cilindrata, già virtuose in termini di emissioni”.
Le reazioni degli untori del CO2, piccoli o grandi, sono le stesse. I polmoni non rientrano nei loro parametri produttivi.
Chi paga per l’inquinamento? Il sistema sanitario nazionale. I ricoveri per le malattie polmonari, inclusi i tumori, sono a carico dello Stato. Quanto ci costa l’inquinamento delle auto? Anche chi va in bicicletta paga una parte del prezzo di una SUV attraverso l'acquisto di antibiotici.
Propongo una tassa sulla salute alla fonte per gli automobilisti. Più inquina la macchina più paghi. E una visita guidata obbligatoria e con cadenza mensile per i guidatori di SUV alle corsie dei malati terminali di tumore al polmone.
I sindaci possono fare più della UE. Taxi ibridi. Autobus elettrici. Piste ciclabili. Vietino alle macchine più inquinanti l’ingresso in città. Il CO2 i proprietari potranno respirarlo insieme ai familiari nel garage di casa.

 

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Salute e ambiente

FONTE: DICA33 - Ultimo aggiornamento: 20/12/07

All’erta sull’inquinamento

Inquinamento, con il traffico sempre più imputato. Problema diffuso ovunque e crescente, che riguarda un po’ tutti, come i cambiamenti climatici, nuovo tema di punta: per l’inquinamento invece l’attenzione sembra un po’ scemata, se ne riparla solo per polemiche tipo domeniche a piedi o Ecopass. A torto, perché i danni per la salute ci sono e tutto l’anno, e i più esposti sono proprio i più fragili: bambini, anziani, malati. Ricerche e richiami della comunità scientifica sono diversi e anche quest’anno se n’è avuta testimonianza. Per esempio diversi studi hanno già evidenziato che l’aria inquinata ha effetti negativi sulla funzione polmonare infantile e che l’esposizione al traffico è correlata a eventi avversi respiratori nei bambini, compreso l’asma. Un nuovo studio statunitense ha mostrato che esposizioni elevate, come in aree prossime a vie ad alto scorrimento, comprometterebbero lo sviluppo stesso della loro funzione polmonare, con possibili ripercussioni in età adulta. Osservando per otto anni scolari in località del Sud della California, si è visto che più vivevano in prossimità di freeway, equivalenti alle nostre tangenziali, più c’era un deficit di funzione polmonare: questo era nettamente peggiore per distanze entro 500 metri rispetto a quelle di almeno 1.500 m; correggendo per gli inquinanti indoor i cambiamenti sono stati minimi. E c’era poi l’esposizione regionale, con possibile combinazione di conseguenze negative. Dato che lo sviluppo respiratorio a 18 anni è concluso, chi ha un deficit dai 10 ai 18, hanno sottolineano gli autori, continuerà probabilmente ad avere una funzione polmonare meno “sana” da adulto. Le sostanze implicate sono risultate ossidi di azoto, carbonio presente nelle particelle esauste e indicatore dell’inquinamento da diesel, particolato fine e ultrafine di diametro inferiore a 10 e 2,5 micron (PM10 e 2,5). Quest’ultimo soprattutto si legherebbe a un aumento di stress ossidativo nelle vie aeree che determina infiammazione e il deficit osservato dei parametri respiratori.

 

 

 

Ruolo oncogeno controverso

Un aspetto che resta controverso e sul quale i pareri degli esperti sono discordi è se l’inquinamento atmosferico possa favorire lo sviluppo tumorale. Una relazione tra contaminanti, principalmente da traffico e cancro del polmone l’aveva suggerita una ricerca dell’Oms in tredici città italiane con la stima, in base ai valori registrati tra il 2002 e il 2004, di 742 morti per tumore polmonare che si è ipotizzato in relazione a inquinamento, specie ai livelli di particolato PM10; secondo studi europei e statunitensi esisterebbe una correlazione tra inquinamento atmosferico e cancro del polmone, valutata in un incremento tra l’8 e il 14% addirittura per le più piccole PM2,5. Riferendosi poi al fatto che nel nostro paese i tu mori infantili sono aumentati dell’1,2% negli ultimi dieci anni, con punte del 10% in quindici aree con insediamenti industriali a forte impatto, un documento congiunto Isde Italia (Associazione medici per l’ambiente) e Fnomceo (Federazione ordine dei medici) ha suggerito che la maggiore presenza in zone industriali faccia cadere i sospetti sull’inquinamento ambientale, d’altra parte già coinvolto in altre patologie pediatriche come quelle respiratorie, aumentate del 20-30% nelle aree urbane. Il dato inoltre sarebbe sovrapponibile a quello di un incremento medio in Europa degli ultimi trent’anni pari dell’1,1-1,2% annuo per i tumori in bambini tra 0 e 14 anni e dell’1,4% per i ragazzi tra 14 e 19 anni, valori per i quali si è posto l’accento sul possibile ruolo di fattori ambientali. Naturalmente l’inquinante atmosferico indoor maggiore responsabile oncogeno in assoluto resta il fumo.

Particolato fine e rischio cuore
Accuse confermate ci sono invece per il diesel e si è aggiunta quella di rischi cardiovascolari, dovuti sembra al particolato. Le particelle esauste più piccole arrivano fino negli alveoli polmonari e nei vasi sanguigni, con effetti anche per il cuore; oltre alle note PM10 e PM5 crescono quindi le accuse per quelle di diametro fino a 2,5, e le ultrasottili sono un componente importante dei diesel. Un nuovo studio ha mostrato che esposizioni anche brevi ma nel traffico intenso hanno effetti cardiovascolari negativi specie per i coronaropatici, sottopopolazione che può essere più suscettibile ai rischi per il cuore dell’inquinamento (come per il fumo). L’effetto ischemico cardiaco e l’inibizione della capacità fibrinolitica sono risultati maggiori per il diesel. L’inquinamento da traffico era già stato associato ad aumento di morbilità e mortalità cardiaca, sul breve e sul lungo periodo, con decessi dovuti a ischemia, aritmia e insufficienza cardiaca, connessione più marcata per il particolato fine; gli stessi autori avevano già indicato per il diesel peggioramenti della funzionalità vascolare e fibrinolitica, oltre a infiammazione polmonare e minori difese antiossidanti delle vie respiratorie. E sperimentalmente si è visto che le particelle esauste accelerano lo sviluppo della placca aterosclerotica e l’aggregazione piastrinica. Ci sarebbero un effetto ischemico immediato e uno trombotico ritardato che potrebbe spiegare i secondi picchi d’incidenza d’infarto osservati alcune ore dopo esposizioni a forti aumenti di inquinamento veicolare. Anche altre componenti, non particolate, potrebbero comunque risultare nocive per il cuore. In conclusione, l’elenco delle accuse per l’inquinamento atmosferico e il traffico si allunga, e bisognerebbe tenerne più conto.

Elettra Vecchia

 

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I nostri più amati collaboratori ci distruggono

I cellulari, inseparabili compagni di lavoro e di casa sono estremamente dannosi per la salute.

Assolutamente falso, dicono in molti, non esistono prove scientifiche.

In realtà le prove ci sono, ed ancora una volta basta il semplice buon senso, cioè ragionare senza farsi condizionare dalla propaganda.

I cellulari (ed anche i cordless) emettono radiazioni elettromagnetiche ad alta potenza, nella fascia dei 900 MHz – 2.4 GHz. Quella dei forni a microonde.

Le radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti sono dannose alla salute?

Prima di addentrarci nei risultati della ricerca esaminiamo alcune informazioni disponibili da anni.

Negli anni ’50 negli USA si registrarono vari casi di antennisti radar precocemente invecchiati. Si scoprì che la causa erano le radiazioni emesse dall’antenna, tanto che questa patologia venne chiamata dai giornali “sindrome dell’uomo radar”.

Le radiazioni non ionizzanti sono utilizzate anche in campo militare per provocare danni alle persone (ad esempio in URRS furono convogliate sull’ambasciata di un paese poco amato, ed i quel periodo due ambasciatori di fila si ammalarono di cancro) ed il malfunzionamento di apparati elettronici.

Si tratta ovviamente di ricerche segrete, ma è noto che una delle prime auto controllate dal computer a bordo (non diciamo la marca, si tratta di una casa tedesca) passando attraverso un campo elettromagnetico molto intenso perse il controllo ed uscì di strada; fatto contribuì a dare impulso alla ricerca bellica.

Gli effetti documentati

Le radiazioni dei cellulari (e dei ripetitori) interferiscono con il DNA delle cellule e col loro meccanismo di riparazione (Journal of Cellular Biochemistry).

L’effetto maggiore documentato si ha sul cervello; ad esempio alla University of Washingthon il Dr. Lai (che tra l’altro nel ’99 ha presentato i suoi lavori al convegno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di Erice) ha dimostrato che anche piccole dosi ripetute di radiazioni, come  quelle dei cordless, si accumulano e provocano lesioni ai tessuti.

Recentemente sono stati accolti dalla comunità scientifica degli studi italiani sull’effetto dei cellulari nelle cellule tumorali del cervello.

Non solo cellulari

Mettere proprio sulla testa una sorgente di microonde ad alta intensità è un gesto sconsiderato, e tale rimane anche se non riusciamo farne a meno.

La Motorola, i primi tempi, consigliava di non puntare l’antenna (che ormai è incorporata nel telefonino) sulle zone delicate del corpo.

Periodicamente i cellulari entrano in trasmissione, ed è dannoso trasportarli vicino al cuore, all’addome, agli organi vitali in genere.

La cosa peggiore che si possa fare è usarli in macchina, perché l’intensità di campo risulta moltiplicata.

Delle ricerche fatte in Inghilterra dimostrano che le radiazioni in macchina provocano uno stato di squilibrio mentale, ed un rallentamento delle reazioni peggiore di quelle dell’alcool.

I cordless hanno un livello d’emissione molto più basso, ma la vicinanza alla testa li rende comunque dannosi.

È ormai accertato che gli effetti sul cervello e probabilmente sugli altri tessuti sono cumulativi. Cioè, i danni sono irreversibili, e tante piccole esposizioni fanno l’effetto della classica goccia d’acqua.

Ma il pericolo non viene solo da questi strumenti ormai inevitabili.

I piloni dell’alta tensione, i trasmettitori/ripetitori radio (compresi quelli del cellulari, della TV, della telefonia) creano un ambiente dannoso alla salute, detto elettrosmog.

Quando entrano in gioco i grandi interesse economici

Nel ’93 l’industria delle telecomunicazioni ha investito 25 milioni di dollari in una serie di ricerche, per dimostrare che i cellulari non sono dannosi.

Non ne sentirete mai parlare, perché dimostrarono proprio il contrario.

Vediamo invece tutti i giorni gli effetti dei soldi che le industrie, avendo mangiato la foglia, spendono per far credere che non esista alcun pericolo, e che a pensarla diversamente sono solo dei visionari fanatici ed ignoranti.

Succede quindi che molti governi (compresi gli USA) ed anche molte regioni Italiane oscillino tra leggi che permettono l’inquinamento generalizzato e leggi che proteggono la salute, quest’ultime nate in quasi sempre dalle pressioni dei cittadini.

Ad esempio a Padova è nata l’Associazione Padovana Prevenzione e Lotta all'Elettrosmog http://www.applelettrosmog.it/.

 

Che fare?

Innanzitutto essere consapevoli del problema e delle sue conseguenze.

Questi sono i danni provocati dalle onde radio, accertati nonostante il boicottaggio alla ricerca operato dalle multinazionali.

In genere quando arrivano ad interessare i tessuti sono irreversibili.

· Malditesta, stanchezza ed affaticamento.

· Perdita di memoria e confusione mentale.

· Depressione e stati d’ansia.

· Vampate di calore ed arrossamenti cutanei

· Cataratta, retinopatie, cancro dell’occhio

· Danneggiamento dei nervi del cuoio capelluto.

· Acufeni (fischi nelle orecchie) e sensazioni di odori.

· Dolori articolari, spasmi e tremori.

· Problemi digestivi ed ipercolesterolemia.

· Alterazione dell’attività cerebrale durante il sonno (indice e causa di gravi perturbazioni).

· Alterazione della barriera ematoencefalica (protezione del cervello da virus, tossine ed altri agenti patogeni).

· Diminuzione dell’emoglobina nel sangue.

· Depressione del sistema immunitario.

· Stimolazione dell’asma e delle allergie in genere.

· Alterazione del sistema endocrino, soprattutto a livello di pancreas, tiroide, ovaie e testicoli.

 

Gli effetti di questi campi diminuiscono con il quadrato della distanza. Usare un telefonino a 50 cm dal corpo è completamente diverso dal tenerlo sull’orecchio.

Queste solo le regole della salute, certamente difficili da seguire.

1. Capire il livello d’inquinamento (elettrosmog) dell’area in cui si vive, e possibilmente fare pressione sulle amministrazioni per ridurlo.

2. Usare il cellulare appoggiato alla testa non più di 4 – 5 minuto al giorno.

3. Non usare mai i cellulari in macchina.

4. Usare i cellulari in viva voce, distanti dal corpo: in queste condizioni il rischio è enormemente minore. Almeno utilizzare le cuffie (soluzione però sempre ad alto rischio).

5. Non darli ai bambini.

Dalla ricerca sulle energie sottili sono nati degli schermi, che arrivano ad eliminare gli effetti sull’uomo dell’elettrosmog dagli ambienti. Riducono molto gli effetti dei cellulari, che però anche così restano sempre devastanti.

Riferimenti

Per chi mastica un po’ d’inglese: http://www.energyfields.org/ e soprattutto http://www.emrnetwork.org/ e http://www.wave-guide.org/.

Parte dei materiali qui presentati sono stati presi da un articolo di Amy Worthington.

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Troppi ossidi nell'atmosfera

fonte: www.galileonet.it

Registrata una grande quantità di composti alogenati nell’aria: sostanze che alterano la capacità di eliminare composti chimici dannosi

 Uno studio condotto dal British Antarctic Survey e dalle Università di Leeds e East Anglia apparso su Science ha messo in luce un’elevata concentrazione di composti alogenati - ossidi di bromo e di iodio - negli strati inferiori dell’atmosfera in Antartide. Questi ossidi tendono ad abbassare il livello di ozono indebolendo il potere ossidante dell’atmosfera, cioè la sua capacità di eliminare le sostanze chimiche dannose spesso di origine umana. Le particelle di ossidi di iodio possono inoltre formare nubi ghiacciate con un conseguente impatto sui cambiamenti climatici a livello locale.


Si tratta di sostanze che hanno origine dal sale marino e da alcune alghe presenti sulla superficie inferiore del ghiaccio e persistono nell’atmosfera durante il periodo di luce, che in Antartide va da agosto a maggio. La principale sorpresa per gli scienziati è costituita dalla massiccia presenza di ossido di iodio, mai rilevato, al contrario, nella regione Artica.


Lo studio, che aveva come scopo principale la descrizione del processo di formazione dell’atmosfera terrestre, è stato condotto per 18 mesi presso l’osservatorio della Halley Station, nella Brunt Ice Shelf, a 20 chilometri dal mare di Weddell, tramite l’analisi dello spettro di un fascio di luce proiettato attraverso gli strati di ghiaccio e la misurazione della composizione chimica dell’aria.


“Gli alogeni”, ha dichiarato John Plane, chimico dell’atmosfera presso l’Università di Leeds, “hanno un consistente impatto sulla diminuzione dell’ozono, sulla capacità dell’atmosfera di rimuovere sostanze potenzialmente nocive e sulla formazione di aerosol. I risultati dello studio evidenziano l’esigenza di approfondire le ricerche per venire a capo dei numerosi aspetti ancora non chiari”. (s.s.)

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Un indiziato per la moria di api

Fonte: www.galileonet.it

Un virus è implicato nell’epidemia che sta decimando gli insetti impollinatori. Su Science i primi risultati di una taskforce di ricercatori

 È un virus il primo indiziato nelle indagini sulla Colony Collapse Disorder (Ccd), il misterioso spopolamento degli alveari di api mellifere che si sta verificando negli Stati Uniti. Tra il 50 e il 90 per cento delle colonie gestite dagli apicultori sono state colpite, con gravi rischi anche per l’impollinazione di numerose colture.

La taskforce di scienziati americani incaricata di scoprirne le cause ha individuato in tutti i campioni prelevati da alveari affetti da Ccd la presenza dell’Israeli Acute Paralysis Virus (Iapt), identificato dai ricercatori israeliani nel 2004 e finora mai rilevato nel continente americano.

Ad aumentare i sospetti, scrivono i ricercatori in un articolo pubblicato questa settimana su Science, è la coincidenza tra l’importazione di api dall’Australia e le prime segnalazioni da parte degli apicultori statunitensi dell’insolita diserzione delle api operaie dagli alveari. Dove restano solo le regine e una gran quantità di cibo. Tuttavia, l’Iapt, che si manifesta con un tremore delle ali e la progressiva paralisi dell’insetto fino alla morte all’esterno dell’alveare, è stato rilevato anche in campioni di colonie sane, o apparentemente tali. Per questo, i ricercatori ipotizzano che a determinare la Ccd sia il concorso di più cause: la combinazione con altre infezioni o condizioni di stress quali l’impiego di pesticidi nelle colture o negli stessi alveari per il controllo di altre malattie.
(m.b.)

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22 giugno 2007
CRESCITA RECORD PER IL MERCATO DELLE ENERGIE RINNOVABILI
Secondo il rapporto UNEP questo mercato ha raggiunto una massa critica tale da poter resistere anche se il prezzo del petrolio scendesse sotto i 40 dollari .

A livello globale, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono in rapida crescita, con 70,9 miliardi di dollari di nuovi investimenti nel 2006, pari a un incremento del 43 % rispetto all'anno precedente e la tendenza pare confermata anche per il 2007.

È questo il dato più eclatante riportato nel rapporto Global Trends in Sustainable Energy Investment 2007 appena pubblicato dall'UNEP, che presenta un quadro dello stato attuale dello sviluppo delle energie rinnovabili (RE) e dell'efficienza energetica (EE).

In particolare, i settori che vedono i più elevati livelli di investimento sono quelli eolico, solare e dei biocombustibili, riflettendo la maturità delle tecnologie, l'esistenza di incentivi politici, e le aspettative degli investitori.


In questo ambito i livelli di investimento negli Stati Uniti e nell'Unione Europea a 27 sono paragonabili, anche se negli Stati Uniti i flussi finanziari provengono dal settore privato molto più di quanto non avvenga in UE. Cina, India e Brasile sono invece i paesi in via di sviluppo che si stanno adeguando con maggior velocità a questa tendenza negli investimenti.

Nel rapporto si osserva che gli investimenti nelle energie sostenibili sono sostenuti da una serie di provvedimenti di carattere politico e amministrativo, che in molti paesi includono un ampio spettro di misure tariffarie e agevolazioni fiscali, che complessivamente riescono a creare un ambiente globalmente stabile, utile a una crescita continua del settore.

"Questo mercato - prosegue il rapporto - ha raggiunto una massa critica tale per cui, anche se il prezzo del petrolio scendesse al di sotto dei $40, gli investimenti probabilmente rallenterebbero in alcune aree, ma comunque non stagnerebbero."

L'investimento in ricerca e sviluppo (R&S) è arrivato a toccare i 16,3 miliardi di dollari contro i 13 miliardi di dollari del 2005. Tuttavia, nota il rapporto, l'Europa dei 27 in questo ambito sembra un poco in ritardo, a causa del coinvolgimento relativamente più basso del settore privato. In Europa questo infatti copre il 55% della R&S, contro il 64% che si ha negli Stati Uniti e addirittura il 75% del Giappone.

Anche il mercato dell'efficienza energetica è significativo, prosegue il rapporto, anche se appare in una certa misura "invisibile". Il segmento più visibile di questo mercato è rappresentato dall'investimento in tecnologie, che nel 2006 ha toccato gli 1,1 miliardi di dollari, contro i 710 milioni dell'anno precedente.

Il rapporto nota infine un progressivo spostamento dei capitali verso i paesi in via di sviluppo, che nel 2006 hanno visto i maggiori investimenti privati. Cina, India e Brasile rappresentano al momento i principali produttori e i principali mercati per le energie sostenibili.
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A RISCHIO I PRINCIPALI FIUMI DEL MONDO

Entro 20 anni i principali fiumi del mondo rischiano di morire per colpa del cambiamento climatico e delle dighe. Questa è la conclusione del rapporto Wwf sullo stato dei principali fiumi del pianeta. La metà dei fiumi a rischio si trovano in Asia, due nelle Americhe e i rimanenti tre in Europa, Africa e Oceania. I fiumi stanno completamente perdendo gli habitat originari a causa della costruzione di infrastrutture alla navigazione e dell'inquinamento riversato nelle acque dall'industria e dall'agricoltura. E' però difficile trovare una soluzione generale valida per tutti i fiumi in quanto ognuno di essi soffre di mali diversi.

Il Rio Grande-Bravo soffre della carenza idrica a causa dell'eccessiva estrazione di acqua. Il Danubio risente delle nuove infrastrutture di supporto alla navigazione. Il Nilo subisce la pressione della crescita demografica. I fiumi La Plata, Indo e Nu-Salween sono minacciati dalla presenza massiccia di dighe e bacini articiali. Non meno grave la pesca illegale e lo sfruttamento ittico intensivo del Mekong o l'inquinamento agricolo e industriale dello Yangtze. La morte dei fiumi pone a rischio anche le popolazioni che vivono lungo il loro corso, circa il 41% della popolazione mondiale. Se non si porrà un freno allo sfruttamento dei corsi d’acqua dolce entro 20 anni quella che conosciamo come emergenza ambientale si trasformerà in emergenza umanitaria.

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Ultimo aggiornamento: 15/06/07

Chi ha paura della tigre?

Le zanzare tigre sono un testimoni dirette del progressivo innalzamento delle temperature: originarie dei climi tropicali, sono ormai una presenza costante delle città del Nord. E un caldo come quello della primavera in corso, almeno nella sua prima fase, ha finito per produrre un’invasione anticipata di insetti sia nelle città che nelle campagne. C’è da aver paura? Secondo gli ambientalisti il temuto insetto è un nemico tutto sommato inoffensivo, fastidioso certo ma alla fine responsabile dei soliti ponfi, più o meno rapidamente destinati a sparire. A far paura, invece, dovrebbero essere le disinfestazioni massicce decise da autorità pubbliche e private. Il tossicologo francese Claude Reiss, in un incontro organizzato dal CNR nel 2005, sottolineava gli effetti devastanti che possono derivare per la salute umana dalla diffusione nell’ambiente degli insetticidi comunemente in uso, tossici anche a distanza di anni. Ma la percezione della gente non è la stessa e a confermarlo è una ricerca appena presentata a Milano e curata da Enrico Finzi di Astra Ricerche in collaborazione con Vape Foundation. Il 68% degli italiani considera assai grave il problema degli insetti e l’84% si sente addirittura perseguitato dalle zanzare. In più il 58% degli intervistati ritiene che le attività di prevenzione adottate finora siano poco efficaci. Ma come si è svolta l’indagine?

Gli italiani e gli insetti
L’indagine si è svolta attraverso più di 1000 interviste telefoniche a un campione rappresentativo della popolazione italiana, somministrate col metodo CATI (Computer Aided Telephone Interviewing). In dettaglio, l’84% degli italiani vive in una zona funestata dalle zanzare; il 69% lamenta la presenza di mosche; il 61% ha a che fare con le formiche (qui è forte l’accentuazione al sud); il 31% abita in un’area dove abbondano gli scarafaggi (sempre con il sud nettamente al di sopra della media). In effetti, continua la ricerca, solo il 7% della popolazione non è disturbato da alcuno di tali insetti (in particolare nel nord-ovest): si tratta di 3.0 milioni di fortunati. A costoro si possono aggiungere quei 5.6 milioni – pari a poco più del 13% - che convivono serenamente con questi animali, risultandone poco molestati: o perché sono pochi oppure perché non ne hanno schifo o timore e non avvertono alcun disagio (o non sono quasi mai punti dalle zanzare). Il restante 68%, ossia più di due adulti su tre, afferma di essere disperato: il 9% (4.0 milioni di 14-79enni) dovendosi misurare con un solo tipo di insetto (in grande maggioranza dalle zanzare, poco dalle formiche, quasi mai dagli scarafaggi e mai dalle mosche), con diffusione specialmente in Piemonte, Lombardia, Lazio, Abruzzo, Molise e Sardegna; ben il 59%, invece, sostenendo di essere in lotta permanente con tre insetti cattivi su quattro (zanzare e mosche quasi sempre, formiche in tre casi su quattro, scarafaggi in un caso su tre), con predominio delle donne (specie se con bambini e ragazzini in famiglia), dei meridionali, dei residenti nei comuni tra i 30mila e i 250mila abitanti.

Comune e Asl possono fare di più
In sintesi dall’indagine emerge chiaramente che la popolazione è preoccupata dagli insetti, si può ben capire perciò che, sempre la stessa indagine, sottolinei come ben 29,7 milioni di italiani 14-79enni s’impegnino personalmente in una lotta feroce per difendersi dagli “invasori”. E con le armi più disparate, a conferma del fatto che sono spesso poco efficaci. E tra le soluzioni prospettate una percentuale piuttosto rilevante, l’86%, sostiene che gli enti locali possano fare molto svolgendo attività di prevenzione e di disinfestazione.
Eppure il 58% degli intervistati ritiene che le attività messe in campo siano poco e per niente efficaci. E sulla stessa lunghezza d’onda in un suo recente intervento l’etologo Giorgio Celli ha sottolineato come “Se la lotta alle zanzare non si vince, è colpa delle istituzioni che devono stanziare fondi e attuare la programmazione”. Non con gli insetticidi a tappeto però, specifica Celli. I piretroidi, gli insetticidi più comuni, nebulizzati nell’ambiente non agiscono in modo selettivo. Eppure è il sistema proposto nella maggior parte dei casi alle amministrazioni comunali e ai condomini. La caccia alle zanzare è appena cominciata.

Marco Malagutti


Fonti
Conferenza stampa, “Gli italiani e gli insetti”. Milano 8 giugno



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Siccità in Italia ma il 42% dell'acqua va perduta

 

E' duro a morire il concetto dell'acqua come risorsa gratuita, fornita dalla natura in abbondanza e priva di valore economico. Stenta invece a decollare quello più razionale e attuale dell'oro blu.  Secondo il rapporto H2O di Legambiente il 42% dell'acqua veicolata negli acquedotti italiani viene inesorabilmente perduta nei 291 mila chilometri di rete idrica a causa degli impianti ormai vecchi di 32 anni. Quasi la metà del prodotto (acqua) andrebbe così perduto per inefficienze. Secondo Legambiente andrebbero ristrutturati circa 50 mila chilometri di rete idrica, ormai fatiscenti e inefficienti.

Lo studio dell'associazione ambientalista denuncia uno stato dell'arte non più giustificabile in un'epoca in cui la siccità, la desertificazione e la carenza d'acqua sono diventate parole comuni di tutti i giorni. Se i dati di Legambiente si rivelassero esatti, la rete idrica italiana perderebbe ogni minuto circa 6 milioni di litri equivalenti a due piscine olimpioniche in un momento storico in cui gran parte della popolazione mondiale vive con meno di un litro procapite. I continui appelli alle famiglie per un uso più razionale e responsabile dell'acqua potrebbero pertanto scontrarsi con una carenza strutturale ben peggiore delle singole distrazioni individuali. Negli ultimi 20 anni gli investimenti pubblici nella gestione della rete idrica sono passati da 2,3 miliardi di euro (1985) a 0,7 miliardi di euro (2006).  A questo aspetto si aggiunge il fatto che due terzi del consumo di acqua ha una destinazione agricola: 70% uso agricolo, 15% uso civile, 15% uso industriale.  E' quindi evidente che la buona volontà degli utenti privati influisce ben poco sulle cause del problema.

Il rapporto H2O segue di pochi giorni la dichiarazione del ministro dell'Ambiente, Pecoraro Scanio, per la realizzazione di un nuovo piano idrico nazionale per migliorare il ciclo dell'acqua dal prelievo alla depurazione.

20070426

 

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RAPPORTO ONU PREVEDE SCENARI APOCALITTICI SUL CLIMA

Negli ultimi cento anni la temperatura è aumentata di circa un grado. Il rapporto Onu sul clima ha fatto il punto sul cambiamento climatico ipotizzando scenari futuri apocalittici. Secondo il rapporto degli esperti dell'Onu, la temperatura sulla terra potrebbe aumentare ancora dai 2 ai 6,4 gradi centigradi entro il 2100. Una tragedia umanitaria di immani dimensioni.

L'avanzata delle terre aride colpirà soprattutto i paesi in via di sviluppo africani e asiatici. Il fenomeno causerà una progressiva desertificazione delle aree tropicali e subtropicali, costringendo milioni di persone all'emigrazione verso le latitudini più alte. Secondo il rapporto circa 600 milioni di persone potrebbero scendere sotto il livello minimo della sussistenza e della fame mentre per altri tre miliardi di uomini ci saranno serie difficoltà per attingere a fonti d'acqua potabile. Gli esperti quantificano l’impatto sui flussi migratori di 50 milioni di persone già nei prossimi tre anni. I paesi del Mediterraneo non saranno esclusi dalla desertificazione. Grecia, Italia e Spagna subiranno principalmente gli effetti economici del surriscaldamento climatico, la siccità e gli eventi meteorologici più estremi. A forte rischio soprattutto il settore agricolo primario. Ovunque i costi sociali diventeranno preponderanti sui ricavi privati. Non meno importante sarà l’impatto sulla biodiversità. Nel rapporto il 20-30% delle specie vegetali e animali conosciute è considerato come ad elevato rischio d’estinzione per il brusco innalzamento delle temperature e il conseguente stravolgimento degli habitat e delle catene alimentari.

Per la prima volta nella storia il rapporto sul clima sarà discusso dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu il prossimo 17 aprile. Il rapporto e i dati allarmanti che presenta saranno discussi anche nel prossimo G8 di luglio.

Fonte: www.ecoage.it 

 

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