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Ambiente

Come sta il mondo?

fonte: dica33.it

Denutrizione in calo tra i bambini, infezioni da Aids in arretramento, contraccezione in crescita nei paesi in via di sviluppo. Sono alcuni dei progressi registrati da World health statistics 2010, il rapporto dell'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) che fotografa le condizioni di salute in cui vivono le popolazioni del pianeta. Non è statistica fine a se stessa, perché l'intento è quello di misurare la distanza che manca al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo fissati dieci anni fa dalla Dichiarazione del Millennio, con la quale i paesi delle Nazioni Unite si impegnavano a dimezzare entro il 2015 i principali indici di arretratezza nel mondo, dalla fame all'accesso alle risorse idriche e ai farmaci. Ecco i principali dati emersi.

Mortalità infantile e materna

La mortalità infantile, tra il 1990 e il 2008 è scesa di circa il 30%, da 12,4 a 8,8 milioni. Negli ultimi dieci anni si sono registrati progressi incoraggianti, che indicano un'accelerazione nel tasso di declino in tutto il globo, anche se rimangono ancora evidenti disuguaglianze. Per ridurre la mortalità infantile è particolarmente importante intervenire sulla mortalità neonatale: circa il 40% dei decessi sotto i cinque anni avviene infatti nel primo mese di vita, e perlopiù nella prima settimana. Per quel che riguarda la mortalità materna i dati 2005 riferiscono che ogni anno circa mezzo milione di donne muore per complicazioni legate alla gravidanza o al parto. Il rischio più alto si registra in Africa, dove i decessi ammontano a circa 900 ogni 100 mila nati vivi. Per ridurre tale indice è importante garantire maggiore accessibilità ai servizi di pianificazione familiare e migliori cure durante gravidanza, parto e periodo post-parto.

Meno Hiv, più acqua potabile

Nel 2008 le nuove infezioni da Hiv sono state circa 2,7 milioni, con un calo di 16 punti percentuali rispetto al 2000. La disponibilità di trattamenti e cure per questa malattia è in continua espansione e nel 2008 circa 628 mila mamme sieropositive hanno usufruito di terapie antiretrovirali che hanno evitato la trasmissione dell'infezione ai loro bambini. Le disparità tra le varie Regioni nell'accesso alla prevenzione, al trattamento e alla cura rimangono tuttavia molto ampie. Il numero di persone che ha accesso all'acqua potabile è aumentata di dieci punti tra il 1990 e il 2008, dal 77 all'87%. Il tasso di crescita è perfettamente in linea con gli obiettivi della Dichiarazione Onu, ma esistono ancora diverse regioni del globo ben al di sotto di tale media, con forti rischi di esposizione a malattie come l'epatite e il colera. La situazione è particolarmente grave in Africa e in Asia sud-orientale. Quanto all'accesso alle cure in alcune aree del mondo la disponibilità di farmaci erogati dalle autorità pubblica è talmente ridotta da costringere i pazienti ad acquistarli sul mercato privato, con costi mediamente superiori del 630%. Nel 2004, infine, i Paesi in via di sviluppo lamentavano circa 33 milioni di decessi per malattie croniche e incidenti. L'attesa è che questo numero cresca ancora negli anni a venire. Occorrono maggiori interventi sui fattori di rischio come il fumo, le diete poco equilibrate, l'inattività fisica e l'alcol.


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Proteggi i Diritti degli Indigeni - Salva l’Amazzonia!

Il Perù è al centro di violenti scontritra gruppi indigeni che cercano disperatamente di proteggere l’Amazzonia e il governo, che ha esercitato pressione sulla legislatura permettendo l’estrazione intensiva, il disboscamento e la coltivazione su larga scala nella foresta pluviale.

Se il governo e le industrie estrattive avranno la meglio, la foresta pluviale peruviana ed il suo popolo subiranno una massiccia devastazione, con conseguenze disastrose sul clima globale.

Firma l’urgente petizione in basso e sostieni la coraggiosa lotta del popolo indigeno per proteggere l’Amazzonia-- un eminente politico Latino Americano molto rispettato la consegnerà al Presidente Alan Garcia da parte nostra.

Petizione al Presidente del Perù, Alan Garcia:
La esortiamo a cessare immediatamente la soppressione forzata delle proteste indigene, a sospendere leggi che aprano l’Amazzonia alle industrie estrattive, e ad impegnarsi in un dialogo autentico con i gruppi indigeni per porre fine al conflitto e rivolgersi alle loro domande e diritti legittimi.
Firma la petizione!
avaazlogo_it

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Ogni italiano produce 550 kg di spazzatura all'anno. Il totale per l'UE è di 250 miliardi di kg di rifiuti l'anno!

Ogni cittadino italiano nel 2007 ha prodotto 550 chilogrammi di rifiuti, una quantità leggermente superiore alla media europea di 522. Quasi la metà dei rifiuti urbani - il 46%, per l'esattezza, dei rifiuti italiani vengono portati in discarica, e un terzo viene destinato al trattamento biodegradabile attraverso il compostaggio.

Una percentuale quest'ultima di tutto rispetto: la seconda nell'UE dopo quella dell'Austria, secondo i dati appena pubblicati da Eurostat, l'Ufficio statistico dell'Unione europea. Sono al contrario nettamente inferiori, attorno all'11% ciascuna, le percentuali relative all'incenerimento in termovalorizzatori e al riciclaggio.

Per rifiuti urbani si intende non solo il materiale di scarto domestico, ma anche tutti gli scarti prodotti da uffici e piccole imprese presenti sul territorio urbano, che siano inclusi nel sistema di smaltimento municipale, mentre non sono compresi gli scarti provenienti da agricoltura e industria.

In alcuni paesi, specialmente quelli dell'Europa centro-orientale entrati da poco nell'UE, la discarica costituisce la destinazione quasi esclusiva dei rifiuti: in Bulgaria questo è l'unico mezzo di smaltimento esistente, e la situazione è pressoché analoga in altri Paesi come la Lituania, la Polonia, la Romania o Malta, dove questa percentuale supera il 90%. Opposta la situazione nei Paesi del Nord Europa, in cui l'utilizzo delle discariche è ormai quasi sparito, per lasciar spazio a sistemi più "intelligenti" e anche compatibili con la salute pubblica e la tutela di ambiente e paesaggio. In Germania soltanto un chilo di spazzatura su cento finisce in discarica, mentre quasi la metà del totale (46%) viene riciclata, e oltre un terzo bruciata nei termovalorizzatori. Simili percentuali si registrano in Danimarca, dove gli inceneritori eliminano oltre la metà dei rifiuti, in Olanda e in Svezia. I termovalorizzatori, invece, non esistono ancora in molti paesi di recente adesione nell'UE: Bulgaria, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania e Slovenia, ma anche Irlanda e Grecia.

Quanto ai valori assoluti di produzione di rifiuti per persona, il record spetta alla Danimarca, dove ogni cittadino produce in media 801 chilogrammi all'anno: ben oltre i due kg al giorno. Sopra i 700 chili a testa ci sono Irlanda e Cipro. Sono invece i Paesi di nuova adesione all'UE quelli con i dati inferiori, ben al di sotto della media comunitaria di 522 kg: in Repubblica Ceca si arriva a 294 kg all'anno per persona, e si resta al di sotto della soglia di un chilo per persona al giorno anche in Polonia e Slovacchia.

Ma il dato che fa riflettere di più è forse quest'ultimo: moltiplicando i chili pro capite per la popolazione europea (circa 480 milioni di persone) si ottiene la cifra di 250 miliardi di chilogrammi di spazzatura prodotti nell'Unione europea ogni anno. Chi scrive non sa il nome dell'unità di misura che serve per definire una quantità simile, ma anche cosi la portata della questione della gestione e del trattamento di tale quantità sembra evidente.

Matteo Fornara

Rappresentanza a Milano della Commissione Europea

fonte: www.greenplanet.it

 

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NUOVA PRPOSTA DI LEGGE SULLA CACCIA: ECCO LA LISTA DEGLI ORRORI !

Dal Senato della Repubblica parte in questi giorni uno dei più gravi attacchi alla Natura, agli animali selvatici, ai parchi, alla nostra stessa sicurezza: un disegno di legge di totale liberalizzazione della caccia. E´ firmato dal senatore Franco Orsi del P.D.L. e ispirato dalla potente lobby della caccia per ovviare al drastico crollo dei praticanti di questo «sport», che nel giro di poco più di un decennio si sono ridotti dal 1.574.873 del 1985 ai 765.504 del 2009.

Animali usati come zimbelli, caccia nei parchi, riduzione delle aree protette, abbattimenti di orsi, lupi, cani e gatti vaganti e tante altre nefandezze.

La legge 157/1992, l´unica legge che tutela direttamente la fauna selvatica nel nostro Paese, sta per essere fatta a pezzi.



Ecco la lista degli orrori:

- Scompare la definizione di specie superprotette. Animali come il Lupo, l´Orso, le aquile, i fenicotteri, i cigni, le cicogne e tanti altri, in Italia non godranno più delle particolari protezioni previste dalla normativa comunitaria e internazionale.

- Si apre la caccia lungo le rotte di migrazione. Un fatto che arrecherà grande disturbo e incentiverà il bracconaggio, in aree molto importanti per il delicatissimo viaggio e la sosta degli uccelli migratori.

- Totale liberalizzazione dei richiami vivi! Uccelli tenuti “prigionieri” in piccolissime gabbie per attirarne altri. Già oggi questa pessima pratica è consentita, seppure con limitazioni. Ma il senatore Orsi vuole liberalizzarla totalmente sarà possibile detenerne e utilizzarne un numero illimitato. Spariranno gli anelli di riconoscimento per i richiami vivi. Sarà sufficiente un certificato. Uno per tutti! Tutte le specie di uccelli, cacciabili o non cacciabili, potranno essere usate come richiami vivi. Anche le peppole, i fringuelli, i pettirossi.

- Si apre la caccia nei parchi a specie non cacciabili. Un´incredibile formulazione del Testo Orsi rende possibile la caccia in deroga (cioè la caccia alle specie non cacciabili) addirittura nei Parchi e nelle altre aree protette! Saranno punite le regioni che proteggono oltre il 30% del territorio regionale! Norma offensiva! Chi protegge "troppa" natura sarà punito. Come se creare parchi dove la gente e gli animali possano vivere e muoversi sereni, fosse un reato!

- Gli illuminati legislatori della lobby prevedono anche l’abolizione del sequestro delle armi ai bracconieri che se la caverebbero solo con una semplice multa, potendo così ricominciare a sparare appena girato l’angolo.

- Licenza di caccia ai ragazzi di 16 anni, che sono ritenuti immaturi per conseguire la patente di guida o per votare ma che lo sarebbero per girovagare nei boschi e nelle campagne a sparare a tutto quello che si muove.

- Liberalizzato lo sterminio di lupi, orsi, cervi, cani e gatti vaganti eccetera! Un articolo incredibile, che dà a i sindaci poteri di autorizzare interventi di abbattimenti e eradicazione degli animali, in barba alle più elementari norme europee.

- Leggi regionali per cacciare specie non cacciabili. Non sono bastate quattro procedure di infrazione dell´Unione europea, non sono bastate due sentenze della Corte Costituzionale.

- Caccia libera per tutto l’anno nelle aziende faunistiche private.

- Caccia con neve e ghiaccio. Si potrà cacciare anche in presenza di neve e ghiaccio, cioè in momenti di grandi difficoltà per gli animali a reperire cibo, rifugio, calore.

- Ridotta la vigilanza venatoria.


- Cancellato l´Ente Nazionale Protezione Animali dal Comitato tecnico nazionale. Le associazioni ambientaliste presenti nel Comitato sulla 157 saranno ridotte da quattro a tre.


Ecco la dichiarazione fatta da Marco Ciarafoni, presidente del Consiglio Nazionale dell’Arcicaccia.
"L’Arcicaccia ribadisce l’assoluta contrarietà all’ipotesi di caccia nei parchi ventilata attraverso una proposta di legge attualmente in discussione alla Camera. Tale proposta non è supportata da alcuna indicazione tecnico scientifica, appare inquadrabile nella sola logica di aggressione di una buona pratica di gestione compatibile del territorio, produrrebbe situazioni di privilegio tra i cacciatori ed è , in questa fase, a solo uso e consumo di quei “bracconieri dei voti” che escono allo scoperto prima di ogni competizione elettorale. Altra cosa, naturalmente, è la gestione conservativa della fauna selvatica in esubero nelle aree protette che già avviene per legge ( e può essere migliorata con specifiche interpretazioni) attraverso l’utilizzo dei cacciatori nella forma del selecontrollo.
Peraltro con questa proposta si allarga lo stato di preoccupazione di quanti nella società civile e tra le forze sociali ( agricoltori, ambientalisti e cacciatori responsabili ) sono già in allarme per i disegni di legge di smantellamento dell’attuale modello venatorio finalizzati ad introdurre forme di caccia deregolata e consumistica, in totale dispregio anche delle indicazioni dell’Unione Europea.
La caccia , di contro, può essere attività legittima ed utile alla collettività se inserita nel contesto della sostenibilità ambientale e faunistica ( come dimostrano molte esperienze degli Atc e dei Ca ) e se favorisce l’affermazione del sistema della ruralità, anche attraverso forme di integrazione economica.
I veri cacciatori sono contro la barbarie venatoria alla quale tendono queste proposte di legge e continueranno a battersi per la corretta e contestuale applicazione delle attuali leggi sui parchi e sulla caccia e per contrastare l’azione di quei politici e di quelle frange estremiste del mondo venatorio e animalista che vivono le loro “fortune” su uno scontro ideologico di cui il Paese non sente proprio il bisogno avendo su tali materie raggiunto, a suo tempo, un equilibrio accettabile".

 

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Senza polveri si allunga la vita

Le polveri sottili presenti nell’atmosfera, intese come l'insieme delle sostanze sospese in aria (fibre, particelle carboniose, metalli, silice, inquinanti liquidi o solidi), sono un argomento relativamente recente come oggetto di attenzione dell’opinione pubblica e del mondo medico scientifico. Eppure, già alla fine degli anni ’70, l’Environmental Protection Agency (EPA), al solo scopo di ricerca, aveva avviato una rete di monitoraggio di ciò che chiamava particolato inalabile, nell’intervallo di dimensioni tra 15 e 2,5 micron (PM15 e PM2,5).

Uno storico delle PM
Da allora, per arrivare a capire che poteva essere dannoso per la salute sono passati degli anni, durante i quali si sono susseguiti studi sugli effetti negativi e sulla causalità per alcune patologie. Le attenzioni, il monitoraggio e le iniziative si sono focalizzate soprattutto sulle aree urbane, dove il particolato è considerato l'inquinante di maggiore impatto, con sforzi economici e legislativi. Con un’ipotesi di fondo: se si migliora la qualità dell’aria si migliora anche la salute e le condizioni di vita dei cittadini. Al di là del buon senso, che non può che sostenere questa correlazione, se e come il miglioramento sia misurabile è una domanda che necessita di risposte, concrete e su base scientifica. Ora ne arriva una: se si abbassa il livello del particolato nell’aria si assiste a un allungamento della vita. Questa asserzione la fanno, infatti, gli autori di un’analisi, che proprio grazie alle misurazioni pionieristiche dell’EPA continuate poi nei decenni successivi, hanno in mano i dati sull’andamento delle concentrazioni delle polveri sottili (PM2,5) in 51 città americane, in due periodi storici: dalla fine degli anni ’70 ai primi anni ’80 e dalla fine degli anni ’90 ai primi anni del 2000. Dello stesso periodo sono stati raccolti i dati sulla mortalità e con calcoli basati su tavole di sopravvivenza, è stata stimata l’aspettativa di sopravvivenza. Sono stati inclusi i dati di mortalità per tumore al polmone e per broncopneumopatia (BPCO), come misura indiretta dell’esposizione al fumo, fattore di rischio accertato per le due malattie, nonché variabili socioeconomiche e demografiche delle aree interessate.

Più anni respirando meglio
Gli autori sono stati in grado di fare alcune valutazioni oggettive. In primo luogo le concentrazioni delle PM2,5 sono diminuite dagli anni ’80 agli anni ’90, le aspettative di vita sono aumentate negli stessi intervalli di tempo e in entrambi i periodi sussisteva una correlazione negativa tra l’aspettativa di vita e i livelli di inquinamento. Inoltre, anche considerando le variabili l’associazione rimaneva valida e calcolabile come guadagno di circa mezzo anno di vita per ogni calo di 10 microgrammi per metro cubo. Nell’intervallo di tempo considerato il prolungamento della sopravvivenza era stimato di oltre due anni e mezzo. L’influenza delle altre variabili non è trascurabile: in misura diversa hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita e gi effetti possono essersi sovrapposti, ma in ogni caso le evidenze sono incoraggianti. Esiste quindi una molteplicità di fattori che possono condizionare la durata della vita e la qualità dell’aria ci rientra a pieno titolo e avendo prodotto effetti positivi decisamente misurabili, fornisce uno strumento effettivo di valutazione in sede di decisioni operative a indirizzo ambientale.

Simona Zazzetta

Fonti
Fine-particulate air pollution and life expectancy in the United States. Pope CA 3rd, Ezzati M, Dockery DW. N Engl J Med. 2009 Jan 22;360(4):376-86

 

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Il diesel del futuro? Da un fungo

Forse non risolverà il problema dei combustibili fossili, ma la notizia di questi giorni merita comunque una segnalazione. Il ricercatore Gary Strobel avrebbe scoperto un fungo dell’albero Ulmo (della famiglia Eucryphia cordifolia), che produce un vapore dotato di sostanze chimiche molto simili al gasolio.

Biodiesel

La scoperta è avvenuta nella foresta pluviale della Patagonia e, secondo lo scienziato, non sarebbe nè difficile nè oneroso sfruttare questa scoperta per produrre realmente combustibile per autotrazione. Il rilascio del vapore da parte del fungo Gliocladium roseum avviene nutrendosi della cellulosa dell’albelo che lo ospita. Da una attenda analisi chimica della sostanza prodotta, si evincerebbe che oltre all’ottano, vi sono sostanze chimiche che favorirebbero una combustione migliore del diesel che conosciamo noi ed addirittura del bioetanolo prodotto dalla canna da zucchero, tanto da permettere, ipoteticamente, di utilizzare il prodotto del fungo direttamente come combustibile.

Il mico-diesel, così è stato ribattezzato dagli scienziati, grazie alla sua componente chimica ed al modo con cui viene prodotto, fa ben sperare per una piccola produzione in scala ridotta al fine di provare sul campo se realmente questa scoperta possa aiutarci a rispettare anche le nuove normative che l’Unione Europea ha fissato sull’utilizzo di biofuel ovvero: 5.75% entro il 2010 e 10% entro il 2020.

Una cosiderazione in merito l’avevamo già fatta con questo blog, dove la FAO durante il convegno annuale sullo stato dell´alimentazione e dell´agricoltura fece notare che:

“Il biocarburante è un combustibile ottenuto in modo indiretto dalle biomasse: grano, mais, bietola, canna da zucchero, ecc, il problema è che per ottenerlo occorrono vati terreni agricoli convertiti a tale produzione. Questo spinge in alto il prezzo delle derrate alimentari in quanto molti terreni non sono più destinati a colture commestibili. L’altro problema è che il rapporto energetico della filiera, pare non sia così favorevole. Il tutto comunque non risolve il problema della produzione di biofuel, in quanto le quote in gioco sono irrisorie.”

Siamo ancora all’inizio con questo esperimento, pubblicheremo i risultati non appena saranno disponibili.

 

 

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WWF: 'entro il 2030 avremo bisogno di due pianeti per le risorse'

fonte: http://www.ambientenergia.info

Il WWF ha pubblicato il nuovo Living Planet Report 2008, la pubblicazione biennale che fornisce periodicamente informazioni sullo stato di salute dei sistemi naturali del Pianeta, gli effetti causati dall'intervento antropico su di essi e le proposte di soluzioni rispetto alla situazione analizzata. Il WWF pubblica il Living Planet Report dal 1998. I primi tre report sono stati annuali e, dal 2000, il rapporto è diventato biennale.

Secondo il Rapporto il mondo è in 'Recessioneecologica': l'umanità è in debito ecologico neiconfronti del pianeta Terra: consuma un terzo in più di quanto questo possa sostenere tanto che, al ritmo attuale, nel 2035 servirebbe un altro pianeta tutto intero per mantenere gli stessi stili di vita. E dal 1970 a oggi si è perso il 30% di biodiversità. La recente flessione dell'economia mondiale, come si legge nel rapporto, costituisce un duro promemoria delle conseguenze del vivere al di sopra delle nostre possibilità. Ma l'eventualità di una recessione economica è nulla se confrontata alla difficile situazione di credito ecologico che si profila all'orizzonte.

Eppure nonostante questo, fa sapere James P. Leape, Direttore Generale di WWF International, la nostra domanda continua a crescere sotto la spinta
dell'incessante aumento demografico e dei consumi individuali.Attualmente, la nostra impronta globale supera la capacità rigenerativa del Pianeta di circa il 30%. Se la nostradomanda sul Pianeta continuerà a crescere alla stessa velocità,entro metà del decennio 2030-2040, avremo bisogno dell'equivalente di due Pianeti per mantenere i nostri stili di vita. Il rapporto di quest'anno, per la prima volta, calcola l'impattodei nostri consumi sulle risorse idriche della Terra e lanostra vulnerabilità alla carenza idrica in molte aree.

Secondo il Living Planet Report 2008 l'impronta ecologica dell'Italia rispetto ai dati disponibili al 2005 è di 4,8 ettari globali pro capite, biocapacità 1,2 ettari pro capite (popolazione 58 milioni). L'Italia è al 24° posto nella lista delle maggiori impronte ecologiche del mondo. È evidente che se continuiamo imperterriti ad incrementare la nostra impronta ecologica a livello mondiale, non faremo altro che aumentare il nostro debito ecologico, inficiando significativamente le nostre stesse probabilità di sopravvivenza. Se infatti dovesse persistere il trend in uno scenario BAU (Business as Usual) che ci ha condotto ad un livello di "sorpasso", rispetto alle capacità bioproduttive dei nostri sistemi naturali, paragonabile al 30% nel 2005, raggiungeremo il 100% nel decennio del 2030.

Per quanto riguarda l'impronta idrica, l'Italia si trova al 4° posto nella classifica mondiale riguardante l'impronta idrica del consumo, che costituisce il volume totale di risorse idriche utilizzate per produrre i beni e i servizi consumati dagli abitanti della nazione stessa (questo indicatore è costituito da due componenti e cioè l'impronta idrica interna, che è composta dalla quantità di acqua necessaria per produrre beni e servizi realizzati e consumati internamente al paese, e dall'impronta idrica esterna, chederiva dal consumo delle merci importate e calcola, quindi, l'acqua utilizzata per le produzioni dellemerci dal paese esportatore).L'Italia è quindi al 4° posto con un consumo di 2.332 metri cubi pro capite annui (dei quali 1.142 internie 1.190 esterni). Davanti a noi abbiamo, nell'ordine, USA, Grecia e Malesia, dietro di noi, Spagna,Portogallo, Canada ecc.

Per quanto riguarda le emissioni di gas serra nel 2005 hanno raggiunto oltre 580 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, tanto da trasformare l'Italia nel terzo paese europeo per emissioni (eravamo il 5° nel 1990 e il 4° nel 2000). Nel 2006 il dato è salito a 567,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Tra il 1990 e il 2005 le emissioni di gas serra in Italia sono cresciute complessivamente di 62,70 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Nel 2006 le emissioni sono ancora cresciute dello 0,3% rispetto ad una riduzione dello 0,8% su scala europea. L'Italia è uno dei pochi paesi europei (insieme ad Austria, Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna) che ha registrato un incremento delle emissioni rispetto ai valori del 1990. A causa della crescita delle emissioni delle industrie energetiche e dei trasporti, l'Italia non sarà prevedibilmente in condizione di raggiungere l'obiettivo di Kyoto con sole misure domestiche.

Sul ciclo dei rifiuti dal 1997 al 2004 è stato registrato un incremento di quasi il 60% della produzione totale di rifiuti nel nostro paese. Tale produzione è passata da circa 87,5 milioni di tonnellate del 1997 a poco meno di 140 milioni di tonnellate nel 2004. Il tasso medio di crescita annua è stato di circa il 7%. Anche per i rifiuti urbani, dopo una fase di crescita contenuta, si è assistito ad un'accelerazione della produzione con un incremento percentuale, tra il 2003 ed il 2005, del 5,5% raggiungendo una quantità di circa 31,7 milioni di tonnellate. Nel 2006 i rifiuti urbani hanno raggiunto i 32,5 milioni di tonnellate. Il valore pro capite è di 539 kg abitante l'anno.

Segnalata nel rapporto anche la difrficile situazione sulla fragilità territoriale del nostro paese: attualmente circa il 10% del nostro Paese è classificato a elevato rischio a causa di alluvioni, frane e valanghe, interessando totalmente o in parte il territorio di oltre 6.600 comuni italiani. Il censimento aggiornato nel gennaio 2006 indica che su circa 30.000 kmq di aree ad alta criticità, il 58% di esse appartiene ad aree in frana, mentre il 42% ad aree esondabili. I risultati evidenziano una situazione di assoluta fragilità del territorio italiano aggravata dal fatto che più dei 2/3 delle aree esposte a rischio interessano centri urbani, infrastrutture e aree produttive strettamente connesse con lo sviluppo economico e sociale del Paese.

James P. Leape conclude ribadendo la necessità immediata di fare qualcosa per salvare il pianeta e noi stessi:'Sono passati quasi quarant'anni da quando gli astronauti dell'Apollo 8 fotografarono il famoso "sorgere della Terra", offrendo la prima visione del nostro Pianeta. Da allora, nello spazio di due generazioni, il mondo è passato da una situazionedi credito ecologico a una di debito. La specie umana offre innumerevoli riscontri storici di ingenuità e capacità di risolvere i problemi. Lo stesso spirito che portò l'uomo sulla Luna deve essere ora impiegato per liberare le future generazionida un debito ecologico devastante'.

Scarica Living Planet Report 2008 (italiano, pdf)

 

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Cellulari, sfoghi ed eritemi: è colpa del nichel
di Roberto Colombo pubblicata il 17 Ottobre 2008, alle 16:19 nel canale Telefonia
“Con l'aumento dell'uso del cellulare cresce anche la comparsa di eruzioni cutanee sul viso, la colpa è del nichel contenuto nei telefoni”



La diatriba che vede opposti quelli che sostengono che il cellulare sia dannoso e quelli che invece ritengono non esponga a rischi maggiori rispetto a qualsiasi altra cosa con cui entriamo in contatto nella vita quotidiana è sempre aperta, con momenti in cui, nel grande pubblico, fanno più presa le ipotesi dei primi o dei secondi.

Questa volta la BBC riporta di una ricerca lievemente diversa, portata avanti dalla British Association of Dermatologist, che è andata ad analizzare la correlazione esistente tra l'uso del cellulare e la comparsa di sfoghi, eritemi ed eruzioni cutanee nella zona interessata dal contatto con il telefonino.

La spiegazione al fenomeno è molto semplice ed è legata all'allergia al nichel, disturbo che colpisce un numero abbastanza alto di persone. Tasti, cornici cromate, loghi, sono i particolari che più spesso contengono nichel, secondo la ricerca in quasi un telefonino su due.

La soluzione al problema è facilmente intuibile, è sufficiente evitare il contatto della pelle con i particolari metallici incriminati, tramite l'uso di custodie, di auricolari o più radicalmente optando per un modello che non contenga nichel nelle zone a contatto con il viso degli utenti.

Potrebbe essere un'iniziativa interessante, da parte dei produttori, indicare chiaramente se un cellulare è nichel-free esteriormente o quali particolari contengano il metallo.

 

 

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Gli italiani temono l'inquinamento

Fonte: http://www.lanuovaecologia.i

inquinamento

Secondo il Censis i fattori ambientali iniziano e pesare di più rispetto agli stili di vita scorretti. Antidoto ad ansia e stress e ritenuti da molti, erroneamente, efficaci su tutti i fronti, i farmaci sono la nuova panacea

Ambiente e inquinamento: sono loro i nuovi 'spauracchi' per la salute degli italiani. Sulla bilancia della buona forma, insomma, le 'new entry' dei fattori ambientali iniziano e pesare di più rispetto agli stili di vita scorretti, dal fumo all'alcool, verso i quali l'attenzione degli italiani sembra calare. E se da un lato l'ambiente spaventa per i suoi effetti sulla salute, dall'altro gli italiani impauriti ed in cerca di rassicurazioni pensano di aver trovato una nuova 'panacea': i farmaci, antidoto ad ansia e stress e ritenuti da molti, erroneamente, efficaci su tutti i fronti. Tanto che li si vorrebbe in vendita nei supermercati. A fotografare il rapporto tra italiani e salute è il Censis con l'indagine 'Trent'anni di ricerca biomedica e di lotta alle malattié su un campione di 1.000 cittadini, con confronti anche con analoghe indagini realizzate in passato da Censis e Forum per la ricerca biomedica. Questo il quadro disegnato dal Censis.

ITALIANI PRAGMATICI Secondo il 27,6%, stare bene vuol dire "sentirsi in forma ed essere in grado di svolgere le normali attività". A crescere nell'ultimo decennio è il consenso alla definizione di salute come "assenza di malattie", fatta propria da quasi il 22% degli intervistati, con un balzo di 10 punti percentuali.

NON SOLO STILI VITA Cosa conta di più per stare bene? La spinta martellante contro il fumo e altri comportamenti nocivi per la salute sembra aver ridotto i propri effetti. Diminuisce la quota di italiani che individuano nelle abitudini e nello stile di vita i fattori che promuovono la buona salute (-21,6% rispetto al 1998). Cresce invece il richiamo alle condizioni ambientali (indicate dal 22,2%, +10% rispetto al 1998) e ai fattori ereditari (8,9%, +6%). Insomma, "l'impegno soggettivo per la propria salute - è l'analisi del Censis - non basta più, perché giocano un ruolo anche dimensioni che travalicano il singolo, come l'ambiente".

BOOM DELL'AUTOCURA Altro dato, la crescita dell'autocura, ovvero la tendenza a curarsi da sé soprattutto in presenza di patologie lievi. Ma si tratta di un'autocura "matura, responsabile, che non si nutre di ostilità verso gli operatori sanitari". In caso di sintomi gravi, infatti, il 73% degli italiani consulta subito il medico, quota stabile rispetto al 1998. Con sintomi lievi, invece, il 47,6% tenta di curarsi stando a casa, curando alimentazione e riposo; la quota cresce con l'età e il titolo di studio.

FARMACI NUOVA PANACEA Per l'80% degli intervistati il consumo di farmaci è oggi eccessivo, ed il motivo è che il farmaco (afferma il 71%) è visto come un antidoto ad ansia e insicurezza e si pensa che "possa risolvere tutto". L'iperconsumo non è dunque responsabilità dei medici (indicati dall'11,7%) o della industria farmaceutica (10,1%), ma piuttosto della personalità dell'individuo (74,7%). Ma gli italiani sono anche più consapevoli: rispetto ai propri genitori, il 51% ritiene di avere maggiore conoscenza degli effetti collaterali e rischi.

INGEGNERIA GENETICA PER FIGLI BELLI L'ingegneria genetica per avere figli più 'belli' e con performance migliori. Un obiettivo al quale punta un italiano su dieci, anche se il 66% dice sì a questa frontiera della ricerca medica solo a patto che sia volta ad uno scopo terapeutico.

23% USA CURE ALTERNATIVE Le terapie non convenzionali convincono sempre di più gli italiani: il 23,4%, nell'ultimo anno, si è infatti rivolto a cure alternative, e si tratta soprattutto di donne e laureati.

SI' A FARAMCI AL SUPERMARKET Gli italiani promuovono il ervizio sanitario nazionale sulla copertura per i farmaci, anche se non in tutte le regioni, e il 69% è favorevole alla vendita dei medicinali nei supermercati.

17 ottobre 2008

 

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La scomparsa delle api

Un'ape impollina il fiore Bologna, 23 aprile 2008 -Le api stanno morendo in massa, vittime di un mondo sempre più avvelenato. Decine di migliaia di alveari, nell´Italia nord occidentale, si sono svuotati fra la fine marzo e l´inizio aprile. Gli apicoltori attribuiscono la responsabilità ai pesticidi con cui viene trattato il mais prima della semina. Le api sono particolarmente sensibili all´inquinamento, tanto da essere ritenute degli “indicatori biologici”: non sono come le zanzare, che sopportano pressoché tutto.

Si calcola che un terzo dei raccolti sia direttamente legato all´azione impollinatrice delle api. Una frase famosa attribuita ad Albert Einstein recita: “Se le api scomparissero dalla faccia della terra, all´uomo resterebbero solo quattro anni di vita”. Che l’abbia o meno pronunciata il grande scienziato, la sostanza non cambia: un´agricoltura senza api - un mondo senza api - sarebbe impossibile. Non è il ballo soltanto la produzione del miele. Ogni alveare garantisce l´impollinazione su quasi 3.000 ettari. Oltre a moltissime specie vegetali spontanee, un gran numero di colture dipende largamente o esclusivamente dalle api per l´impollinazione: albicocco, mandorlo, ciliegio, fragola, pesco, pero, prugna, zucchina, melone, anguria, kiwi, girasole, colza... Significa che, senza le api, tutti questi raccolti sarebbero scarsi o nulli.

Di cosa muoiono le api? Gli apicoltori attribuiscono direttamente ai pesticidi le morìe di massa e improvvise delle settimane scorse. In concomitanza con la semina del mais, che da qualche anno a questa parte è conciato con pesticidi neurotossici, le arnie si spopolano completamente delle api “bottinatrici”, cioè di quelle che vanno a fare provviste di cibo nei campi. Si salvano le larve e gli adulti più giovano che “lavorano” esclusivamente all´interno dell´alveare.

Però le api muoiono lungo tutto l´arco dell´anno. Il punto di svolta, almeno in Italia, è stato il 2000. Fino ad allora in un anno ne andava perduto il 3-10%, quasi esclusivamente in inverno. Ora ogni anno gli apicoltori devono ricostituire il 40-50% delle colonie, e le morìe sono spalmate durante tutto l´arco dell´anno.

A parte gli episodi, diciamo, acuti - le decine di migliaia di alveari svuotati all´inizio della primavera - le api muoiono soprattutto di varroa, cioè per gli attacchi di un acaro parassita. La varroa però esiste da sempre, e solo da pochi anni le api soccombono così facilmente ai suoi attacchi. Non solo: proprio per far fronte alle morìe, gli apicoltori sono diventati molto attenti e preparati. Prestano alle api cure ed attenzioni costanti, assolutamente impensabili solo pochi anni fa. Ma non serve.

Notizie allarmanti a proposito di morìe di api vengono un po´ da tutto il mondo. Negli Stati Uniti il fenomeno è particolarmente evidente e ha caratteristiche molto peculiari, al momento inspiegabili. Per definirlo, gli studiosi hanno coniato addirittura un nuovo nome: Ccd, Colony collapse disorder. A seconda delle zone, il Ccd ha letteralmente azzerato fra il 30 ed il 90% degli alveari. Si tratta di questo: all´improvviso gli apicoltori trovano le arnie completamente vuote e spopolate. Non si vede una sola ape morta intorno: non si sa dove siano andati a finire gli animali, regina compresa. Le provviste restano intatte: il miele è perfettamente “normale”, tanto che è giudicato anche adatto al consumo umano. E non solo. Le arnie abbandonate dovrebbero immediatamente essere saccheggiate da vari insetti opportunisti. Quelle colpite dal Ccd no: non vengono proprio toccate, come se gli altri esseri viventi le rigettassero per motivi che nessuno ancora è riuscito a capire.

In Italia, e più in generale in Europa, il Ccd pare non sia ancora arrivato. Però le api muoiono lo stesso. Ed è lecito pensare che nello stesso modo, e anzi con un ritmo ancora maggiore, scompaiano altri insetti impollinatori che non vengono accuditi ed allevati dall´uomo, come ad esempio le api selvatiche. Gli studi in proposito sono scarsi, ma si stima che,rispetto al 1980, sia sparito il 52% delle api selvatiche che popolavano la Gran Bretagna, ed il 67% di quelle dei Paesi Bassi.

Impollinazione Le cause? Molteplici, anche se gli imputati sono sempre gli stessi: l´uomo e l´inquinamento. I cambiamenti climatici legati alle attività umane hanno modificato la stagione delle fioriture, le monocolture e i diserbanti hanno “appiattito” il paesaggio rurale e la gamma dei fiori a disposizione. E poi, soprattutto, le campagne sono piene di veleni. In particolare l´Italia, pur avendo una superficie agraria ridotta rispetto ad altri Paesi europei, è al primo posto nell´Unione Europea per il consumo di pesticidi. Ne sparge in un anno ben 7.070 tonnellate, pari al 33% di quelle usate nell´intera Europa dei 25.

L´inquinamento può colpire le api con effetti subdoli. Secondo uno studio della Virginia University, Stati Uniti, coordinato dal ricercatore Jose Fuentes, le sostanze chimiche sparse nell´ambiente attenuano il profumo dei fiori. Le api e gli altri insetti impollinatori non li trovano più, non riescono a “bottinare” e a procurare il cibo. Nelle aree a più elevato inquinamento è distrutto il 90 per cento dell´aroma dei fiori. Sino a 100 anni fa, quando gli ambienti naturali erano meno inquinati, le molecole di profumo rilasciate dai fiori venivano avvertite dalle api ad una distanza di 1.200 metri. Ora la distanza è di 200-300 metri perché le molecole del profumo, portate dal vento, sono alterate dallo "smog fotochimico". L´odore dei fiori diventa irriconoscibile, le api girano a vuoto: non riescono a portare avanti la loro opera di impollinazione né a procurarsi alimenti.

Ma fra tutti i pesticidi la minaccia più grave per le api, hanno concluso gli apicoltori, sono i neonicotinoidi, che colpiscono il sistema nervoso. La prima gravissima morìa di api in concomitanza con la semina del mais conciato con neonicotinoidi si è verificata nella primavera 2007. Dal Friuli al Piemonte, con epicentro in Lombardia e in provincia di Piacenza, circa 20 mila alveari sono stati colpiti da quella che gli apicoltori chiamano “una sindrome chimica”. Alveari al massimo del loro sviluppo primaverile, con anche più di 50.000 insetti, improvvisamente ridotti ad un ammasso di favi pieni di larve e di api neonate: ma nessuna traccia più delle “bottinatrici”, le api più anziane che vanno a far provvista nei campi.

E quest´anno? Le cose, pare, vanno ancora peggio. L´Unaapi, Unione nazionale associazioni apicoltori italiani, ha pubblicato su internet all´inizio di aprile il “bollettino delle morìe” compilato in base alle segnalazioni dei soci. La quasi totalità delle morìe, si legge, si è manifestata in stretta ed evidente connessione con l´uso di sementi di mais conciate con neonicotinoidi e distribuite con seminatrici pneumatiche.

All´Unaapi sono stati segnalati dai soci 6.740 alveari spopolati di “bottinatrici”. L´associazione stima che soltanto una morìa su dieci le sia stata segnalata, e calcola prudenzialmente almeno 40.000 alveari svuotati di “bottinatrici”, tutti nell´Italia nord occidentale. La maggioranza dei casi si è verificata in Lombardia (soprattutto le province di Brescia e Mantova); a seguire il Piemonte, dove sono state particolarmente colpite le zone di Alessandria e Cuneo. In Emilia-Romagna, segnalazioni sono giunte all´Unaapi soltanto dalla provincia di Piacenza: Fiorenzuola d´Arda, per la precisione. Ma il censimento degli “apicidi”, per usare la definizione dell´Unaapi, è fermo ai primi di aprile. È lecito aspettarsi aggiornamenti - se l´ipotesi dell´associazione è esatta - man mano che la semina del granoturco conciato procede anche resto dell´Italia settentrionale.

I neonicotinoidi sono sostanze sistemiche, si diffondono cioè nell´intera pianta, fiori compresi. La concia del seme, infatti, evita buona parte dei trattamenti successivi, e tiene lontani gli insetti nocivi che si nutrono di foglie o di radici fino a uno stadio avanzato dello sviluppo delle piante. L´Università di Udine ha stabilito che dalle seminatrici pneumatiche si verifica una fuoriuscita di sostanza attiva, che si disperde nell´ambiente e si deposita sui fiori. Pertanto le api possono entrare in contatto con l´insetticida durante la raccolta di nettare, polline e acqua. A dosi infinitesimali, secondo gli apicoltori i neonicotinoidi non uccidono le api, ma sono in grado di provocare turbe del comportamento. In pratica fanno perdere l´orientamento, rendendo impossibile agli insetti tornare all´alveare. Inoltre, dicono sempre gli apicoltori, i residui sono persistenti nell´ambiente, e queste sostanze sono particolarmente tossiche per le api.

Gli apicoltori da tempo vorrebbero che, come già è avvenuto in Francia, anche in Italia siano sospesi o sottoposti a vigilanza speciale i preparati a base di neonicotinoidi per la concia delle sementi. Proprio negli scorsi giorni hanno nuovamente presentato la richiesta di sospensione cautelativa dei neonicotinoidi ai ministeri per la Salute e le Politiche agricole attraverso la Regione Piemonte. Per una campagna con meno pesticidi è possibile firmare la petizione on line “Liberi dai veleni” promossa da Apitalia insieme ad altre associazioni ambientaliste.

Fonte: www.ermesambiente.it



Links utili
L'apicoltura in Emilia Romagna - Ermes Ambiente
Le api non trovano più i fiori a causa dell'inquinamento
Il dossier dell'Unaapi sui pesticidi neonicotinoidi e la moria primaverile 2007
I dati raccolti dall'Unaapi sui pesticidi neonicotinoidi e sulle morie nella primavera 2008
La petizione “Liberi dai veleni” promossa da Apitalia e da associazioni ambientaliste
Colony collapse disorder, la misteriosa malattia che colpisce le api americane (in inglese)
Le seminatrici pneumatiche e la semina del mais conciato


Documenti scaricabili
Ascolta l'intervista a Vincenzo Di Salvo (funzionario Servizio Produzioni Animali della direzione generale Agricoltura della Regione) (mp3, 1538 kB)

 

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Il diritto all'acqua per tutti.

 

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La vita sulla terra dipende fortemente dall'acqua. Un uomo medio necessita di almeno 50 litri di acqua al giorno per bere, cucinare, lavarsi e produrre cibo. Ma esistono grosse ineguaglianze nel modo con cui l'acqua e' consumata nel mondo. Non solo le risorse idriche sono scarse in molte zone del mondo, ma spesso sono anche inquinate o distrutte dalle attività umane come i progetti idroelettrici di larga scala, l'inquinamento industriale ed urbano, la deforestazione, l'utilizzo di pesticidi, il trattamento dei rifiuti e le attività di estrazione mineraria. Anche le trasformazioni dell'ecosistema globale causate dai cambiamenti climatici e dalla desertificazione hanno effetti sulla disponibilità di acqua.

La crescente scarsità e l'aumento della domanda d’acqua hanno portato molti a pensare che nel XXI secolo l'acqua potrebbe ricoprire un ruolo sempre più importante come il petrolio, con mercati idrici che diventano preziosi e politicizzati come i mercati petroliferi.

Attualmente il valore globale dell'industria idrica e' stimato intorno agli 800 miliardi di dollari l'anno, ma solo il 5% e' nelle mani del settore privato. Per questo motivo i colossi del settore idrico mirano ad aumentare i loro profitti chiedendo al WTO di rimuovere le barriere al commercio.
La privatizzazione delle risorse idriche è un problema di sempre maggiore importanza. L'acqua è un diritto umano fondamentale visto che non può essere sostituita con nessun altro prodotto e quindi, sebbene la gestione idrica nel pubblico interesse può essere necessaria, questa risorsa vitale non deve essere sottoposta a proprietà privata.

L’allarme è stato lanciato, in particolare, dal Comitato per il Contratto Mondiale sull’Acqua, un coordinamento di ong e associazioni varie, che sostiene la natura di bene comune e patrimonio dell’intera umanità delle acque, e conseguentemente il diritto di tutti ad accedervi poiché l’acqua è innanzitutto un’esigenza vitale.

Va respinta l’idea che il valore dell’acqua possa essere determinato dalle regole di mercato. Nel contempo, essa però è anche una risorsa naturale non illimitata, che va sottoposta ad un uso razionale, senza sprechi e nel rispetto anche delle generazioni future e di tutto l’ambiente.

Man mano che l’«oro blu» si fa più raro (perché le falde sono esaurite o perché inquinate) il processo di mercificazione delle risorse idriche accelera manifestandosi in due diverse forme: l’incremento dei consumi di acqua in bottiglia a scapito di quella del rubinetto e l’affidamento degli acquedotti alla gestione dei privati.

La Banca Mondiale e le istituzioni finanziarie internazionali (IFI), con le multinazionali, chiedono ai paesi poveri di impegnarsi per la privatizzazione del settore in cambio dei prestiti. Gli accordi commerciali vanno nella stessa direzione: richiedono ai paesi di regolare i loro settori idrici e aprirli agli investimenti privati.

Gli strati più poveri della popolazione mondiale hanno disperatamente bisogno dell'acqua e dei servizi igienici, ma l'esperienza dimostra che i poveri vengono ulteriormente marginalizzati quando i governi dei paesi in cui vivono seguono i modelli di privatizzazione. Non potendosi permettere l'allacciamento ai servizi, sono condannati ad usare l'acqua contaminata o a rischio di contaminazione. 
Alcuni dei paesi più poveri del mondo come il Mozambico, il Benin, il Niger, il Rwanda, l'Honduras, lo Yemen, la Tanzania, il Camerun e il Kenya sono stati costretti a privatizzare i sistemi di gestione idrica sotto pressione del FMI e della Banca Mondiale. Ironicamente, gran parte di questi paesi ha privatizzato per ricevere crediti dal Poverty Reduction and Growth Facility (PRGF).

Purtroppo però, invece di ridurre la povertà, per le famiglie meno abbienti la privatizzazione dell'acqua spesso significa non potersi permettere acqua pulita. Per esempio, nel Maggio 2001, il FMI e la BM hanno imposto un aumento del 95% del prezzo delle tariffe per l'acqua in Ghana, raddoppiando il costo medio di un secchio d'acqua.

Un ulteriore aspetto negativo legato alla privatizzazione del settore idrico è dato dal fatto che le IFI non hanno garantito che i programmi di privatizzazione non danneggeranno la popolazione e il pianeta. 
La Banca Mondiale ripropone soltanto un modello fallimentare di sviluppo basato su grandi infrastrutture, tra cui principalmente dighe e sistemi di trasferimento tra bacini acquiferi, e promuove un sempre più forte coinvolgimento del settore privato, senza identificare doveri e responsabilità di questo, nel processo di sviluppo.

E’ inoltre da sottolineare che la privatizzazione non permette di soddisfare i bisogni degli abitanti delle aree rurali e impedisce ai poveri l'accesso alle risorse idriche. Le multinazionali principali hanno anche commesso una serie violazioni ambientali e non sono riuscite a fornire un sistema igienico adeguato.

Il mondo dell'acqua privatizzata e' dominato da due multinazionali Francesi: Suez, che nel 2001 ha avuto ricavi pari a 9 miliardi di dollari, e la Vivendi Universal, con ricavi di 12.2 miliardi. Il valore globale dell'industria idrica e' stimato intorno agli 800 miliardi di dollari l'anno, ma solo il 5% e' nelle mani del settore privato attualmente. Per questo motivo i colossi del settore idrico mirano ad aumentare i loro profitti chiedendo al WTO di rimuovere le barriere commerciali.

L'ONU stima che entro il 2025 la quantità media pro capite d’acqua disponibile diminuirà di un terzo rispetto ad oggi e prevede che 7 miliardi di persone in 60 paesi potrebbero rischiare scarsità d’acqua entro il 2050 quando la popolazione globale sarà composta da 9.3 miliardi di individui. I cambiamenti climatici aggraveranno le siccità o aumenteranno la piovosità e le temperature. La FAO dice che l'agricoltura e' responsabile del 70% dei consumi mondiali di acqua, per questo l'organizzazione suggerisce il miglioramento dell'efficienza idrica: l'irrigazione e' estremamente inefficiente, infatti nei sistemi agricoli altamente irrigati circa il 60% dell'acqua va persa. L'industria invece e' responsabile del 20% dei consumi, mentre l'uso domestico rappresenta il 10%.

Un problema invece che bisognerebbe marginare al più presto sono gli sprechi: da monte a valle, cioè dal momento del prelievo alla sua uscita dal rubinetto, quasi un terzo dell’acqua si perde a causa della scarsa efficienza della rete distributiva. E i colossi che sfruttano la sete mondiale non chiedono di meglio…

ALCUNI FATTI SULL'ACQUA
-L'acqua dolce disponibile rappresenta meno dell'1% dell'acqua presente sulla terra. Il resto e' acqua di mare, o e' sottoforma di ghiaccio come nelle regioni polari. L'acqua dolce e' naturalmente rinnovabile solo tramite la pioggia, ad un ritmo di 40-50,000 chilometri cubi all'anno.
-31 paesi e oltre 1 miliardo di persone non hanno accesso ad acqua pulita.
-Oltre 5 milioni di persone, soprattutto bambini, muoiono ogni anno per le malattie causate dall'acqua potabile di bassa qualità.
-Ogni 8 secondi muore un bambino a causa dell'uso di acqua contaminata.
-I profitti annuali del settore petrolifero sono meno della metà di quelli del settore idrico. Ma solo il 5% dell'acqua del mondo e' attualmente nelle mani del settore privato.
-Nel secolo passato oltre la metà delle paludi del pianeta sono state distrutte dallo sviluppo economico e dalla conversione ad altri usi. Le paludi sono importanti ecosistemi per la salute dei sistemi naturali e per le popolazioni perché agiscono come filtri e come tamponi per le inondazioni.
-Le falde che forniscono un terzo dell'acqua per la parte continentale degli USA sono sfruttate ad una velocità 8 volte superiore i ritmi di rigenerazione.
-In India, alcune famiglie pagano il 25% del loro reddito per l'acqua.
-La produzione di chip per computer utilizza 18 mln di litri d'acqua al giorno. A livello globale, l'industria usa ogni giorno 1.5 trilioni di litri di acqua e produce 300 miliardi di litri di acque di scarico (sempre su base giornaliera).
-Nel 1996 sono state vendute 56 miliardi di litri d'acqua imbottigliata e si prevede che le vendite raggiungeranno i 143 miliardi di litri entro il 2006. Gli Americani hanno consumato oltre 17 miliardi di litri di acqua imbottigliata nel 1999 a un costo di circa 5 miliardi di dollari.

Fonti:

http://www.frillieditori.com/books/qualcunobere_speciale2.htm

http://ecquologia.it/sito/pag574.map?action=single&field.joined.id=23429&field.joined.singleid=23604

http://www.fareverde.it/informati/dossier_acqua.php

http://italy.peacelink.org

 



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