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Ambiente

Come sta il mondo?

fonte: dica33.it

Denutrizione in calo tra i bambini, infezioni da Aids in arretramento, contraccezione in crescita nei paesi in via di sviluppo. Sono alcuni dei progressi registrati da World health statistics 2010, il rapporto dell'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) che fotografa le condizioni di salute in cui vivono le popolazioni del pianeta. Non è statistica fine a se stessa, perché l'intento è quello di misurare la distanza che manca al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo fissati dieci anni fa dalla Dichiarazione del Millennio, con la quale i paesi delle Nazioni Unite si impegnavano a dimezzare entro il 2015 i principali indici di arretratezza nel mondo, dalla fame all'accesso alle risorse idriche e ai farmaci. Ecco i principali dati emersi.

Mortalità infantile e materna

La mortalità infantile, tra il 1990 e il 2008 è scesa di circa il 30%, da 12,4 a 8,8 milioni. Negli ultimi dieci anni si sono registrati progressi incoraggianti, che indicano un'accelerazione nel tasso di declino in tutto il globo, anche se rimangono ancora evidenti disuguaglianze. Per ridurre la mortalità infantile è particolarmente importante intervenire sulla mortalità neonatale: circa il 40% dei decessi sotto i cinque anni avviene infatti nel primo mese di vita, e perlopiù nella prima settimana. Per quel che riguarda la mortalità materna i dati 2005 riferiscono che ogni anno circa mezzo milione di donne muore per complicazioni legate alla gravidanza o al parto. Il rischio più alto si registra in Africa, dove i decessi ammontano a circa 900 ogni 100 mila nati vivi. Per ridurre tale indice è importante garantire maggiore accessibilità ai servizi di pianificazione familiare e migliori cure durante gravidanza, parto e periodo post-parto.

Meno Hiv, più acqua potabile

Nel 2008 le nuove infezioni da Hiv sono state circa 2,7 milioni, con un calo di 16 punti percentuali rispetto al 2000. La disponibilità di trattamenti e cure per questa malattia è in continua espansione e nel 2008 circa 628 mila mamme sieropositive hanno usufruito di terapie antiretrovirali che hanno evitato la trasmissione dell'infezione ai loro bambini. Le disparità tra le varie Regioni nell'accesso alla prevenzione, al trattamento e alla cura rimangono tuttavia molto ampie. Il numero di persone che ha accesso all'acqua potabile è aumentata di dieci punti tra il 1990 e il 2008, dal 77 all'87%. Il tasso di crescita è perfettamente in linea con gli obiettivi della Dichiarazione Onu, ma esistono ancora diverse regioni del globo ben al di sotto di tale media, con forti rischi di esposizione a malattie come l'epatite e il colera. La situazione è particolarmente grave in Africa e in Asia sud-orientale. Quanto all'accesso alle cure in alcune aree del mondo la disponibilità di farmaci erogati dalle autorità pubblica è talmente ridotta da costringere i pazienti ad acquistarli sul mercato privato, con costi mediamente superiori del 630%. Nel 2004, infine, i Paesi in via di sviluppo lamentavano circa 33 milioni di decessi per malattie croniche e incidenti. L'attesa è che questo numero cresca ancora negli anni a venire. Occorrono maggiori interventi sui fattori di rischio come il fumo, le diete poco equilibrate, l'inattività fisica e l'alcol.

Proteggi i Diritti degli Indigeni - Salva l’Amazzonia!

Il Perù è al centro di violenti scontritra gruppi indigeni che cercano disperatamente di proteggere l’Amazzonia e il governo, che ha esercitato pressione sulla legislatura permettendo l’estrazione intensiva, il disboscamento e la coltivazione su larga scala nella foresta pluviale.

Se il governo e le industrie estrattive avranno la meglio, la foresta pluviale peruviana ed il suo popolo subiranno una massiccia devastazione, con conseguenze disastrose sul clima globale.

Firma l’urgente petizione in basso e sostieni la coraggiosa lotta del popolo indigeno per proteggere l’Amazzonia-- un eminente politico Latino Americano molto rispettato la consegnerà al Presidente Alan Garcia da parte nostra.

Petizione al Presidente del Perù, Alan Garcia:
La esortiamo a cessare immediatamente la soppressione forzata delle proteste indigene, a sospendere leggi che aprano l’Amazzonia alle industrie estrattive, e ad impegnarsi in un dialogo autentico con i gruppi indigeni per porre fine al conflitto e rivolgersi alle loro domande e diritti legittimi.
Firma la petizione!
avaazlogo_it

Ogni italiano produce 550 kg di spazzatura all'anno. Il totale per l'UE è di 250 miliardi di kg di rifiuti l'anno!

Ogni cittadino italiano nel 2007 ha prodotto 550 chilogrammi di rifiuti, una quantità leggermente superiore alla media europea di 522. Quasi la metà dei rifiuti urbani - il 46%, per l'esattezza, dei rifiuti italiani vengono portati in discarica, e un terzo viene destinato al trattamento biodegradabile attraverso il compostaggio.

Una percentuale quest'ultima di tutto rispetto: la seconda nell'UE dopo quella dell'Austria, secondo i dati appena pubblicati da Eurostat, l'Ufficio statistico dell'Unione europea. Sono al contrario nettamente inferiori, attorno all'11% ciascuna, le percentuali relative all'incenerimento in termovalorizzatori e al riciclaggio.

Per rifiuti urbani si intende non solo il materiale di scarto domestico, ma anche tutti gli scarti prodotti da uffici e piccole imprese presenti sul territorio urbano, che siano inclusi nel sistema di smaltimento municipale, mentre non sono compresi gli scarti provenienti da agricoltura e industria.

In alcuni paesi, specialmente quelli dell'Europa centro-orientale entrati da poco nell'UE, la discarica costituisce la destinazione quasi esclusiva dei rifiuti: in Bulgaria questo è l'unico mezzo di smaltimento esistente, e la situazione è pressoché analoga in altri Paesi come la Lituania, la Polonia, la Romania o Malta, dove questa percentuale supera il 90%. Opposta la situazione nei Paesi del Nord Europa, in cui l'utilizzo delle discariche è ormai quasi sparito, per lasciar spazio a sistemi più "intelligenti" e anche compatibili con la salute pubblica e la tutela di ambiente e paesaggio. In Germania soltanto un chilo di spazzatura su cento finisce in discarica, mentre quasi la metà del totale (46%) viene riciclata, e oltre un terzo bruciata nei termovalorizzatori. Simili percentuali si registrano in Danimarca, dove gli inceneritori eliminano oltre la metà dei rifiuti, in Olanda e in Svezia. I termovalorizzatori, invece, non esistono ancora in molti paesi di recente adesione nell'UE: Bulgaria, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania e Slovenia, ma anche Irlanda e Grecia.

Quanto ai valori assoluti di produzione di rifiuti per persona, il record spetta alla Danimarca, dove ogni cittadino produce in media 801 chilogrammi all'anno: ben oltre i due kg al giorno. Sopra i 700 chili a testa ci sono Irlanda e Cipro. Sono invece i Paesi di nuova adesione all'UE quelli con i dati inferiori, ben al di sotto della media comunitaria di 522 kg: in Repubblica Ceca si arriva a 294 kg all'anno per persona, e si resta al di sotto della soglia di un chilo per persona al giorno anche in Polonia e Slovacchia.

Ma il dato che fa riflettere di più è forse quest'ultimo: moltiplicando i chili pro capite per la popolazione europea (circa 480 milioni di persone) si ottiene la cifra di 250 miliardi di chilogrammi di spazzatura prodotti nell'Unione europea ogni anno. Chi scrive non sa il nome dell'unità di misura che serve per definire una quantità simile, ma anche cosi la portata della questione della gestione e del trattamento di tale quantità sembra evidente.

Matteo Fornara

Rappresentanza a Milano della Commissione Europea

fonte: www.greenplanet.it

 

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NUOVA PRPOSTA DI LEGGE SULLA CACCIA: ECCO LA LISTA DEGLI ORRORI !

Dal Senato della Repubblica parte in questi giorni uno dei più gravi attacchi alla Natura, agli animali selvatici, ai parchi, alla nostra stessa sicurezza: un disegno di legge di totale liberalizzazione della caccia. E´ firmato dal senatore Franco Orsi del P.D.L. e ispirato dalla potente lobby della caccia per ovviare al drastico crollo dei praticanti di questo «sport», che nel giro di poco più di un decennio si sono ridotti dal 1.574.873 del 1985 ai 765.504 del 2009.

Animali usati come zimbelli, caccia nei parchi, riduzione delle aree protette, abbattimenti di orsi, lupi, cani e gatti vaganti e tante altre nefandezze.

La legge 157/1992, l´unica legge che tutela direttamente la fauna selvatica nel nostro Paese, sta per essere fatta a pezzi.



Ecco la lista degli orrori:

- Scompare la definizione di specie superprotette. Animali come il Lupo, l´Orso, le aquile, i fenicotteri, i cigni, le cicogne e tanti altri, in Italia non godranno più delle particolari protezioni previste dalla normativa comunitaria e internazionale.

- Si apre la caccia lungo le rotte di migrazione. Un fatto che arrecherà grande disturbo e incentiverà il bracconaggio, in aree molto importanti per il delicatissimo viaggio e la sosta degli uccelli migratori.

- Totale liberalizzazione dei richiami vivi! Uccelli tenuti “prigionieri” in piccolissime gabbie per attirarne altri. Già oggi questa pessima pratica è consentita, seppure con limitazioni. Ma il senatore Orsi vuole liberalizzarla totalmente sarà possibile detenerne e utilizzarne un numero illimitato. Spariranno gli anelli di riconoscimento per i richiami vivi. Sarà sufficiente un certificato. Uno per tutti! Tutte le specie di uccelli, cacciabili o non cacciabili, potranno essere usate come richiami vivi. Anche le peppole, i fringuelli, i pettirossi.

- Si apre la caccia nei parchi a specie non cacciabili. Un´incredibile formulazione del Testo Orsi rende possibile la caccia in deroga (cioè la caccia alle specie non cacciabili) addirittura nei Parchi e nelle altre aree protette! Saranno punite le regioni che proteggono oltre il 30% del territorio regionale! Norma offensiva! Chi protegge "troppa" natura sarà punito. Come se creare parchi dove la gente e gli animali possano vivere e muoversi sereni, fosse un reato!

- Gli illuminati legislatori della lobby prevedono anche l’abolizione del sequestro delle armi ai bracconieri che se la caverebbero solo con una semplice multa, potendo così ricominciare a sparare appena girato l’angolo.

- Licenza di caccia ai ragazzi di 16 anni, che sono ritenuti immaturi per conseguire la patente di guida o per votare ma che lo sarebbero per girovagare nei boschi e nelle campagne a sparare a tutto quello che si muove.

- Liberalizzato lo sterminio di lupi, orsi, cervi, cani e gatti vaganti eccetera! Un articolo incredibile, che dà a i sindaci poteri di autorizzare interventi di abbattimenti e eradicazione degli animali, in barba alle più elementari norme europee.

- Leggi regionali per cacciare specie non cacciabili. Non sono bastate quattro procedure di infrazione dell´Unione europea, non sono bastate due sentenze della Corte Costituzionale.

- Caccia libera per tutto l’anno nelle aziende faunistiche private.

- Caccia con neve e ghiaccio. Si potrà cacciare anche in presenza di neve e ghiaccio, cioè in momenti di grandi difficoltà per gli animali a reperire cibo, rifugio, calore.

- Ridotta la vigilanza venatoria.


- Cancellato l´Ente Nazionale Protezione Animali dal Comitato tecnico nazionale. Le associazioni ambientaliste presenti nel Comitato sulla 157 saranno ridotte da quattro a tre.


Ecco la dichiarazione fatta da Marco Ciarafoni, presidente del Consiglio Nazionale dell’Arcicaccia.
"L’Arcicaccia ribadisce l’assoluta contrarietà all’ipotesi di caccia nei parchi ventilata attraverso una proposta di legge attualmente in discussione alla Camera. Tale proposta non è supportata da alcuna indicazione tecnico scientifica, appare inquadrabile nella sola logica di aggressione di una buona pratica di gestione compatibile del territorio, produrrebbe situazioni di privilegio tra i cacciatori ed è , in questa fase, a solo uso e consumo di quei “bracconieri dei voti” che escono allo scoperto prima di ogni competizione elettorale. Altra cosa, naturalmente, è la gestione conservativa della fauna selvatica in esubero nelle aree protette che già avviene per legge ( e può essere migliorata con specifiche interpretazioni) attraverso l’utilizzo dei cacciatori nella forma del selecontrollo.
Peraltro con questa proposta si allarga lo stato di preoccupazione di quanti nella società civile e tra le forze sociali ( agricoltori, ambientalisti e cacciatori responsabili ) sono già in allarme per i disegni di legge di smantellamento dell’attuale modello venatorio finalizzati ad introdurre forme di caccia deregolata e consumistica, in totale dispregio anche delle indicazioni dell’Unione Europea.
La caccia , di contro, può essere attività legittima ed utile alla collettività se inserita nel contesto della sostenibilità ambientale e faunistica ( come dimostrano molte esperienze degli Atc e dei Ca ) e se favorisce l’affermazione del sistema della ruralità, anche attraverso forme di integrazione economica.
I veri cacciatori sono contro la barbarie venatoria alla quale tendono queste proposte di legge e continueranno a battersi per la corretta e contestuale applicazione delle attuali leggi sui parchi e sulla caccia e per contrastare l’azione di quei politici e di quelle frange estremiste del mondo venatorio e animalista che vivono le loro “fortune” su uno scontro ideologico di cui il Paese non sente proprio il bisogno avendo su tali materie raggiunto, a suo tempo, un equilibrio accettabile".

 

Senza polveri si allunga la vita

Le polveri sottili presenti nell’atmosfera, intese come l'insieme delle sostanze sospese in aria (fibre, particelle carboniose, metalli, silice, inquinanti liquidi o solidi), sono un argomento relativamente recente come oggetto di attenzione dell’opinione pubblica e del mondo medico scientifico. Eppure, già alla fine degli anni ’70, l’Environmental Protection Agency (EPA), al solo scopo di ricerca, aveva avviato una rete di monitoraggio di ciò che chiamava particolato inalabile, nell’intervallo di dimensioni tra 15 e 2,5 micron (PM15 e PM2,5).

Uno storico delle PM
Da allora, per arrivare a capire che poteva essere dannoso per la salute sono passati degli anni, durante i quali si sono susseguiti studi sugli effetti negativi e sulla causalità per alcune patologie. Le attenzioni, il monitoraggio e le iniziative si sono focalizzate soprattutto sulle aree urbane, dove il particolato è considerato l'inquinante di maggiore impatto, con sforzi economici e legislativi. Con un’ipotesi di fondo: se si migliora la qualità dell’aria si migliora anche la salute e le condizioni di vita dei cittadini. Al di là del buon senso, che non può che sostenere questa correlazione, se e come il miglioramento sia misurabile è una domanda che necessita di risposte, concrete e su base scientifica. Ora ne arriva una: se si abbassa il livello del particolato nell’aria si assiste a un allungamento della vita. Questa asserzione la fanno, infatti, gli autori di un’analisi, che proprio grazie alle misurazioni pionieristiche dell’EPA continuate poi nei decenni successivi, hanno in mano i dati sull’andamento delle concentrazioni delle polveri sottili (PM2,5) in 51 città americane, in due periodi storici: dalla fine degli anni ’70 ai primi anni ’80 e dalla fine degli anni ’90 ai primi anni del 2000. Dello stesso periodo sono stati raccolti i dati sulla mortalità e con calcoli basati su tavole di sopravvivenza, è stata stimata l’aspettativa di sopravvivenza. Sono stati inclusi i dati di mortalità per tumore al polmone e per broncopneumopatia (BPCO), come misura indiretta dell’esposizione al fumo, fattore di rischio accertato per le due malattie, nonché variabili socioeconomiche e demografiche delle aree interessate.

Più anni respirando meglio
Gli autori sono stati in grado di fare alcune valutazioni oggettive. In primo luogo le concentrazioni delle PM2,5 sono diminuite dagli anni ’80 agli anni ’90, le aspettative di vita sono aumentate negli stessi intervalli di tempo e in entrambi i periodi sussisteva una correlazione negativa tra l’aspettativa di vita e i livelli di inquinamento. Inoltre, anche considerando le variabili l’associazione rimaneva valida e calcolabile come guadagno di circa mezzo anno di vita per ogni calo di 10 microgrammi per metro cubo. Nell’intervallo di tempo considerato il prolungamento della sopravvivenza era stimato di oltre due anni e mezzo. L’influenza delle altre variabili non è trascurabile: in misura diversa hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita e gi effetti possono essersi sovrapposti, ma in ogni caso le evidenze sono incoraggianti. Esiste quindi una molteplicità di fattori che possono condizionare la durata della vita e la qualità dell’aria ci rientra a pieno titolo e avendo prodotto effetti positivi decisamente misurabili, fornisce uno strumento effettivo di valutazione in sede di decisioni operative a indirizzo ambientale.

Simona Zazzetta

Fonti
Fine-particulate air pollution and life expectancy in the United States. Pope CA 3rd, Ezzati M, Dockery DW. N Engl J Med. 2009 Jan 22;360(4):376-86

 

Il diesel del futuro? Da un fungo

Forse non risolverà il problema dei combustibili fossili, ma la notizia di questi giorni merita comunque una segnalazione. Il ricercatore Gary Strobel avrebbe scoperto un fungo dell’albero Ulmo (della famiglia Eucryphia cordifolia), che produce un vapore dotato di sostanze chimiche molto simili al gasolio.

Biodiesel

La scoperta è avvenuta nella foresta pluviale della Patagonia e, secondo lo scienziato, non sarebbe nè difficile nè oneroso sfruttare questa scoperta per produrre realmente combustibile per autotrazione. Il rilascio del vapore da parte del fungo Gliocladium roseum avviene nutrendosi della cellulosa dell’albelo che lo ospita. Da una attenda analisi chimica della sostanza prodotta, si evincerebbe che oltre all’ottano, vi sono sostanze chimiche che favorirebbero una combustione migliore del diesel che conosciamo noi ed addirittura del bioetanolo prodotto dalla canna da zucchero, tanto da permettere, ipoteticamente, di utilizzare il prodotto del fungo direttamente come combustibile.

Il mico-diesel, così è stato ribattezzato dagli scienziati, grazie alla sua componente chimica ed al modo con cui viene prodotto, fa ben sperare per una piccola produzione in scala ridotta al fine di provare sul campo se realmente questa scoperta possa aiutarci a rispettare anche le nuove normative che l’Unione Europea ha fissato sull’utilizzo di biofuel ovvero: 5.75% entro il 2010 e 10% entro il 2020.

Una cosiderazione in merito l’avevamo già fatta con questo blog, dove la FAO durante il convegno annuale sullo stato dell´alimentazione e dell´agricoltura fece notare che:

“Il biocarburante è un combustibile ottenuto in modo indiretto dalle biomasse: grano, mais, bietola, canna da zucchero, ecc, il problema è che per ottenerlo occorrono vati terreni agricoli convertiti a tale produzione. Questo spinge in alto il prezzo delle derrate alimentari in quanto molti terreni non sono più destinati a colture commestibili. L’altro problema è che il rapporto energetico della filiera, pare non sia così favorevole. Il tutto comunque non risolve il problema della produzione di biofuel, in quanto le quote in gioco sono irrisorie.”

Siamo ancora all’inizio con questo esperimento, pubblicheremo i risultati non appena saranno disponibili.

 

 

WWF: 'entro il 2030 avremo bisogno di due pianeti per le risorse'

fonte: http://www.ambientenergia.info

Il WWF ha pubblicato il nuovo Living Planet Report 2008, la pubblicazione biennale che fornisce periodicamente informazioni sullo stato di salute dei sistemi naturali del Pianeta, gli effetti causati dall'intervento antropico su di essi e le proposte di soluzioni rispetto alla situazione analizzata. Il WWF pubblica il Living Planet Report dal 1998. I primi tre report sono stati annuali e, dal 2000, il rapporto è diventato biennale.

Secondo il Rapporto il mondo è in 'Recessioneecologica': l'umanità è in debito ecologico neiconfronti del pianeta Terra: consuma un terzo in più di quanto questo possa sostenere tanto che, al ritmo attuale, nel 2035 servirebbe un altro pianeta tutto intero per mantenere gli stessi stili di vita. E dal 1970 a oggi si è perso il 30% di biodiversità. La recente flessione dell'economia mondiale, come si legge nel rapporto, costituisce un duro promemoria delle conseguenze del vivere al di sopra delle nostre possibilità. Ma l'eventualità di una recessione economica è nulla se confrontata alla difficile situazione di credito ecologico che si profila all'orizzonte.

Eppure nonostante questo, fa sapere James P. Leape, Direttore Generale di WWF International, la nostra domanda continua a crescere sotto la spinta
dell'incessante aumento demografico e dei consumi individuali.Attualmente, la nostra impronta globale supera la capacità rigenerativa del Pianeta di circa il 30%. Se la nostradomanda sul Pianeta continuerà a crescere alla stessa velocità,entro metà del decennio 2030-2040, avremo bisogno dell'equivalente di due Pianeti per mantenere i nostri stili di vita. Il rapporto di quest'anno, per la prima volta, calcola l'impattodei nostri consumi sulle risorse idriche della Terra e lanostra vulnerabilità alla carenza idrica in molte aree.

Secondo il Living Planet Report 2008 l'impronta ecologica dell'Italia rispetto ai dati disponibili al 2005 è di 4,8 ettari globali pro capite, biocapacità 1,2 ettari pro capite (popolazione 58 milioni). L'Italia è al 24° posto nella lista delle maggiori impronte ecologiche del mondo. È evidente che se continuiamo imperterriti ad incrementare la nostra impronta ecologica a livello mondiale, non faremo altro che aumentare il nostro debito ecologico, inficiando significativamente le nostre stesse probabilità di sopravvivenza. Se infatti dovesse persistere il trend in uno scenario BAU (Business as Usual) che ci ha condotto ad un livello di "sorpasso", rispetto alle capacità bioproduttive dei nostri sistemi naturali, paragonabile al 30% nel 2005, raggiungeremo il 100% nel decennio del 2030.

Per quanto riguarda l'impronta idrica, l'Italia si trova al 4° posto nella classifica mondiale riguardante l'impronta idrica del consumo, che costituisce il volume totale di risorse idriche utilizzate per produrre i beni e i servizi consumati dagli abitanti della nazione stessa (questo indicatore è costituito da due componenti e cioè l'impronta idrica interna, che è composta dalla quantità di acqua necessaria per produrre beni e servizi realizzati e consumati internamente al paese, e dall'impronta idrica esterna, chederiva dal consumo delle merci importate e calcola, quindi, l'acqua utilizzata per le produzioni dellemerci dal paese esportatore).L'Italia è quindi al 4° posto con un consumo di 2.332 metri cubi pro capite annui (dei quali 1.142 internie 1.190 esterni). Davanti a noi abbiamo, nell'ordine, USA, Grecia e Malesia, dietro di noi, Spagna,Portogallo, Canada ecc.

Per quanto riguarda le emissioni di gas serra nel 2005 hanno raggiunto oltre 580 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, tanto da trasformare l'Italia nel terzo paese europeo per emissioni (eravamo il 5° nel 1990 e il 4° nel 2000). Nel 2006 il dato è salito a 567,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Tra il 1990 e il 2005 le emissioni di gas serra in Italia sono cresciute complessivamente di 62,70 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Nel 2006 le emissioni sono ancora cresciute dello 0,3% rispetto ad una riduzione dello 0,8% su scala europea. L'Italia è uno dei pochi paesi europei (insieme ad Austria, Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna) che ha registrato un incremento delle emissioni rispetto ai valori del 1990. A causa della crescita delle emissioni delle industrie energetiche e dei trasporti, l'Italia non sarà prevedibilmente in condizione di raggiungere l'obiettivo di Kyoto con sole misure domestiche.

Sul ciclo dei rifiuti dal 1997 al 2004 è stato registrato un incremento di quasi il 60% della produzione totale di rifiuti nel nostro paese. Tale produzione è passata da circa 87,5 milioni di tonnellate del 1997 a poco meno di 140 milioni di tonnellate nel 2004. Il tasso medio di crescita annua è stato di circa il 7%. Anche per i rifiuti urbani, dopo una fase di crescita contenuta, si è assistito ad un'accelerazione della produzione con un incremento percentuale, tra il 2003 ed il 2005, del 5,5% raggiungendo una quantità di circa 31,7 milioni di tonnellate. Nel 2006 i rifiuti urbani hanno raggiunto i 32,5 milioni di tonnellate. Il valore pro capite è di 539 kg abitante l'anno.

Segnalata nel rapporto anche la difrficile situazione sulla fragilità territoriale del nostro paese: attualmente circa il 10% del nostro Paese è classificato a elevato rischio a causa di alluvioni, frane e valanghe, interessando totalmente o in parte il territorio di oltre 6.600 comuni italiani. Il censimento aggiornato nel gennaio 2006 indica che su circa 30.000 kmq di aree ad alta criticità, il 58% di esse appartiene ad aree in frana, mentre il 42% ad aree esondabili. I risultati evidenziano una situazione di assoluta fragilità del territorio italiano aggravata dal fatto che più dei 2/3 delle aree esposte a rischio interessano centri urbani, infrastrutture e aree produttive strettamente connesse con lo sviluppo economico e sociale del Paese.

James P. Leape conclude ribadendo la necessità immediata di fare qualcosa per salvare il pianeta e noi stessi:'Sono passati quasi quarant'anni da quando gli astronauti dell'Apollo 8 fotografarono il famoso "sorgere della Terra", offrendo la prima visione del nostro Pianeta. Da allora, nello spazio di due generazioni, il mondo è passato da una situazionedi credito ecologico a una di debito. La specie umana offre innumerevoli riscontri storici di ingenuità e capacità di risolvere i problemi. Lo stesso spirito che portò l'uomo sulla Luna deve essere ora impiegato per liberare le future generazionida un debito ecologico devastante'.

Scarica Living Planet Report 2008 (italiano, pdf)

 


Cellulari, sfoghi ed eritemi: è colpa del nichel
di Roberto Colombo pubblicata il 17 Ottobre 2008, alle 16:19 nel canale Telefonia
“Con l'aumento dell'uso del cellulare cresce anche la comparsa di eruzioni cutanee sul viso, la colpa è del nichel contenuto nei telefoni”



La diatriba che vede opposti quelli che sostengono che il cellulare sia dannoso e quelli che invece ritengono non esponga a rischi maggiori rispetto a qualsiasi altra cosa con cui entriamo in contatto nella vita quotidiana è sempre aperta, con momenti in cui, nel grande pubblico, fanno più presa le ipotesi dei primi o dei secondi.

Questa volta la BBC riporta di una ricerca lievemente diversa, portata avanti dalla British Association of Dermatologist, che è andata ad analizzare la correlazione esistente tra l'uso del cellulare e la comparsa di sfoghi, eritemi ed eruzioni cutanee nella zona interessata dal contatto con il telefonino.

La spiegazione al fenomeno è molto semplice ed è legata all'allergia al nichel, disturbo che colpisce un numero abbastanza alto di persone. Tasti, cornici cromate, loghi, sono i particolari che più spesso contengono nichel, secondo la ricerca in quasi un telefonino su due.

La soluzione al problema è facilmente intuibile, è sufficiente evitare il contatto della pelle con i particolari metallici incriminati, tramite l'uso di custodie, di auricolari o più radicalmente optando per un modello che non contenga nichel nelle zone a contatto con il viso degli utenti.

Potrebbe essere un'iniziativa interessante, da parte dei produttori, indicare chiaramente se un cellulare è nichel-free esteriormente o quali particolari contengano il metallo.

 

 

Gli italiani temono l'inquinamento

Fonte: http://www.lanuovaecologia.i

inquinamento

Secondo il Censis i fattori ambientali iniziano e pesare di più rispetto agli stili di vita scorretti. Antidoto ad ansia e stress e ritenuti da molti, erroneamente, efficaci su tutti i fronti, i farmaci sono la nuova panacea

Ambiente e inquinamento: sono loro i nuovi 'spauracchi' per la salute degli italiani. Sulla bilancia della buona forma, insomma, le 'new entry' dei fattori ambientali iniziano e pesare di più rispetto agli stili di vita scorretti, dal fumo all'alcool, verso i quali l'attenzione degli italiani sembra calare. E se da un lato l'ambiente spaventa per i suoi effetti sulla salute, dall'altro gli italiani impauriti ed in cerca di rassicurazioni pensano di aver trovato una nuova 'panacea': i farmaci, antidoto ad ansia e stress e ritenuti da molti, erroneamente, efficaci su tutti i fronti. Tanto che li si vorrebbe in vendita nei supermercati. A fotografare il rapporto tra italiani e salute è il Censis con l'indagine 'Trent'anni di ricerca biomedica e di lotta alle malattié su un campione di 1.000 cittadini, con confronti anche con analoghe indagini realizzate in passato da Censis e Forum per la ricerca biomedica. Questo il quadro disegnato dal Censis.

ITALIANI PRAGMATICI Secondo il 27,6%, stare bene vuol dire "sentirsi in forma ed essere in grado di svolgere le normali attività". A crescere nell'ultimo decennio è il consenso alla definizione di salute come "assenza di malattie", fatta propria da quasi il 22% degli intervistati, con un balzo di 10 punti percentuali.

NON SOLO STILI VITA Cosa conta di più per stare bene? La spinta martellante contro il fumo e altri comportamenti nocivi per la salute sembra aver ridotto i propri effetti. Diminuisce la quota di italiani che individuano nelle abitudini e nello stile di vita i fattori che promuovono la buona salute (-21,6% rispetto al 1998). Cresce invece il richiamo alle condizioni ambientali (indicate dal 22,2%, +10% rispetto al 1998) e ai fattori ereditari (8,9%, +6%). Insomma, "l'impegno soggettivo per la propria salute - è l'analisi del Censis - non basta più, perché giocano un ruolo anche dimensioni che travalicano il singolo, come l'ambiente".

BOOM DELL'AUTOCURA Altro dato, la crescita dell'autocura, ovvero la tendenza a curarsi da sé soprattutto in presenza di patologie lievi. Ma si tratta di un'autocura "matura, responsabile, che non si nutre di ostilità verso gli operatori sanitari". In caso di sintomi gravi, infatti, il 73% degli italiani consulta subito il medico, quota stabile rispetto al 1998. Con sintomi lievi, invece, il 47,6% tenta di curarsi stando a casa, curando alimentazione e riposo; la quota cresce con l'età e il titolo di studio.

FARMACI NUOVA PANACEA Per l'80% degli intervistati il consumo di farmaci è oggi eccessivo, ed il motivo è che il farmaco (afferma il 71%) è visto come un antidoto ad ansia e insicurezza e si pensa che "possa risolvere tutto". L'iperconsumo non è dunque responsabilità dei medici (indicati dall'11,7%) o della industria farmaceutica (10,1%), ma piuttosto della personalità dell'individuo (74,7%). Ma gli italiani sono anche più consapevoli: rispetto ai propri genitori, il 51% ritiene di avere maggiore conoscenza degli effetti collaterali e rischi.

INGEGNERIA GENETICA PER FIGLI BELLI L'ingegneria genetica per avere figli più 'belli' e con performance migliori. Un obiettivo al quale punta un italiano su dieci, anche se il 66% dice sì a questa frontiera della ricerca medica solo a patto che sia volta ad uno scopo terapeutico.

23% USA CURE ALTERNATIVE Le terapie non convenzionali convincono sempre di più gli italiani: il 23,4%, nell'ultimo anno, si è infatti rivolto a cure alternative, e si tratta soprattutto di donne e laureati.

SI' A FARAMCI AL SUPERMARKET Gli italiani promuovono il ervizio sanitario nazionale sulla copertura per i farmaci, anche se non in tutte le regioni, e il 69% è favorevole alla vendita dei medicinali nei supermercati.

17 ottobre 2008

 

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La scomparsa delle api

Un'ape impollina il fiore Bologna, 23 aprile 2008 -Le api stanno morendo in massa, vittime di un mondo sempre più avvelenato. Decine di migliaia di alveari, nell´Italia nord occidentale, si sono svuotati fra la fine marzo e l´inizio aprile. Gli apicoltori attribuiscono la responsabilità ai pesticidi con cui viene trattato il mais prima della semina. Le api sono particolarmente sensibili all´inquinamento, tanto da essere ritenute degli “indicatori biologici”: non sono come le zanzare, che sopportano pressoché tutto.

Si calcola che un terzo dei raccolti sia direttamente legato all´azione impollinatrice delle api. Una frase famosa attribuita ad Albert Einstein recita: “Se le api scomparissero dalla faccia della terra, all´uomo resterebbero solo quattro anni di vita”. Che l’abbia o meno pronunciata il grande scienziato, la sostanza non cambia: un´agricoltura senza api - un mondo senza api - sarebbe impossibile. Non è il ballo soltanto la produzione del miele. Ogni alveare garantisce l´impollinazione su quasi 3.000 ettari. Oltre a moltissime specie vegetali spontanee, un gran numero di colture dipende largamente o esclusivamente dalle api per l´impollinazione: albicocco, mandorlo, ciliegio, fragola, pesco, pero, prugna, zucchina, melone, anguria, kiwi, girasole, colza... Significa che, senza le api, tutti questi raccolti sarebbero scarsi o nulli.

Di cosa muoiono le api? Gli apicoltori attribuiscono direttamente ai pesticidi le morìe di massa e improvvise delle settimane scorse. In concomitanza con la semina del mais, che da qualche anno a questa parte è conciato con pesticidi neurotossici, le arnie si spopolano completamente delle api “bottinatrici”, cioè di quelle che vanno a fare provviste di cibo nei campi. Si salvano le larve e gli adulti più giovano che “lavorano” esclusivamente all´interno dell´alveare.

Però le api muoiono lungo tutto l´arco dell´anno. Il punto di svolta, almeno in Italia, è stato il 2000. Fino ad allora in un anno ne andava perduto il 3-10%, quasi esclusivamente in inverno. Ora ogni anno gli apicoltori devono ricostituire il 40-50% delle colonie, e le morìe sono spalmate durante tutto l´arco dell´anno.

A parte gli episodi, diciamo, acuti - le decine di migliaia di alveari svuotati all´inizio della primavera - le api muoiono soprattutto di varroa, cioè per gli attacchi di un acaro parassita. La varroa però esiste da sempre, e solo da pochi anni le api soccombono così facilmente ai suoi attacchi. Non solo: proprio per far fronte alle morìe, gli apicoltori sono diventati molto attenti e preparati. Prestano alle api cure ed attenzioni costanti, assolutamente impensabili solo pochi anni fa. Ma non serve.

Notizie allarmanti a proposito di morìe di api vengono un po´ da tutto il mondo. Negli Stati Uniti il fenomeno è particolarmente evidente e ha caratteristiche molto peculiari, al momento inspiegabili. Per definirlo, gli studiosi hanno coniato addirittura un nuovo nome: Ccd, Colony collapse disorder. A seconda delle zone, il Ccd ha letteralmente azzerato fra il 30 ed il 90% degli alveari. Si tratta di questo: all´improvviso gli apicoltori trovano le arnie completamente vuote e spopolate. Non si vede una sola ape morta intorno: non si sa dove siano andati a finire gli animali, regina compresa. Le provviste restano intatte: il miele è perfettamente “normale”, tanto che è giudicato anche adatto al consumo umano. E non solo. Le arnie abbandonate dovrebbero immediatamente essere saccheggiate da vari insetti opportunisti. Quelle colpite dal Ccd no: non vengono proprio toccate, come se gli altri esseri viventi le rigettassero per motivi che nessuno ancora è riuscito a capire.

In Italia, e più in generale in Europa, il Ccd pare non sia ancora arrivato. Però le api muoiono lo stesso. Ed è lecito pensare che nello stesso modo, e anzi con un ritmo ancora maggiore, scompaiano altri insetti impollinatori che non vengono accuditi ed allevati dall´uomo, come ad esempio le api selvatiche. Gli studi in proposito sono scarsi, ma si stima che,rispetto al 1980, sia sparito il 52% delle api selvatiche che popolavano la Gran Bretagna, ed il 67% di quelle dei Paesi Bassi.

Impollinazione Le cause? Molteplici, anche se gli imputati sono sempre gli stessi: l´uomo e l´inquinamento. I cambiamenti climatici legati alle attività umane hanno modificato la stagione delle fioriture, le monocolture e i diserbanti hanno “appiattito” il paesaggio rurale e la gamma dei fiori a disposizione. E poi, soprattutto, le campagne sono piene di veleni. In particolare l´Italia, pur avendo una superficie agraria ridotta rispetto ad altri Paesi europei, è al primo posto nell´Unione Europea per il consumo di pesticidi. Ne sparge in un anno ben 7.070 tonnellate, pari al 33% di quelle usate nell´intera Europa dei 25.

L´inquinamento può colpire le api con effetti subdoli. Secondo uno studio della Virginia University, Stati Uniti, coordinato dal ricercatore Jose Fuentes, le sostanze chimiche sparse nell´ambiente attenuano il profumo dei fiori. Le api e gli altri insetti impollinatori non li trovano più, non riescono a “bottinare” e a procurare il cibo. Nelle aree a più elevato inquinamento è distrutto il 90 per cento dell´aroma dei fiori. Sino a 100 anni fa, quando gli ambienti naturali erano meno inquinati, le molecole di profumo rilasciate dai fiori venivano avvertite dalle api ad una distanza di 1.200 metri. Ora la distanza è di 200-300 metri perché le molecole del profumo, portate dal vento, sono alterate dallo "smog fotochimico". L´odore dei fiori diventa irriconoscibile, le api girano a vuoto: non riescono a portare avanti la loro opera di impollinazione né a procurarsi alimenti.

Ma fra tutti i pesticidi la minaccia più grave per le api, hanno concluso gli apicoltori, sono i neonicotinoidi, che colpiscono il sistema nervoso. La prima gravissima morìa di api in concomitanza con la semina del mais conciato con neonicotinoidi si è verificata nella primavera 2007. Dal Friuli al Piemonte, con epicentro in Lombardia e in provincia di Piacenza, circa 20 mila alveari sono stati colpiti da quella che gli apicoltori chiamano “una sindrome chimica”. Alveari al massimo del loro sviluppo primaverile, con anche più di 50.000 insetti, improvvisamente ridotti ad un ammasso di favi pieni di larve e di api neonate: ma nessuna traccia più delle “bottinatrici”, le api più anziane che vanno a far provvista nei campi.

E quest´anno? Le cose, pare, vanno ancora peggio. L´Unaapi, Unione nazionale associazioni apicoltori italiani, ha pubblicato su internet all´inizio di aprile il “bollettino delle morìe” compilato in base alle segnalazioni dei soci. La quasi totalità delle morìe, si legge, si è manifestata in stretta ed evidente connessione con l´uso di sementi di mais conciate con neonicotinoidi e distribuite con seminatrici pneumatiche.

All´Unaapi sono stati segnalati dai soci 6.740 alveari spopolati di “bottinatrici”. L´associazione stima che soltanto una morìa su dieci le sia stata segnalata, e calcola prudenzialmente almeno 40.000 alveari svuotati di “bottinatrici”, tutti nell´Italia nord occidentale. La maggioranza dei casi si è verificata in Lombardia (soprattutto le province di Brescia e Mantova); a seguire il Piemonte, dove sono state particolarmente colpite le zone di Alessandria e Cuneo. In Emilia-Romagna, segnalazioni sono giunte all´Unaapi soltanto dalla provincia di Piacenza: Fiorenzuola d´Arda, per la precisione. Ma il censimento degli “apicidi”, per usare la definizione dell´Unaapi, è fermo ai primi di aprile. È lecito aspettarsi aggiornamenti - se l´ipotesi dell´associazione è esatta - man mano che la semina del granoturco conciato procede anche resto dell´Italia settentrionale.

I neonicotinoidi sono sostanze sistemiche, si diffondono cioè nell´intera pianta, fiori compresi. La concia del seme, infatti, evita buona parte dei trattamenti successivi, e tiene lontani gli insetti nocivi che si nutrono di foglie o di radici fino a uno stadio avanzato dello sviluppo delle piante. L´Università di Udine ha stabilito che dalle seminatrici pneumatiche si verifica una fuoriuscita di sostanza attiva, che si disperde nell´ambiente e si deposita sui fiori. Pertanto le api possono entrare in contatto con l´insetticida durante la raccolta di nettare, polline e acqua. A dosi infinitesimali, secondo gli apicoltori i neonicotinoidi non uccidono le api, ma sono in grado di provocare turbe del comportamento. In pratica fanno perdere l´orientamento, rendendo impossibile agli insetti tornare all´alveare. Inoltre, dicono sempre gli apicoltori, i residui sono persistenti nell´ambiente, e queste sostanze sono particolarmente tossiche per le api.

Gli apicoltori da tempo vorrebbero che, come già è avvenuto in Francia, anche in Italia siano sospesi o sottoposti a vigilanza speciale i preparati a base di neonicotinoidi per la concia delle sementi. Proprio negli scorsi giorni hanno nuovamente presentato la richiesta di sospensione cautelativa dei neonicotinoidi ai ministeri per la Salute e le Politiche agricole attraverso la Regione Piemonte. Per una campagna con meno pesticidi è possibile firmare la petizione on line “Liberi dai veleni” promossa da Apitalia insieme ad altre associazioni ambientaliste.

Fonte: www.ermesambiente.it



Links utili
L'apicoltura in Emilia Romagna - Ermes Ambiente
Le api non trovano più i fiori a causa dell'inquinamento
Il dossier dell'Unaapi sui pesticidi neonicotinoidi e la moria primaverile 2007
I dati raccolti dall'Unaapi sui pesticidi neonicotinoidi e sulle morie nella primavera 2008
La petizione “Liberi dai veleni” promossa da Apitalia e da associazioni ambientaliste
Colony collapse disorder, la misteriosa malattia che colpisce le api americane (in inglese)
Le seminatrici pneumatiche e la semina del mais conciato


Documenti scaricabili
Ascolta l'intervista a Vincenzo Di Salvo (funzionario Servizio Produzioni Animali della direzione generale Agricoltura della Regione) (mp3, 1538 kB)

 

Il diritto all'acqua per tutti.

 

acqua1

La vita sulla terra dipende fortemente dall'acqua. Un uomo medio necessita di almeno 50 litri di acqua al giorno per bere, cucinare, lavarsi e produrre cibo. Ma esistono grosse ineguaglianze nel modo con cui l'acqua e' consumata nel mondo. Non solo le risorse idriche sono scarse in molte zone del mondo, ma spesso sono anche inquinate o distrutte dalle attività umane come i progetti idroelettrici di larga scala, l'inquinamento industriale ed urbano, la deforestazione, l'utilizzo di pesticidi, il trattamento dei rifiuti e le attività di estrazione mineraria. Anche le trasformazioni dell'ecosistema globale causate dai cambiamenti climatici e dalla desertificazione hanno effetti sulla disponibilità di acqua.

La crescente scarsità e l'aumento della domanda d’acqua hanno portato molti a pensare che nel XXI secolo l'acqua potrebbe ricoprire un ruolo sempre più importante come il petrolio, con mercati idrici che diventano preziosi e politicizzati come i mercati petroliferi.

Attualmente il valore globale dell'industria idrica e' stimato intorno agli 800 miliardi di dollari l'anno, ma solo il 5% e' nelle mani del settore privato. Per questo motivo i colossi del settore idrico mirano ad aumentare i loro profitti chiedendo al WTO di rimuovere le barriere al commercio.
La privatizzazione delle risorse idriche è un problema di sempre maggiore importanza. L'acqua è un diritto umano fondamentale visto che non può essere sostituita con nessun altro prodotto e quindi, sebbene la gestione idrica nel pubblico interesse può essere necessaria, questa risorsa vitale non deve essere sottoposta a proprietà privata.

L’allarme è stato lanciato, in particolare, dal Comitato per il Contratto Mondiale sull’Acqua, un coordinamento di ong e associazioni varie, che sostiene la natura di bene comune e patrimonio dell’intera umanità delle acque, e conseguentemente il diritto di tutti ad accedervi poiché l’acqua è innanzitutto un’esigenza vitale.

Va respinta l’idea che il valore dell’acqua possa essere determinato dalle regole di mercato. Nel contempo, essa però è anche una risorsa naturale non illimitata, che va sottoposta ad un uso razionale, senza sprechi e nel rispetto anche delle generazioni future e di tutto l’ambiente.

Man mano che l’«oro blu» si fa più raro (perché le falde sono esaurite o perché inquinate) il processo di mercificazione delle risorse idriche accelera manifestandosi in due diverse forme: l’incremento dei consumi di acqua in bottiglia a scapito di quella del rubinetto e l’affidamento degli acquedotti alla gestione dei privati.

La Banca Mondiale e le istituzioni finanziarie internazionali (IFI), con le multinazionali, chiedono ai paesi poveri di impegnarsi per la privatizzazione del settore in cambio dei prestiti. Gli accordi commerciali vanno nella stessa direzione: richiedono ai paesi di regolare i loro settori idrici e aprirli agli investimenti privati.

Gli strati più poveri della popolazione mondiale hanno disperatamente bisogno dell'acqua e dei servizi igienici, ma l'esperienza dimostra che i poveri vengono ulteriormente marginalizzati quando i governi dei paesi in cui vivono seguono i modelli di privatizzazione. Non potendosi permettere l'allacciamento ai servizi, sono condannati ad usare l'acqua contaminata o a rischio di contaminazione. 
Alcuni dei paesi più poveri del mondo come il Mozambico, il Benin, il Niger, il Rwanda, l'Honduras, lo Yemen, la Tanzania, il Camerun e il Kenya sono stati costretti a privatizzare i sistemi di gestione idrica sotto pressione del FMI e della Banca Mondiale. Ironicamente, gran parte di questi paesi ha privatizzato per ricevere crediti dal Poverty Reduction and Growth Facility (PRGF).

Purtroppo però, invece di ridurre la povertà, per le famiglie meno abbienti la privatizzazione dell'acqua spesso significa non potersi permettere acqua pulita. Per esempio, nel Maggio 2001, il FMI e la BM hanno imposto un aumento del 95% del prezzo delle tariffe per l'acqua in Ghana, raddoppiando il costo medio di un secchio d'acqua.

Un ulteriore aspetto negativo legato alla privatizzazione del settore idrico è dato dal fatto che le IFI non hanno garantito che i programmi di privatizzazione non danneggeranno la popolazione e il pianeta. 
La Banca Mondiale ripropone soltanto un modello fallimentare di sviluppo basato su grandi infrastrutture, tra cui principalmente dighe e sistemi di trasferimento tra bacini acquiferi, e promuove un sempre più forte coinvolgimento del settore privato, senza identificare doveri e responsabilità di questo, nel processo di sviluppo.

E’ inoltre da sottolineare che la privatizzazione non permette di soddisfare i bisogni degli abitanti delle aree rurali e impedisce ai poveri l'accesso alle risorse idriche. Le multinazionali principali hanno anche commesso una serie violazioni ambientali e non sono riuscite a fornire un sistema igienico adeguato.

Il mondo dell'acqua privatizzata e' dominato da due multinazionali Francesi: Suez, che nel 2001 ha avuto ricavi pari a 9 miliardi di dollari, e la Vivendi Universal, con ricavi di 12.2 miliardi. Il valore globale dell'industria idrica e' stimato intorno agli 800 miliardi di dollari l'anno, ma solo il 5% e' nelle mani del settore privato attualmente. Per questo motivo i colossi del settore idrico mirano ad aumentare i loro profitti chiedendo al WTO di rimuovere le barriere commerciali.

L'ONU stima che entro il 2025 la quantità media pro capite d’acqua disponibile diminuirà di un terzo rispetto ad oggi e prevede che 7 miliardi di persone in 60 paesi potrebbero rischiare scarsità d’acqua entro il 2050 quando la popolazione globale sarà composta da 9.3 miliardi di individui. I cambiamenti climatici aggraveranno le siccità o aumenteranno la piovosità e le temperature. La FAO dice che l'agricoltura e' responsabile del 70% dei consumi mondiali di acqua, per questo l'organizzazione suggerisce il miglioramento dell'efficienza idrica: l'irrigazione e' estremamente inefficiente, infatti nei sistemi agricoli altamente irrigati circa il 60% dell'acqua va persa. L'industria invece e' responsabile del 20% dei consumi, mentre l'uso domestico rappresenta il 10%.

Un problema invece che bisognerebbe marginare al più presto sono gli sprechi: da monte a valle, cioè dal momento del prelievo alla sua uscita dal rubinetto, quasi un terzo dell’acqua si perde a causa della scarsa efficienza della rete distributiva. E i colossi che sfruttano la sete mondiale non chiedono di meglio…

ALCUNI FATTI SULL'ACQUA
-L'acqua dolce disponibile rappresenta meno dell'1% dell'acqua presente sulla terra. Il resto e' acqua di mare, o e' sottoforma di ghiaccio come nelle regioni polari. L'acqua dolce e' naturalmente rinnovabile solo tramite la pioggia, ad un ritmo di 40-50,000 chilometri cubi all'anno.
-31 paesi e oltre 1 miliardo di persone non hanno accesso ad acqua pulita.
-Oltre 5 milioni di persone, soprattutto bambini, muoiono ogni anno per le malattie causate dall'acqua potabile di bassa qualità.
-Ogni 8 secondi muore un bambino a causa dell'uso di acqua contaminata.
-I profitti annuali del settore petrolifero sono meno della metà di quelli del settore idrico. Ma solo il 5% dell'acqua del mondo e' attualmente nelle mani del settore privato.
-Nel secolo passato oltre la metà delle paludi del pianeta sono state distrutte dallo sviluppo economico e dalla conversione ad altri usi. Le paludi sono importanti ecosistemi per la salute dei sistemi naturali e per le popolazioni perché agiscono come filtri e come tamponi per le inondazioni.
-Le falde che forniscono un terzo dell'acqua per la parte continentale degli USA sono sfruttate ad una velocità 8 volte superiore i ritmi di rigenerazione.
-In India, alcune famiglie pagano il 25% del loro reddito per l'acqua.
-La produzione di chip per computer utilizza 18 mln di litri d'acqua al giorno. A livello globale, l'industria usa ogni giorno 1.5 trilioni di litri di acqua e produce 300 miliardi di litri di acque di scarico (sempre su base giornaliera).
-Nel 1996 sono state vendute 56 miliardi di litri d'acqua imbottigliata e si prevede che le vendite raggiungeranno i 143 miliardi di litri entro il 2006. Gli Americani hanno consumato oltre 17 miliardi di litri di acqua imbottigliata nel 1999 a un costo di circa 5 miliardi di dollari.

Fonti:

http://www.frillieditori.com/books/qualcunobere_speciale2.htm

http://ecquologia.it/sito/pag574.map?action=single&field.joined.id=23429&field.joined.singleid=23604

http://www.fareverde.it/informati/dossier_acqua.php

http://italy.peacelink.org

 



Il più importante studio sui rischi
del telefonino continua a ritardare

I dati emersi rimangono misteriosamente in attesa
di pubblicazione

 

 

(Lapresse)

Le informazioni contenute nello studio Interphone – un progetto internazionale da 15 milioni di euro coordinato dall'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) per identificare possibili relazioni tra tumori di testa e collo e utilizzo dei telefoni cellulari – avrebbero dovuto essere rese pubbliche più o meno tre anni fa, ma i ricercatori coinvolti nel progetto continuano a tergiversare e non si decidono a rivelare i risultati della ricerca. Come mai?

SOSPETTI – Secondo indiscrezioni, il motivo di tale ritardo risiederebbe nel fatto che le informazioni raccolte negli ultimi 10 anni nei 13 Paesi interessati dall'indagine confermerebbero la pericolosità del dispositivo portatile più popolare del mondo. Ma la spiegazione ufficiale di tale ritardo è un'altra. A quanto pare, infatti, gli scienziati sono divisi: stanno discutendo dell'attendibilità dei dati forniti dai pazienti e non riescono ad accordarsi sull'interpretazione degli stessi in rapporto alle emissioni elettromagnetiche. Come ha spiegato l'oncologo svedese Lennart Hardell, la «memoria fallibile» di chi è malato di tumore al cervello è il motivo principe del disaccordo tra gli specialisti: secondo alcuni, le informazioni fornite dai pazienti che hanno partecipato alla ricerca potrebbero non essere attendibili, e questo vizierebbe di fatto i risultati del rapporto Interphone. Quindi pubblicare i dati così come sono «non sarebbe onesto nei confronti dei consumatori: lo studio è stato pagato con soldi pubblici e gli scienziati hanno una responsabilità», ha sottolineato Hardell.

PUBBLICAZIONI E CAUTELA – Tuttavia, alcune delle nazioni coinvolte nel progetto hanno già pubblicato parte dei risultati, rivelando dati poco rassicuranti. Come per esempio che il rischio di ammalarsi di tumore è più elevato per i cosiddetti heavy users, ossia coloro che hanno utilizzato il cellulare sempre dallo stesso lato della testa per un periodo di tempo superiore ai 10 anni, Ma la World Health Organization la Commissione europea hanno provveduto ad avvertire che fino a quando lo studio Interphone non sarà ufficialmente reso pubblico, qualsiasi conclusione sui rischi derivanti dall'uso del telefonino non potrà essere considerata attendibile. E a quanti seguitano a chiedere quando saranno finalmente diffusi i dati di Interphone, i responsabili rifilano sempre la solita risposta standard: «Se tutto va bene, presto».

Alessandra Carboni
30 giugno 2008(ultima modifica: 01 luglio 2008)

Link all'articolo originale

Una malattia su tre è colpa dell'ambiente

Secondo la stima dei medici circa il 75 per cento delle malattie è colpa dello smog e di stili di vita sbagliati

Tutelare l'ambiente per salvaguardare la salute. Una necessità non più rinviabile come dimostrano i 'numeri': il 75% delle malattie e delle cause di morte è legato proprio al degrado ambientale e a stili di vita scorretti. Ne sono convinti i medici italiani che a Padova vareranno la 'Carta per la tutela della Salute e dell'Ambiente', nel corso di un convegno sul tema. L'incontro è organizzato dall'Ordine dei medici e degli odontoiatri di Padova, insieme alla Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), con il contributo dell'Associazione nazionale dei medici per l'Ambiente (Isde) e si svolge presso l'Accademia Galileiana di Scienze Lettere ed Arti di Padova. Obiettivo del convegno, spiega una nota della Fnomceo, "individuare tutte le strategie efficaci e in grado di agire sulle condizioni socio-ambientali, cercando di ridurre il peso di tante malattie che gravano sulla collettività". A Padova, dunque, i medici italiani, dopo aver fatto la 'diagnosi' e individuato gli strumenti terapeutici detteranno la loro ricetta per uno sviluppo sostenibile in grado tutelare la salute 'curando' l'ambiente. "Le esposizioni a sostanze nocive, ai rifiuti e all'inquinamento atmosferico - dicono i medici - sono tra le maggiori cause dei pericoli per la salute. Secondo la più recente letteratura, danni possono esserci anche a causa delle tante sostanze chimiche che usiamo quotidianamente: la maggior parte, infatti, non è ancora stata adeguatamente testata e valutata per la sua sicurezza". La 'Carta per la tutela della salute e dell'ambiente' è frutto di un anno di lavoro comune tra Fnomceo e Isde Italia, e metterà, nero su bianco, i principi per una corretta analisi e gestione dei problemi ambientali. Una sorta di vademecum che stabilirà il percorso da seguire. "La Carta di Padova - dice Maurizio Benato, vicepresidente Fnomceo, che del convegno padovano è ospite e promotore - stabilisce l'approccio metodologico attraverso il quale attuare la prevenzione". Dello stesso parere il presidente della Fnomceo, Amedeo Bianco. "La tutela della salute e dell'ambiente - conclude - è un dovere per il medico e una sfida per la medicina".


L'allarme viene dalla Gran Bretagna: "Il mondo rischia guerre per l'acqua"

fonte: http://qn.quotidiano.net/

Il sottosegretario Thomas: "Le forniture idriche rischiano di diventare la causa di conflitti internazionali". E 2,6 miliardi di persone, tra cui 980 milioni di bambini, non hanno ancora accesso ai servizi igienici

Roma, 22 marzo 2008 - Il mondo rischia un futuro di "guerre per l'acqua" se la comunità internazionale non adotterà misure adeguate per scongiurare carenze di risorse idriche e servizi sanitari. "Se non interveniamo - dice all'Independent il Sottosegretario britannico per lo sviluppo internazionale, Gareth Thomas - la verità è che le forniture idriche rischiano di diventare la causa di conflitti internazionali negli anni a venire. Dobbiamo investire ora per evitare di pagarne il prezzo in futuro".

Oggi cade la Giornata mondiale dell'Acqua, dedicata quest'anno al tema dell'Importanza dei servizi igienici, a cui non hanno ancora accesso 2,6 miliardi di persone, esposte a diversi rischi sanitari. Di questi, 980 milioni sono bambini.

Per l'occasione, una coalizione di 27 organizzazioni internazionali ha inviato una lettera al premier britannico Gordon Brown per sollecitare un intervento a favore delle persone che non hanno accesso alle risorse idriche. "E' fondamentale affrontare la crisi dell'acqua e dei servizi sanitari se si vuole che l'azione dei Millennium Goal abbia successo, perchè questa rischia di minare i passi avanti fatti nel settore della salute, dell'istruzione e dell'ambiente - si legge nella missiva - ogni anno 443 giorni scolastici vengono persi a livello mondiale a causa della diarrea e 1,8 milioni di bambini muoiono di queste malattie che possono essere prevenute".

La strategia di sicurezza nazionale messa a punto da Downing Street riconosce nell'acqua uno dei fattori che potrebbe portare "instabilità, fallimento di stati o conflitti". Nel documento, si afferma che "l'aumento delle temperature, unito a rigidità atmosferiche, determinerà una maggiore richiesta di risorse idriche".

"Non c'è dubbio che i cambiamenti climatici sono potenzialmente la causa principale di uno stress idrico - ha sottolineato un esperto di Greepeace, Charlie Kronick - se la media della temperatura globale aumenterà di oltre due gradi rispetto ai livelli pre-industriali, ci saranno dai 2 ai 3 miliardi di persone potenzialmente senza accesso all'acqua. E' una questione molto seria".

Cade oggi la Giornata mondiale dell'Acqua, anche se le celebrazioni ufficiali si sono svolte due giorni fa a Ginevra. L'Assemblea generale dell'Onu scelse la data del 22 marzo dopo la Conferenza su Ambiente e sviluppo svoltasi nel 1992 a Rio de Janeiro. Quest'anno la Giornata è dedicata al tema dell'Importanza dei servizi igienici, a cui non hanno ancora accesso 2,6 miliardi di persone, esposte a diversi rischi sanitari. Di questi, 980 milioni sono bambini.

 

 

Un nuovo studio scientifico ufficiale conferma il rischio aumentato di tumori intorno alle antenne della telefonia mobile

(Ndlr de Next-up: Lo studio epidemiologico completo 111 pagine in tedesco )

Il Ministero della Sanità Austriaco esamina i risultati della sintesi della alta concentrazione di tumori nella periferia a 200 metri di una stazione base di antenne di telefonia mobile situata in prossimità della stazione di Graz.

Graz- Agenzia di Stampa Austriaca (APA) - E' stato trovato un « aumento significativo del rischio di cancro dovuto alle radiazioni delle Radiofrequenze nel raggio di 200 metri dalle antenne di una stazione base di telefonia mobile » questo è ciò che ha dichiarato il dr. Gerd Oberfeld, medico del servizio di salute ambientale di Salisburgo, nel quadro di uno studio commissionato nel 2005 dal dipartimento di salute della regione di Steiermark.

I dati sull'incidenza dei tumori sono stati raccolti nelle zone di Vasoldsberg/Hausmannstaetten (distretto di Graz) dove si trovava un'antenna di telefonia mobile per C-net (telefonia analogica a 450 MHZ) rimasta in funzione dal 1984 al 1997.

Punto di partenza di questo studio era un sospetto riguardante il numero elevato di patologie cancerogene nella popolazione locale. Il sospetto è stato confermato dal gruppo del dr. Gerd Oberfeld autore dello studio.

 

 

 


Nell'elaborazione dello studio, si è supposto che le antenne della telefonia mobile potessero essere il fattore determinante. Di conseguenza la zona dello studio è una zona circolare avente un raggio di circa 1200 metri intorno al trasmettitore telefonico. Parallelamente e in associazione, uno studio comparativo di casi di testimonianze è stato realizzato utilizzando 3 gruppi di popolazioni diverse per zone concentriche.

Una delle condizioni era che le persone dovevano risiedere almeno 5 anni nelle zone studiate.

Il risultato più significativo si è avuto su un campione di 67 persone su un totale di 1247 persone del gruppo di controllo, che avevano sviluppato ed erano decedute a causa di un cancro.

Un ulteriore verifica è stata effettuata con un antenna posizionata a solo 25 m dalla precedente, misurando le radiofrequenze generate e le conseguenze nella zona notte di 84 partecipanti allo studio.

Inoltre, un programma informatico ha aiutato a calcolare i livelli delle radiazioni. Il risultato del paragone tra i calcoli automatici del programma e la verifica effettuata è ottimo secondo il dr. Gerd Oberfeld: "Questo significa che i risultati di questi calcoli possono ugualmente essere utilizzati e confrontati per valutare un campione più esteso.

Le antenne di Vasoldsberg/Hausmannstaetten erano "casi eccezionali, perché l'altezza delle antenne raggiungeva solamente all'incirca gli 8 metri, nel bel mezzo di un quartiere residenziale", ha dichiarato l'autore dello studio nella sua intervista all'agenzia di Stampa APA.
Normalmente, le antennne di C-net sono omnidirezinali, hanno un'altezza di circa due metri e sono installate su piloni più elevati.

La distanza tra due stazioni base è varia abitualmente tra i 30 ai 50 km. Il dr. G. Oberfeld ha aggiunto:"Sarebbe giudizioso realizzare un altro studio in un diverso luogo avente carattristiche similari al fine di confermare il risultato dello studio di Hausmannstaetten."

La C.net era ugualmente conosciuta per essere installata come "telefono mobile in macchina", le sue antenne sono state spente alla fine del 1997, dopo 13 anni di attività.



21 Febbraio 2008

Non pagate la tassa CIP6 nella bolletta dell'ENEL

Ho pensato di inserire questo articolo tratto dal blog di Beppe Grillo (www.beppegrillo.it) perchè il tema è assai importante e scottante. Credo che certi argomenti vadano approfonditi a dovere soprattutto quando si tratta della salute dei cittadini e della salvaguardia dell'ambiente.

Per visionare l'articolo dal sito originale cliccate qui: http://www.beppegrillo.it/2008/02/non_pagate_la_t/index.html?s=n2008-02-21


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dott.ssa Gentilini
Pallante
Maurizio Pallante
Connet
Paul Connet

L'incentivazione alle fonti di energia rinnovabili è stata introdotta dalla legge n. 9 del 1991 e dalla successiva delibera n. 6 emessa dal Cip nel 1992 che ha aggiunto le parole "ed assimilate".
Tali normative hanno previsto che i finanziamenti, in parte, gravino (indirettamente) sul singolo utente finale, quale parte del sovrapprezzo del costo della energia.
Non esiste, peraltro, una specifica norma che stabilisca un obbligo per il singolo di provvedere al pagamento di una data somma a titolo di finanziamento delle fonti di energia: la normativa in materia, infatti, come sopra accennato, stabilisce che il costo della energia per il pubblico applicato dall'Enel sia costituito da un sovrapprezzo in parte destinato a tale scopo.
La "quota" CIP6 viene corrisposta dal singolo utente all'Enel che, a sua volta, la versa allo Stato.
Dal momento che questa quota è "annegata" nel prezzo del chilowatt e non esiste una norma che specificamente impone all'utente di pagare quella somma a quel titolo, l'eventuale mancato pagamento da parte del singolo di questa parte dell'intero corrispettivo della fornitura costituisce un inadempimento contrattuale.

Il Cip6 è un tassa sui tumori. Serve a costruire inceneritori che ti termovalorizzano le cellule.
Non la vogliono capire con le buone di smettere e di passare alla raccolta differenziata e a forme di smaltimento non nocive per la salute.
L'uso criminoso dei NOSTRI soldi per avvelenare le NOSTRE FAMIGLIE deve finire.
Vogliamo energie rinnovabili, non respirare diossina e nano particelle.
Non pagate più la tassa CIP6 all'ENEL. Io ho già iniziato.
L'ENEL ha tolto dalla bolletta la voce A3 con il contributo per gli inceneritori.
Calcolare l'importo esatto è quasi impossibile, vale circa il 7%.
L'ENEL deve reintrodurre la voce A3 per consentirci di dedurlo correttamente.
Nel frattempo:
- notificate l'autoriduzione all'ENEL nella form all'indirizzo: Enel/Informazioni con la causale: Detrazione CIP6 per gli inceneritori
- togliete il 7% forfettario dall'importo senza IVA esposto in bolletta.

diffondi

Postato da Beppe Grillo il 21.02.08 15:23 |



La carne è morte, anche per l'ambiente
di nutritionecology.org


26 luglio 2007

"La carne  morte: anche per l'ambiente"; cos si intitola un articolo del 18 luglio del New Scientist, che riporta i risultati di uno studio di un gruppo di scienziati giapponesi sugli effetti della produzione di carne sull'ambiente.

Tra i risultati dello studio, viene riportato il fatto che la produzione di un kg di manzo causa una emissione di gas serra e altri inquinanti equivalente a quella che si ottiene guidando per tre ore lasciando nel frattempo accese tutte le luci di casa.

Ma questo solo per quanto riguarda l'emissione di gas serra e altri inquinanti. In realt, l'impatto globale sull'ambiente  molto maggiore, se si prendono in considerazione anche il consumo di risorse - terreno fertile, cibo, acqua.

o studio, che verr pubblicato nel numero di agosto della rivista "Animal Science Journal" ma  gi disponibile nella versione on-line,  a cura di Akifumi Ogino e colleghi, del National Institute of Livestock and Grassland Science (Istituto Nazionale delle Scienze dei Pascoli e del Bestiame) di Tsukuba, Giappone. Gli scienziati hanno preso in considerazione gli effetti della produzione di carne bovina sul riscaldamento globale, sull'acidificazione ed eutrofizzazione dell'acqua e sul consumo di energia.

La situazione studiata  stata quella dell'allevamento di vitelli, e si  tenuto conto della gestione dell'allevamento, della coltivazione dei mangimi per gli animali, e del loro trasporto.

Secondo quanto riportato dallo studio, la maggior parte delle emissioni dei gas serra sono in forma di metano, prodotto dal sistema digerente dei bovini, mentre le sostanze acidificanti ed eutrofizzanti provengono soprattutto dalle deiezioni degli animali. La maggior parte dell'energia (oltre il 66%) viene usata, com' logico, per la produzione e il trasporto dei mangimi.

Questo studio  uno dei tanti che in continuazione vengono pubblicati su riviste scientifiche, piuttosto che in dossier di organismi sovranazionali (come la FAO, ad esmepio), che denunciano la pesante  "tassa" che l'ambiente deve pagare per la produzione di carne, pesce o altri alimenti di derivazione animale.

Sul sito del Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione (NEIC) - un comitato scientifico interdisciplinare - sono pubblicati dei "panel" scientifici che riportano le conclusioni principali per quanto concerne lo studio dell'impatto ambientale (ma anche sociale ed economico, etico e salustico) della produzione di cibo, nonch una bibliografia sempre aggiornata con le pi interessanti fonti. Coloro che vogliono approfondire questo aspetto e fare scelte consapevoli possono visitare il sito www.nutritionecology.org disponibile anche nella versione italiana.

Fonte:
Akifumi OGINO, Hideki ORITO, Kazuhiro SHIMADA, Hiroyuki HIROOKA (2007)
Evaluating environmental impacts of the Japanese beef cow-calf system by the life cycle assessment method
Animal Science Journal 78 (4), 424-432.
doi:10.1111/j.1740-0929.2007.00457.x


Comunicazione del NEIC - Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione
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Vietato l'uso di mercurio per uso dentistico in Norvegia, Svezia e Danimarca, poiché può essere adeguatamente sostituito con altri composti

La Norvegia ha recentemente annunciato un divieto di impiego di mercurio, comprese le amalgame dentali, che è entrato in vigore il 1° gennaio 2008.
La Svezia ha annunciato un analogo divieto e ai dentisti in Danimarca non sarà più consentito utilizzare il mercurio nelle otturazioni dopo il 1° aprile 2008.

Questi divieti indicano chiaramente che l'amalgama non è più necessaria. Ci sono validi sostituti del mercurio per le otturazioni che vengono usati ogni giorno negli Stati Uniti, ha detto Michael Bender, direttore del Mercury Policy Project.

Al fine di eliminare l'uso di amalgama, che è costituita per il 50% di mercurio, siamo in grado di ridurre l'inquinamento da mercurio in modo molto più efficace rispetto a soluzioni (end-of-the-pipeline) .

In un comunicato ufficiale, il ministro norvegese dell'ambiente Erik Solheim ha detto che il motivo del divieto è il rischio di inquinamento che i prodotti contenenti mercurio possono costituire per l'ambiente.

 

Il mercurio è tra le più pericolose tossine ambientali.
Solheim ha detto: ''Attualmente sono disponibili soddisfacenti alternative al mercurio nei vari prodotti, e quindi è opportuno introdurre un divieto''.

Il divieto svedese per le amalgame riguarda sia la questione ambientale che la salute, secondo le autorità.

I funzionari Danesi indicano che uno dei motivi per vietare le amalgame è il fatto che oggi i preparati ( i composti) per otturazioni sono migliorati, e possono ora essere utilizzati in molte più situazioni rispetto a pochi anni fa.

I denti dovranno essere otturati ad esempio con plastica o ceramica.

Eccezioni nell'utilizzo di amalgama potranno essere concesse per un certo periodo di tempo dopo il divieto, se i dentisti saranno d'accordo
il ministro danese della Salute Axel Jakob Nielsen ha detto alla Tv Avisen: ''I nuovi componenti (composti) per otturazioni sono così resistenti che il Consiglio Nazionale Danese della Salute sostiene che siamo in grado di estendere il divieto anche alle otturazioni in amalgama'' (in pratica significa: dato che oggi esistono nuovi materiali per otturazioni molto resistenti in ceramica e plastica, le amalgame non serviranno più e perciò saranno abolite e vietate )

Le Autorità avvisano che in Danimarca, 4 mesi dopo l'entrata in vigore del divieto, l'attuale sussidio sanitario previsto per le amalgame verrà modificato in modo che servirà a coprire le spese per le otturazioni dentali di materiale composito (plastica e ceramica).

In Svezia, dato che l'assicurazione sanitaria dal 1999 ha smesso di coprire le spese per le otturazioni in amalgama, il ricorso a tali amalgame è diminuito notevolmente ed è ora stimato al 2-5% di tutte le otturazioni.

 

Commissione definisce progetti per affrontare i cambiamenti climatici

Fonte: Cordis (28/01/2008)

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La Commissione europea ha adottato un ambizioso pacchetto di proposte inteso ad aiutare l"Unione europea a mantenere gli impegni assunti in materia di cambiamenti climatici e ad affrontare le questioni relative alla sicurezza energetica.

I documenti illustrano in termini concreti il modo in cui l"Unione europea raggiungerà i suoi obiettivi «20-20-20 entro il 2020», concordati dai leader dell"UE lo scorso anno. Tali obiettivi prevedono la riduzione delle emissioni di gas serra del 20%, rispetto ai livelli del 1990, l"incremento dell"efficienza energetica del 20%, e la garanzia del 20% di energia rinnovabile sul consumo energetico complessivo, e tutto questo entro il 2020.

Il pacchetto contiene un sistema aggiornato di scambio delle quote di emissione; obiettivi nazionali specifici e vincolanti intesi alla riduzione delle emissioni di gas serra in ogni Stato membro; un nuovo approccio al fine di adattare gli obiettivi in materia di energia rinnovabile, sempre seguendo un"impostazione paese per paese; un piano inteso a promuovere le tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio; nuove norme in materia di aiuti di Stato per le misure di protezione ambientale.

«La lotta ai cambiamenti climatici è la grande sfida politica che la nostra generazione deve affrontare», ha dichiarato il Presidente della Commissione José Manuel Barroso. «La nostra missione, o meglio il nostro dovere, è definire un quadro politico che consenta di trasformare l"economia europea in un"economia più attenta all"ambiente e continuare a guidare l"azione internazionale volta a proteggere il nostro pianeta.»

La Commissione sottolinea con forza le opportunità commerciali offerte dal cambiamento in un"economia a basse emissioni di carbonio.

«Il pacchetto di proposte, basato sull"avveniristico sistema comunitario di scambio delle quote di emissione, dimostra ai nostri partner internazionali che un intervento deciso contro i cambiamenti climatici è compatibile con il mantenimento della crescita economica e della prosperità», ha dichiarato il commissario per l"Ambiente Stavros Dimas. «Grazie ad esso l"Europa parte avvantaggiata nella corsa verso un"economia globale a basse emissioni di carbonio, che porterà un"ondata di innovazione e favorirà la creazione di nuovi posti di lavoro nel campo delle tecnologie pulite.»

Tra le proposte figura un piano per rafforzare il mercato unico del carbonio a livello comunitario, che si estenderà a un numero di gas serra e riguarderà tutti i grandi impianti industriali responsabili delle emissioni. Secondo la Commissione, le entrate provenienti dal sistema comunitario di scambio delle quote di emissione, che potrebbero essere di circa 50 Mrd EUR all"anno fino al 2020, potrebbero essere reinvestite nel settore energetico al fine di sostenere ricerca e innovazione in campi quali le energie rinnovabili e la cattura e lo stoccaggio del carbonio.

 

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Eurodeputati chiedono di sospendere gli esperimenti sui primati nell'UE

Fonte: Cordis (12/09/2007)

La Commissione europea ha risposto a una dichiarazione scritta del Parlamento europeo sull'impiego di primati negli esperimenti ponendo l'accento sulle procedure di revisione etica che sono entrate in vigore per la ricerca finanziata con fondi comunitari e che hanno già portato al divieto della ricerca che coinvolge i primati.

La dichiarazione, sottoscritta da più di 400 europarlamentari, esorta la Commissione, il Consiglio dei ministri e il Parlamento europeo a cogliere l'opportunità offerta dalla direttiva sugli animali utilizzati a fini scientifici e altri fini sperimentali quale occasione per:

- accordare urgente priorità alla cessazione dell'impiego di primati e scimmie catturati allo stato selvatico negli esperimenti scientifici;

- definire uno scadenziario relativo alla sostituzione di tutti i primati impiegati negli esperimenti scientifici con metodi alternativi.


La Commissione dichiara di essere al momento impegnata in una revisione della direttiva e aggiunge che «tutte le attività di ricerca condotte nell'ambito del programma quadro devono essere svolte in conformità dei principi etici fondamentali».

La Commissione sollecita una revisione etica di tutte le proposte di ricerca che sollevano questioni etiche sensibili. «La ricerca che comporta l'impiego di primati è sempre oggetto di revisione etica. Di fatto, l'unico progetto a titolo del Sesto programma quadro che è stato respinto per motivi etici implicava l'utilizzo di primati, a dimostrazione del fatto che la revisione etica della Commissione europea è in grado di limitare l'impiego dei primati nella ricerca», si legge in una dichiarazione della Commissione.

 

«Inoltre, il ricorso ad alternative disponibili è sempre obbligatorio, in conformità dell'applicazione del principio delle 3 R (reduction, refinement e replacement, ossia riduzione, perfezionamento e infine sostituzione definitiva degli animali nella ricerca) quale parte della revisione scientifica ed etica.»

Secondo il Parlamento, ogni anno nei laboratori dell'UE sono utilizzati in esperimenti oltre 10 000 primati. Tuttavia, l'opinione pubblica è ampiamente contraria a tali pratiche: la dichiarazione precisa che più dell'80% degli intervistati nell'ambito di un sondaggio pubblico condotto nel 2006 ha ritenuto inaccettabile l'impiego dei primati negli esperimenti.

Le principali argomentazioni contro l'utilizzo dei primati negli esperimenti sono: le prove che confermano che i primati patiscono grandi sofferenze in cattività, il fatto che il 26% delle specie di primati è a rischio di estinzione e che continuano a essere impiegati nei laboratori primati catturati allo stato selvatico, il fatto che sarà difficile proteggere i primati da ulteriori minacce quali il consumo umano se l'Occidente continuerà contemporaneamente a utilizzare tali specie negli esperimenti, il fatto che esistono differenze importanti tra gli esseri umani e altri primati, il che significa che i risultati degli studi che utilizzano i primati non sono sempre applicabili agli umani e infine la considerazione che le tecnologie e le tecniche avanzate offrono attualmente metodi alternativi che si dimostrano più efficaci e affidabili rispetto alla sperimentazione sui primati.

L'eurodeputato britannico, uno dei sostenitori della dichiarazione, ha accolto con favore la sua adozione da parte del Parlamento, affermando: «I progressi in campo tecnologico hanno fornito metodi di test alternativi che si stanno dimostrando più efficaci e affidabili degli esperimenti sui primati; porre fine all'uso dei primati e delle scimmie nelle sperimentazioni scientifiche deve ora diventare prioritario.»

Il suo collega, l'eurodeputato britannico David Martin, ha aggiunto: «I primati sono così simili agli umani nelle loro funzioni sociali, mentali ed emotive che sottoporli al trauma estremo dei test scientifici dovrebbe essere impensabile. A parte tale considerazione, spesso i test scientifici sui primati sono cattiva scienza e molte delle specie che vengono utilizzate sono in pericolo nel loro habitat naturale.»

Il direttore di Eurogroup for Animals ha accolto con favore la dichiarazione e ha esortato la Commissione a mettere a punto una strategia e ad approntare risorse adeguate per abolire gradualmente gli esperimenti sui primati quale questione urgente.

 

Motore di Ricerca



La corsa all'oro del secolo ventuno

L'acqua dolce è fra l'1 e il 2.5% del totale. E il 25% è in America latina. Ogni giorno 30 mila morti nel mondo per mancanza d'acqua: come 10 Torri gemelle e nel 2025 la domanda sarà del 56% superiore alla disponibilità
27 novembre 2007 - Maurizio Matteuzzi
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Secondo l'Unesco nel 2000 sono morte 2.2 milioni di persone per mancanza d'acqua o infermità ad essa legate e fra 1.1 e 1.3 miliardi non avevanowater-drops l'accesso all'acqua potabile. A Firenze, nel 2003, il Forum alternativo mondiale dell'acqua, le cifre erano ancora peggiori: 2.4 miliardi di persone senza l'accesso all'acqua potabile né ai servizi sanitari minimi, 30 mila morti ogni giorno per le stesse ragioni. Come dieci 11 settembre ogni giorno. Nel 2025, l'Unesco sostiene, nel suo scenario più ottimista, che 3.5 miliardi di persone soffriranno scarsità d'acqua. Quelli più pessimisti parlano di 7 miliardi su una popolazione mondiale di 8 miliardi. Per la Red Agroforestal Chaco Argentina, la domanda totale di acqua raddoppia nel mondo ogni 20 anni, due volte più rapidamente dell'incremento della popolazione: nel 2025 la domanda di acqua fresca sarà del 56% superiore alla sua disponibilità.
Forse catastrofismo eccessivo. Ma di certo nessuno potrà negare l'importanza strategica dell'acqua. Che fa capire l'interesse dei paesi forti a garantirsi il controllo delle fonti, delle grandi compagnie transnazionali a farne una mercanzia come le altre, dei popoli e (certi) governi a impedire che venga gettata sulla roulette del mercato globalizzato.
Non è un caso che nella svolta dell'America latina di questo inizio di secolo, a fianco dei tradizionali petrolio e gas - «recuperati» dall'azione decisa dei Chávez, Morales, Correa -, un ruolo da protagonista l'abbia avuto l'acqua. Il processo di cambio nei rapporti fra Stati, movimenti sociali, organismi multilaterali di credito e imprese private cominciò con la «guerra dell'acqua» nel 2000 a Cochabamba, in Bolivia, dove le lotte popolari costrinsero a battere in ritirata il colosso Usa Bechtel e il consorzio internazionale Aguas del Lunari. Da allora le transnazionali del settore nel Cono sud non hanno avuto più vita così facile ed è ricominciato un processo di re-statizzazione dell'acqua. La californiana Bechtel, la francese Suez, la catalana Aguas de Barcelona (AgBar), la basca Aguas de Bilbao e su scala minore le italiane Edison e Aem (azienda municipalizzata di Milano) hanno perso concessioni e contratti.
In Bolivia nel 2005 fu rescisso il contratto con Aguas del Illimani (Suez e... Banca mondiale) che aveva l'esclusiva delle forniture d'acqua a El Alto e La Paz. In Argentina nel 2006 il governo Kirchner annullò il contratto con Aguas Argentinas (Suez, AgBar e ancora Banca mondiale). In Uruguay, dove il presiedente conservatore Jorge Batlle aveva portato avanti i programmi di privatizzazione voluti dall'Fmi, nell'ottobre 2004, in concomitanza con le elezioni che portarono al potere il socialista Tabaré Vázquez, fu votato (e vinto) anche - caso forse unico al mondo - un referendum che dichiarava l'acqua «un diritto umano fondamentale» e il suo «carattere pubblico». Poi, dato che Vázquez aveva confermato le concessioni alle compagnie private, le lotte popolari obbligarono il governo del Frente Amplio a ricomprare le azioni di Aguas de la Costa (Suez e Agbar) e di Uragua (Aguas de Bilbao).

PeaceLink C.P. 2009 - 74100 Taranto (Italy)





Beni comuni Noi e il mondo, gli obiettivi sull'acqua. Quarta puntata

Oro bianco, la fonte del potere

siccit

Bisogna sottrarre il potere sulla vita al capitale privato, partendo dal governo dell'acqua come bene comune pubblico. Perché negli ultimi trenta anni il capitale privato si è impadronito del governo di questa risorsa assolutamente primaria un po' dappertutto nel mondo. A partire dalla fine degli anni '70, approfittando delle politiche dette di aggiustamento strutturale imposte dal Fmi e dalla Banca Mondiale ai paesi «in via di sviluppo», fino alla presenza delle grandi aziende private nel sistema idrico i
3 settembre 2006 - Riccardo Petrella
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Negli ultimi trenta anni, il capitale privato si è impadronito del governo dell'acqua un po' dappertutto attraverso il mondo. A brevi schizzi, eccone le tappe principali.
A partire dalla fine degli anni '70, ha approfittato delle politiche dette di aggiustamento strutturale imposte dal FMI e dalla Banca Mondiale ai paesi "in via di sviluppo" bisognosi di ingenti risorse finanziarie per i loro investimenti in infrastrutture. L'aggiustamento strutturale implicava, per la concessione dei prestiti, la condizione dell'apertura dei mercati dei paesi beneficiari alla concorrenza via gare di appalto internazionali. Le imprese idriche francesi - fortemente spalleggiate dallo Stato francese - cosi come quelle statunitensi, inglesi, svizzere, tedesche, sono riuscite ad accaparrarsi della stragrande maggioranza dei lavori di costruzione di dighe, acquedotti, serbatoi, pozzi e dei servizi di gestione corrispondenti. Alla fine (1991) del Decennio Internazionale dell'Acqua promosso dalle Nazioni Unite (1981-1991), le imprese private del mondo occidentale sono emerse come i soggetti più diffusi ed influenti in materia di utilizzo delle risorse idriche dei paesi d'Africa, dell'America latina e di parte dell'Asia.

Le tappe dell'aggressione
1992, Dublino, Conferenza internazionale dell'Onu in preparazione del primo Vertice Mondiale sull'Ambiente a Rio di Janeiro: per la prima volta il capitale privato riesce a fare accettare dai poteri pubblici il principio che l'acqua deve essere considerata come «bene economico», e non più principalmente come un «bene sociale», e quindi sottomessa alle regole del mercato.
1993: confermando il principio di Dublino, la Banca Mondiale pubblica il manuale di testo, ad uso degli Stati beneficiari degli «aiuti» dei paesi occidentali, su cosa debba essere una politica integrata delle risorse idriche e come gestirla a livello nazionale. La Banca riconosce esplicitamente di essersi ispirata ai principi promossi dalla «scuola francese dell'acqua», cioè dalle grandi imprese multinazionali idriche francesi.
1994: approvazione in Italia della legge sull'acqua (la legge Galli) la quale riprende largamente i principi francesi e della Banca Mondiale.
1995: il capitale privato riesce a far inserire i servizi idrici nelle discussioni sulle trattative sui servizi nel quadro del Gats (Accordo Generale sul Commercio dei Servizi) proposto nell'ambito del Wto. Fra i più convinti ed accaniti sostenitori dell'inclusione figura l'Unione Europea. Su pressione del fortissimo lobby delle imprese idriche europee (9 sulle 10 principali imprese idriche al mondo sono europee, cioè francesi, inglesi e tedesche), l'Unione europea ha in questi anni mantenuto, fino al recente fallimento dei negoziati di Doha, la richiesta di liberalizzazione dei servizi idrici indirizzata a 102 paesi del mondo di cui 72 fra i più poveri.
1996: le imprese private creano il Consiglio Mondiale dell'Acqua con il sostegno entusiasta della Banca Mondiale, di molte organizzazioni specializzate dell'Onu e di governi quali quello francese, canadese, svedese, giapponese, egiziano. olandese, marocchino. In questo contesto lanciano nel 1997 il primo Forum Mondiale dell'Acqua a scadenza triennale. In 10 anni sono riuscite a far credere anche a molti dirigenti politici ed ai media del mondo che il Consiglio Mondiale dell'Acqua rappresenta un'iniziativa internazionale pubblica legata alle Nazioni Unite. Il che è falso. In realtà essa è un' organizzazione privata di diritto francese con sede a Marsiglia, presieduta dal presidente di una filiale congiunta delle due principali imprese idriche mondiali (le francesi Ondeo e Veolia). Non solo, ma grazie al successo delle varie edizioni del Forum Mondiale dell'Acqua, sono pervenute a diffondere e fare accettare come cultura mondiale dell'acqua oggi dominante i loro principi, cioè: l'acqua deve essere trattata come un bene economico il cui prezzo deve coprire i costi totali ivi inclusi il profitto e la remunerazione del rischio; la gestione privata dei servizi è più efficiente, efficace ed economica di quella pubblica; i servizi idrici devono essere liberalizzati; il capitale privato deve essere il principale finanziatore dei costi di gestione dei servizi, nel mentre gli investimenti nelle infrastrutture devono seguire il Ppp (partenariato pubblico-privato, di cui il Project Financing dovrebbe essere lo strumento privilegiato).
2000: la banca svizzera privata Pictet, lancia il primo Fondo internazionale d'investimento sull'acqua. Oggi il Fondo Pictet vale 3,9 miliardi di dollari. Altri fondi sono stati creati nel frattempo Secondo il Bloomberg World Water Index pubblicato fine maggio 2006, il livello dei profitti degli investimenti nelle imprese idriche negli ultimi tre anni è stato superiore a quello nelle imprese petrolifere e meccaniche.
2005, ottobre: su iniziativa ancora una volta delle imprese francesi, nasce AquaFed, la federazione internazionale delle imprese idriche private, il cui scopo esplicito è di operare a tutti i livelli nazionali ed internazionali per la difesa e la promozione degli interessi delle imprese associate (più di 200, fra le quali l'italiana Acque Toscane).
Il capitale privato è sempre più corposamente presente nel settore idrico italiano, ivi compreso il servizio idrico integrato. Al maggio del 2006, più della metà delle Autorità d'Ambito Territoriale Ottimale (Ato) hanno assegnato il servizio ad imprese aperte al capitale privato fino al 49%., a seguito di una gara pubblica internazionale. Il capitale privato non è costituito solo da banche ma anche da grandi imprese di costruzioni come Caltagirone, Impregilo...Importante é anche la presenza di imprese idriche francesi, tedesche, inglesi e di fondi d'investimento europei e nordamericani. L'internazionalizzazione finanziaria del settore idrico ha cessato di essere uno spauracchio annunciato dagli oppositori alla globalizzazione attuale. Che fare, a partire dal piccolo segno di speranza dato dal governo Prodi con l'esclusione del settore idrico dai decreti Bersani e Lanzillotta?

Che cosa vuol dire «gestione pubblica»Due cose, rapidamente e a breve termine. La prima consiste nel precisare cosa si deve intendere per gestione pubblica dei servizi idrici. Se con essa il governo Prodi intende anche una gestione assicurata da un'impresa SpA con capitale misto pubblico e privato, operante in zone al di fuori della propria area di origine e titolata ad acquistare partecipazioni di capitale in altre imprese idriche vuoi in altri settori in Italia ed altrove nel mondo, questo significa che l'esclusione dei servizi idrici dalle liberalizzazioni è, come minimo, una presa in giro dei cittadini. Nel caso citato, l'impresa non è pubblica, per cui tocca al governo di precisare come conta, rapidamente, mettere a norma dell'impegno preso nel Progamma dell'Unione, e confermato in occasione dei decreti Bersani e Lanzillotta, le imprese non pubbliche di gestione dei servizi idrici che non solo sono numerose ma anche importanti (vedi Hera, Acea...)
Per quanto riguarda il caso di un'impresa SpA a capitale interamente pubblico e vincolata ad agire unicamente nel settore del servizio idrico integrato e sul territorio del suo Ato, si tratta di una situazione anomala (cosa c'entra in queste condizioni una SpA?) da considerare provvisoria e da trasformare in un'azienda pubblica /ente economico pubblico ( a statuto regionale; speciale....) con una nuova legge quadro nazionale e nuove leggi regionali conformi alla legge quadro.
Il caso in esame permette anche di illustrare l'utilità della costituzione immediata del Segretariato di Coordinamento Nazionale dei Beni Comuni .Il Segretariato dovrebbe elaborare una proposta precisa in materia, a seguito di uno spedito tavolo di lavoro nazionale.
La seconda cosa da fare è l'adozione di una nuova legge quadro nazionale sull'acqua. Alcuni percorsi possibili per realizzare tale obiettivo sono già stati aperti: Mi riferisco all'iniziativa in corso del Forum Italiano dell'Acqua per una proposta di legge di iniziativa popolare sull'acqua. Penso anche all'intenzione espressa dall'associazione «AcquaPubblica» di lavorare su una proposta di legge che tenga conto delle esperienze e delle prospettive delle imprese pubbliche di gestione dell'acqua potabile e delle AATO che hanno optato per un governo pubblico dell'acqua. Infine, riferimento va fatto alle intenzioni del Ministro dell'Ambiente di lavorare su un progetto di legge sulla tutela delle acque in Italia alla luce anche delle direttive europee. E'evidente che la saggezza vuole che queste iniziative trovino il più presto possibile l'alveo idoneo per un percorso in comune.

Allora ecco che fare. SubitoCome precisato, si tratta di cose urgenti da fare. Esse non possono essere eluse e/o procrastinate anche perché da esse dipende il resto, cioé:
a) il riconoscimento effettivo come diritto umano - universale, indivisibile ed imprescrittibile - dell'accesso all'acqua potabile nella quantità e qualità considerate necessarie ed indispensabili per la vita da parte dell'Organizzazione Mondiale della Salute. L'Oms fa riferimento a 50 litri al giorno per persona. I governi svizzeri e tedeschi hanno tentato nel passato di prendere un'iniziativa in questo senso, A mio parere, il governo Prodi potrebbe riprendere la proposta fatta dal Parlamento europeo nel marzo 2006 di riconoscere il diritto umano all'acqua. L'approvazione a scadenza ravvicinata della nuova legge sull'acqua e, entro il 2008, della legge quadro sui beni comuni, come prima indicato, darebbe forte legittimità e credibilità all'iniziativa italiana;
b) l'adozione del principio che i costi relativi all'accesso all'acqua potabile come diritto umano debbono essere presi a carico della fiscalità generale e specifica. L'adozione di tariffe speciali per certe fasce disavvantaggiate della popolazione deve essere considerata una soluzione parziale e provvisoria;
c) il governo pubblico dell'acqua significa il governo di tutte le acque. Si tratta cioè di mettere fine alla persistente separazione e frammentazione, in termini di assetti legislativi, regolamenti, istituzioni responsabili, soggetti gestori, sistemi di finanziamento, organi di controllo e di valutazione, coinvolgimento dei cittadini (se praticato). Non propongo, evidentemente, di eliminare le diversità tra gli usi idropotabili (incluse le acque minerali in bottiglia), usi irrigui, usi energetici, usi industriali ed altri usi vari (esempio delle acque termali, usi turistici..) e, quindi, le differenze intrinseche a livello delle funzioni, dei ruoli, delle condizioni locali. Si tratta di pervenire, su basi precise e rigorose, ad un governo pubblico integrato delle acque e delle differenti attività corrispondenti secondo principi ed obiettivi comuni e coerenti.
d) nel contesto delineato sotto c) dare la priorità ad una politica di risparmio, di uso sostenibile e di riuso delle acque, mirando a promuovere una cultura della gestione delle acque centrata sulla manutenzione e l'ammodernamento permanente graduale, anziché continuare sulla via delle grandi opere idriche, dei grandi sistemi idrici e, quindi, dei grandi investimenti che hanno largamente dimostrato finora di essere soprattutto fonte inevitabile di sprechi, di ritardi, di corruzione, di inefficienze dovute al gigantismo dei sistemi, di trasferimento di potere alle imprese costruttrici ed al capitale privato
e) la valorizzazione efficace a medio e lungo termine, in una prospettiva nazionale ed europea, a livello italiano, della tenuta degli Stati Generali delle Acque delle Regioni Meridionali (fine settembre/inizio ottobre 2006) e degli Stati Generali delle Acque delle Regioni del Po (primavera 2007)

La sete dei continenti da noi depredatif) infine, last but not least, concretizzare nella nuova politica della Cooperazione in fase di approvazione e di messa in opera, i principi di solidarietà e di pace ponendo fra le 3-4 priorità dell'Italia il contributo alla soluzione della drammaticità dell'acqua per le popolazioni africane, asiatiche e dell'America del Sud. E' certamente un fatto positivo che tutte le forze dell'Unione, e del Polo, abbiano aderito rapidamente e massicciamente alla presenza di truppe italiane nel Libano Mi domando, tuttavia, perché queste stesse forze non hanno finora messo, né danno l'impressione di volerlo fare, altrettanto entusiasmo ed energia in favore di un'iniziativa italiana per l'accesso all'acqua di milioni di Africani? Propongo che la prossima finanziaria, nel confermare le risorse finanziarie per i militari italiani in Libano, decida di allocare una somma addizionale pari al quarto di quanto destinato all'intervento nel Libano, per l'azione che chiamerei «Un Acquedotto per l'Africa...» E' mai possibile che una rapp-star americana Jat-Z rischia, in questo campo, di far meglio del governo italiano di centro-sinistra? In effetti Jay-Z ha annunciato che il tour di concerti in Africa che inizierà il 9 settembre prossimo si chiamerà « The Diary of Jay-Z Water for Life» e destinerà una buona parte dei milioni di dollari di profitto attesi al finanziamento di 1000 centri di pompaggio d'acqua.
Partendo dall'acqua, è il governo del diritto alla vita ed alla salute di tutti i cittadini e del patrimonio eco-ambientale del Paese, nell'interesse anche delle generazioni future, che è in causa. Partendo dall'acqua, è altresì il governo giusto ed efficace del denaro della collettività e del funzionamento partecipato delle istituzioni rappresentative e dirette che è in gioco. Partendo dall'acqua è il governo dei processi culturali di visione e percezione del valore della vita e della correlata dimensione della sua sacralità, nelle espressioni le più emblematiche come quella dell'acqua, che si comincia a costruire.
In breve, partendo dall'acqua - e dalla conoscenza - bene comune pubblico, un'altra Italia è possibile.

 

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27 Dicembre 2007

Gli untori del CO2

dal blog di Beppe Grillo www.beppegrillo.it

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figura dal Financial Times

La Commissione Europea ha proposto di ridurre l’emissione di CO2 delle auto entro il 2012. Si dovrà emettere un valore medio di 130 grammi al chilometro contro i 160 attuali. I produttori che non si adeguano dovranno pagare 20 euro per ogni grammo in più rispetto al limite fissato, multa che arriverà a 95 euro per grammo dal 2016.
Il taglio del 19% dei veleni è ritenuto “una proposta molto deludente” da Sergio Marchionne, ma insufficiente dagli ambientalisti. Più è pesante il veicolo più inquina. Un SUV intossica meglio di una Cinquecento. La soglia dei 120 grammi/km è più difficile da raggiungere per le macchine di grossa cilindrata. La classifica dei killer dei nostri polmoni è guidata da Porsche con circa 255 grammi/km, seguita da Subaru, Daimer Chrysler, BMW, Mazda e Mitsubischi.
La Merkel, dalla verde Germania, letti i risultati, invece di prendersela con i costruttori del suo Paese, ha dichiarato che si vuole fare: “Una politica industriale a scapito dei costruttori tedeschi”. E ha aggiunto senza neppure arrossire: “E’ inammissibile che per metà delle auto francesi non si debba fare niente e invece sarà colpito il 90% delle auto tedesche, si tratta di uno squilibrio sul quale intervenire”. Forse la Merkel vuole che tutte le macchine inquinino come la Porsche.
L’italiana ANFIA, Associazione Nazionale Fiera Industria Automobilistica, ha dichiarato che l’UE: “penalizza fortemente le macchine di piccola cilindrata, già virtuose in termini di emissioni”.
Le reazioni degli untori del CO2, piccoli o grandi, sono le stesse. I polmoni non rientrano nei loro parametri produttivi.
Chi paga per l’inquinamento? Il sistema sanitario nazionale. I ricoveri per le malattie polmonari, inclusi i tumori, sono a carico dello Stato. Quanto ci costa l’inquinamento delle auto? Anche chi va in bicicletta paga una parte del prezzo di una SUV attraverso l'acquisto di antibiotici.
Propongo una tassa sulla salute alla fonte per gli automobilisti. Più inquina la macchina più paghi. E una visita guidata obbligatoria e con cadenza mensile per i guidatori di SUV alle corsie dei malati terminali di tumore al polmone.
I sindaci possono fare più della UE. Taxi ibridi. Autobus elettrici. Piste ciclabili. Vietino alle macchine più inquinanti l’ingresso in città. Il CO2 i proprietari potranno respirarlo insieme ai familiari nel garage di casa.

 

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Salute e ambiente

FONTE: DICA33 - Ultimo aggiornamento: 20/12/07

All’erta sull’inquinamento

Inquinamento, con il traffico sempre più imputato. Problema diffuso ovunque e crescente, che riguarda un po’ tutti, come i cambiamenti climatici, nuovo tema di punta: per l’inquinamento invece l’attenzione sembra un po’ scemata, se ne riparla solo per polemiche tipo domeniche a piedi o Ecopass. A torto, perché i danni per la salute ci sono e tutto l’anno, e i più esposti sono proprio i più fragili: bambini, anziani, malati. Ricerche e richiami della comunità scientifica sono diversi e anche quest’anno se n’è avuta testimonianza. Per esempio diversi studi hanno già evidenziato che l’aria inquinata ha effetti negativi sulla funzione polmonare infantile e che l’esposizione al traffico è correlata a eventi avversi respiratori nei bambini, compreso l’asma. Un nuovo studio statunitense ha mostrato che esposizioni elevate, come in aree prossime a vie ad alto scorrimento, comprometterebbero lo sviluppo stesso della loro funzione polmonare, con possibili ripercussioni in età adulta. Osservando per otto anni scolari in località del Sud della California, si è visto che più vivevano in prossimità di freeway, equivalenti alle nostre tangenziali, più c’era un deficit di funzione polmonare: questo era nettamente peggiore per distanze entro 500 metri rispetto a quelle di almeno 1.500 m; correggendo per gli inquinanti indoor i cambiamenti sono stati minimi. E c’era poi l’esposizione regionale, con possibile combinazione di conseguenze negative. Dato che lo sviluppo respiratorio a 18 anni è concluso, chi ha un deficit dai 10 ai 18, hanno sottolineano gli autori, continuerà probabilmente ad avere una funzione polmonare meno “sana” da adulto. Le sostanze implicate sono risultate ossidi di azoto, carbonio presente nelle particelle esauste e indicatore dell’inquinamento da diesel, particolato fine e ultrafine di diametro inferiore a 10 e 2,5 micron (PM10 e 2,5). Quest’ultimo soprattutto si legherebbe a un aumento di stress ossidativo nelle vie aeree che determina infiammazione e il deficit osservato dei parametri respiratori.

 

 

 

Ruolo oncogeno controverso

Un aspetto che resta controverso e sul quale i pareri degli esperti sono discordi è se l’inquinamento atmosferico possa favorire lo sviluppo tumorale. Una relazione tra contaminanti, principalmente da traffico e cancro del polmone l’aveva suggerita una ricerca dell’Oms in tredici città italiane con la stima, in base ai valori registrati tra il 2002 e il 2004, di 742 morti per tumore polmonare che si è ipotizzato in relazione a inquinamento, specie ai livelli di particolato PM10; secondo studi europei e statunitensi esisterebbe una correlazione tra inquinamento atmosferico e cancro del polmone, valutata in un incremento tra l’8 e il 14% addirittura per le più piccole PM2,5. Riferendosi poi al fatto che nel nostro paese i tu mori infantili sono aumentati dell’1,2% negli ultimi dieci anni, con punte del 10% in quindici aree con insediamenti industriali a forte impatto, un documento congiunto Isde Italia (Associazione medici per l’ambiente) e Fnomceo (Federazione ordine dei medici) ha suggerito che la maggiore presenza in zone industriali faccia cadere i sospetti sull’inquinamento ambientale, d’altra parte già coinvolto in altre patologie pediatriche come quelle respiratorie, aumentate del 20-30% nelle aree urbane. Il dato inoltre sarebbe sovrapponibile a quello di un incremento medio in Europa degli ultimi trent’anni pari dell’1,1-1,2% annuo per i tumori in bambini tra 0 e 14 anni e dell’1,4% per i ragazzi tra 14 e 19 anni, valori per i quali si è posto l’accento sul possibile ruolo di fattori ambientali. Naturalmente l’inquinante atmosferico indoor maggiore responsabile oncogeno in assoluto resta il fumo.

Particolato fine e rischio cuore
Accuse confermate ci sono invece per il diesel e si è aggiunta quella di rischi cardiovascolari, dovuti sembra al particolato. Le particelle esauste più piccole arrivano fino negli alveoli polmonari e nei vasi sanguigni, con effetti anche per il cuore; oltre alle note PM10 e PM5 crescono quindi le accuse per quelle di diametro fino a 2,5, e le ultrasottili sono un componente importante dei diesel. Un nuovo studio ha mostrato che esposizioni anche brevi ma nel traffico intenso hanno effetti cardiovascolari negativi specie per i coronaropatici, sottopopolazione che può essere più suscettibile ai rischi per il cuore dell’inquinamento (come per il fumo). L’effetto ischemico cardiaco e l’inibizione della capacità fibrinolitica sono risultati maggiori per il diesel. L’inquinamento da traffico era già stato associato ad aumento di morbilità e mortalità cardiaca, sul breve e sul lungo periodo, con decessi dovuti a ischemia, aritmia e insufficienza cardiaca, connessione più marcata per il particolato fine; gli stessi autori avevano già indicato per il diesel peggioramenti della funzionalità vascolare e fibrinolitica, oltre a infiammazione polmonare e minori difese antiossidanti delle vie respiratorie. E sperimentalmente si è visto che le particelle esauste accelerano lo sviluppo della placca aterosclerotica e l’aggregazione piastrinica. Ci sarebbero un effetto ischemico immediato e uno trombotico ritardato che potrebbe spiegare i secondi picchi d’incidenza d’infarto osservati alcune ore dopo esposizioni a forti aumenti di inquinamento veicolare. Anche altre componenti, non particolate, potrebbero comunque risultare nocive per il cuore. In conclusione, l’elenco delle accuse per l’inquinamento atmosferico e il traffico si allunga, e bisognerebbe tenerne più conto.

Elettra Vecchia

 

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I nostri più amati collaboratori ci distruggono

I cellulari, inseparabili compagni di lavoro e di casa sono estremamente dannosi per la salute.

Assolutamente falso, dicono in molti, non esistono prove scientifiche.

In realtà le prove ci sono, ed ancora una volta basta il semplice buon senso, cioè ragionare senza farsi condizionare dalla propaganda.

I cellulari (ed anche i cordless) emettono radiazioni elettromagnetiche ad alta potenza, nella fascia dei 900 MHz – 2.4 GHz. Quella dei forni a microonde.

Le radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti sono dannose alla salute?

Prima di addentrarci nei risultati della ricerca esaminiamo alcune informazioni disponibili da anni.

Negli anni ’50 negli USA si registrarono vari casi di antennisti radar precocemente invecchiati. Si scoprì che la causa erano le radiazioni emesse dall’antenna, tanto che questa patologia venne chiamata dai giornali “sindrome dell’uomo radar”.

Le radiazioni non ionizzanti sono utilizzate anche in campo militare per provocare danni alle persone (ad esempio in URRS furono convogliate sull’ambasciata di un paese poco amato, ed i quel periodo due ambasciatori di fila si ammalarono di cancro) ed il malfunzionamento di apparati elettronici.

Si tratta ovviamente di ricerche segrete, ma è noto che una delle prime auto controllate dal computer a bordo (non diciamo la marca, si tratta di una casa tedesca) passando attraverso un campo elettromagnetico molto intenso perse il controllo ed uscì di strada; fatto contribuì a dare impulso alla ricerca bellica.

Gli effetti documentati

Le radiazioni dei cellulari (e dei ripetitori) interferiscono con il DNA delle cellule e col loro meccanismo di riparazione (Journal of Cellular Biochemistry).

L’effetto maggiore documentato si ha sul cervello; ad esempio alla University of Washingthon il Dr. Lai (che tra l’altro nel ’99 ha presentato i suoi lavori al convegno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di Erice) ha dimostrato che anche piccole dosi ripetute di radiazioni, come  quelle dei cordless, si accumulano e provocano lesioni ai tessuti.

Recentemente sono stati accolti dalla comunità scientifica degli studi italiani sull’effetto dei cellulari nelle cellule tumorali del cervello.

Non solo cellulari

Mettere proprio sulla testa una sorgente di microonde ad alta intensità è un gesto sconsiderato, e tale rimane anche se non riusciamo farne a meno.

La Motorola, i primi tempi, consigliava di non puntare l’antenna (che ormai è incorporata nel telefonino) sulle zone delicate del corpo.

Periodicamente i cellulari entrano in trasmissione, ed è dannoso trasportarli vicino al cuore, all’addome, agli organi vitali in genere.

La cosa peggiore che si possa fare è usarli in macchina, perché l’intensità di campo risulta moltiplicata.

Delle ricerche fatte in Inghilterra dimostrano che le radiazioni in macchina provocano uno stato di squilibrio mentale, ed un rallentamento delle reazioni peggiore di quelle dell’alcool.

I cordless hanno un livello d’emissione molto più basso, ma la vicinanza alla testa li rende comunque dannosi.

È ormai accertato che gli effetti sul cervello e probabilmente sugli altri tessuti sono cumulativi. Cioè, i danni sono irreversibili, e tante piccole esposizioni fanno l’effetto della classica goccia d’acqua.

Ma il pericolo non viene solo da questi strumenti ormai inevitabili.

I piloni dell’alta tensione, i trasmettitori/ripetitori radio (compresi quelli del cellulari, della TV, della telefonia) creano un ambiente dannoso alla salute, detto elettrosmog.

Quando entrano in gioco i grandi interesse economici

Nel ’93 l’industria delle telecomunicazioni ha investito 25 milioni di dollari in una serie di ricerche, per dimostrare che i cellulari non sono dannosi.

Non ne sentirete mai parlare, perché dimostrarono proprio il contrario.

Vediamo invece tutti i giorni gli effetti dei soldi che le industrie, avendo mangiato la foglia, spendono per far credere che non esista alcun pericolo, e che a pensarla diversamente sono solo dei visionari fanatici ed ignoranti.

Succede quindi che molti governi (compresi gli USA) ed anche molte regioni Italiane oscillino tra leggi che permettono l’inquinamento generalizzato e leggi che proteggono la salute, quest’ultime nate in quasi sempre dalle pressioni dei cittadini.

Ad esempio a Padova è nata l’Associazione Padovana Prevenzione e Lotta all'Elettrosmog http://www.applelettrosmog.it/.

 

Che fare?

Innanzitutto essere consapevoli del problema e delle sue conseguenze.

Questi sono i danni provocati dalle onde radio, accertati nonostante il boicottaggio alla ricerca operato dalle multinazionali.

In genere quando arrivano ad interessare i tessuti sono irreversibili.

· Malditesta, stanchezza ed affaticamento.

· Perdita di memoria e confusione mentale.

· Depressione e stati d’ansia.

· Vampate di calore ed arrossamenti cutanei

· Cataratta, retinopatie, cancro dell’occhio

· Danneggiamento dei nervi del cuoio capelluto.

· Acufeni (fischi nelle orecchie) e sensazioni di odori.

· Dolori articolari, spasmi e tremori.

· Problemi digestivi ed ipercolesterolemia.

· Alterazione dell’attività cerebrale durante il sonno (indice e causa di gravi perturbazioni).

· Alterazione della barriera ematoencefalica (protezione del cervello da virus, tossine ed altri agenti patogeni).

· Diminuzione dell’emoglobina nel sangue.

· Depressione del sistema immunitario.

· Stimolazione dell’asma e delle allergie in genere.

· Alterazione del sistema endocrino, soprattutto a livello di pancreas, tiroide, ovaie e testicoli.

 

Gli effetti di questi campi diminuiscono con il quadrato della distanza. Usare un telefonino a 50 cm dal corpo è completamente diverso dal tenerlo sull’orecchio.

Queste solo le regole della salute, certamente difficili da seguire.

1. Capire il livello d’inquinamento (elettrosmog) dell’area in cui si vive, e possibilmente fare pressione sulle amministrazioni per ridurlo.

2. Usare il cellulare appoggiato alla testa non più di 4 – 5 minuto al giorno.

3. Non usare mai i cellulari in macchina.

4. Usare i cellulari in viva voce, distanti dal corpo: in queste condizioni il rischio è enormemente minore. Almeno utilizzare le cuffie (soluzione però sempre ad alto rischio).

5. Non darli ai bambini.

Dalla ricerca sulle energie sottili sono nati degli schermi, che arrivano ad eliminare gli effetti sull’uomo dell’elettrosmog dagli ambienti. Riducono molto gli effetti dei cellulari, che però anche così restano sempre devastanti.

Riferimenti

Per chi mastica un po’ d’inglese: http://www.energyfields.org/ e soprattutto http://www.emrnetwork.org/ e http://www.wave-guide.org/.

Parte dei materiali qui presentati sono stati presi da un articolo di Amy Worthington.

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Troppi ossidi nell'atmosfera

fonte: www.galileonet.it

Registrata una grande quantità di composti alogenati nell’aria: sostanze che alterano la capacità di eliminare composti chimici dannosi

 Uno studio condotto dal British Antarctic Survey e dalle Università di Leeds e East Anglia apparso su Science ha messo in luce un’elevata concentrazione di composti alogenati - ossidi di bromo e di iodio - negli strati inferiori dell’atmosfera in Antartide. Questi ossidi tendono ad abbassare il livello di ozono indebolendo il potere ossidante dell’atmosfera, cioè la sua capacità di eliminare le sostanze chimiche dannose spesso di origine umana. Le particelle di ossidi di iodio possono inoltre formare nubi ghiacciate con un conseguente impatto sui cambiamenti climatici a livello locale.


Si tratta di sostanze che hanno origine dal sale marino e da alcune alghe presenti sulla superficie inferiore del ghiaccio e persistono nell’atmosfera durante il periodo di luce, che in Antartide va da agosto a maggio. La principale sorpresa per gli scienziati è costituita dalla massiccia presenza di ossido di iodio, mai rilevato, al contrario, nella regione Artica.


Lo studio, che aveva come scopo principale la descrizione del processo di formazione dell’atmosfera terrestre, è stato condotto per 18 mesi presso l’osservatorio della Halley Station, nella Brunt Ice Shelf, a 20 chilometri dal mare di Weddell, tramite l’analisi dello spettro di un fascio di luce proiettato attraverso gli strati di ghiaccio e la misurazione della composizione chimica dell’aria.


“Gli alogeni”, ha dichiarato John Plane, chimico dell’atmosfera presso l’Università di Leeds, “hanno un consistente impatto sulla diminuzione dell’ozono, sulla capacità dell’atmosfera di rimuovere sostanze potenzialmente nocive e sulla formazione di aerosol. I risultati dello studio evidenziano l’esigenza di approfondire le ricerche per venire a capo dei numerosi aspetti ancora non chiari”. (s.s.)

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Un indiziato per la moria di api

Fonte: www.galileonet.it

Un virus è implicato nell’epidemia che sta decimando gli insetti impollinatori. Su Science i primi risultati di una taskforce di ricercatori

 È un virus il primo indiziato nelle indagini sulla Colony Collapse Disorder (Ccd), il misterioso spopolamento degli alveari di api mellifere che si sta verificando negli Stati Uniti. Tra il 50 e il 90 per cento delle colonie gestite dagli apicultori sono state colpite, con gravi rischi anche per l’impollinazione di numerose colture.

La taskforce di scienziati americani incaricata di scoprirne le cause ha individuato in tutti i campioni prelevati da alveari affetti da Ccd la presenza dell’Israeli Acute Paralysis Virus (Iapt), identificato dai ricercatori israeliani nel 2004 e finora mai rilevato nel continente americano.

Ad aumentare i sospetti, scrivono i ricercatori in un articolo pubblicato questa settimana su Science, è la coincidenza tra l’importazione di api dall’Australia e le prime segnalazioni da parte degli apicultori statunitensi dell’insolita diserzione delle api operaie dagli alveari. Dove restano solo le regine e una gran quantità di cibo. Tuttavia, l’Iapt, che si manifesta con un tremore delle ali e la progressiva paralisi dell’insetto fino alla morte all’esterno dell’alveare, è stato rilevato anche in campioni di colonie sane, o apparentemente tali. Per questo, i ricercatori ipotizzano che a determinare la Ccd sia il concorso di più cause: la combinazione con altre infezioni o condizioni di stress quali l’impiego di pesticidi nelle colture o negli stessi alveari per il controllo di altre malattie.
(m.b.)

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22 giugno 2007
CRESCITA RECORD PER IL MERCATO DELLE ENERGIE RINNOVABILI
Secondo il rapporto UNEP questo mercato ha raggiunto una massa critica tale da poter resistere anche se il prezzo del petrolio scendesse sotto i 40 dollari .

A livello globale, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono in rapida crescita, con 70,9 miliardi di dollari di nuovi investimenti nel 2006, pari a un incremento del 43 % rispetto all'anno precedente e la tendenza pare confermata anche per il 2007.

È questo il dato più eclatante riportato nel rapporto Global Trends in Sustainable Energy Investment 2007 appena pubblicato dall'UNEP, che presenta un quadro dello stato attuale dello sviluppo delle energie rinnovabili (RE) e dell'efficienza energetica (EE).

In particolare, i settori che vedono i più elevati livelli di investimento sono quelli eolico, solare e dei biocombustibili, riflettendo la maturità delle tecnologie, l'esistenza di incentivi politici, e le aspettative degli investitori.


In questo ambito i livelli di investimento negli Stati Uniti e nell'Unione Europea a 27 sono paragonabili, anche se negli Stati Uniti i flussi finanziari provengono dal settore privato molto più di quanto non avvenga in UE. Cina, India e Brasile sono invece i paesi in via di sviluppo che si stanno adeguando con maggior velocità a questa tendenza negli investimenti.

Nel rapporto si osserva che gli investimenti nelle energie sostenibili sono sostenuti da una serie di provvedimenti di carattere politico e amministrativo, che in molti paesi includono un ampio spettro di misure tariffarie e agevolazioni fiscali, che complessivamente riescono a creare un ambiente globalmente stabile, utile a una crescita continua del settore.

"Questo mercato - prosegue il rapporto - ha raggiunto una massa critica tale per cui, anche se il prezzo del petrolio scendesse al di sotto dei $40, gli investimenti probabilmente rallenterebbero in alcune aree, ma comunque non stagnerebbero."

L'investimento in ricerca e sviluppo (R&S) è arrivato a toccare i 16,3 miliardi di dollari contro i 13 miliardi di dollari del 2005. Tuttavia, nota il rapporto, l'Europa dei 27 in questo ambito sembra un poco in ritardo, a causa del coinvolgimento relativamente più basso del settore privato. In Europa questo infatti copre il 55% della R&S, contro il 64% che si ha negli Stati Uniti e addirittura il 75% del Giappone.

Anche il mercato dell'efficienza energetica è significativo, prosegue il rapporto, anche se appare in una certa misura "invisibile". Il segmento più visibile di questo mercato è rappresentato dall'investimento in tecnologie, che nel 2006 ha toccato gli 1,1 miliardi di dollari, contro i 710 milioni dell'anno precedente.

Il rapporto nota infine un progressivo spostamento dei capitali verso i paesi in via di sviluppo, che nel 2006 hanno visto i maggiori investimenti privati. Cina, India e Brasile rappresentano al momento i principali produttori e i principali mercati per le energie sostenibili.
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A RISCHIO I PRINCIPALI FIUMI DEL MONDO

Entro 20 anni i principali fiumi del mondo rischiano di morire per colpa del cambiamento climatico e delle dighe. Questa è la conclusione del rapporto Wwf sullo stato dei principali fiumi del pianeta. La metà dei fiumi a rischio si trovano in Asia, due nelle Americhe e i rimanenti tre in Europa, Africa e Oceania. I fiumi stanno completamente perdendo gli habitat originari a causa della costruzione di infrastrutture alla navigazione e dell'inquinamento riversato nelle acque dall'industria e dall'agricoltura. E' però difficile trovare una soluzione generale valida per tutti i fiumi in quanto ognuno di essi soffre di mali diversi.

Il Rio Grande-Bravo soffre della carenza idrica a causa dell'eccessiva estrazione di acqua. Il Danubio risente delle nuove infrastrutture di supporto alla navigazione. Il Nilo subisce la pressione della crescita demografica. I fiumi La Plata, Indo e Nu-Salween sono minacciati dalla presenza massiccia di dighe e bacini articiali. Non meno grave la pesca illegale e lo sfruttamento ittico intensivo del Mekong o l'inquinamento agricolo e industriale dello Yangtze. La morte dei fiumi pone a rischio anche le popolazioni che vivono lungo il loro corso, circa il 41% della popolazione mondiale. Se non si porrà un freno allo sfruttamento dei corsi d’acqua dolce entro 20 anni quella che conosciamo come emergenza ambientale si trasformerà in emergenza umanitaria.

Ultimo aggiornamento: 15/06/07

Chi ha paura della tigre?

Le zanzare tigre sono un testimoni dirette del progressivo innalzamento delle temperature: originarie dei climi tropicali, sono ormai una presenza costante delle città del Nord. E un caldo come quello della primavera in corso, almeno nella sua prima fase, ha finito per produrre un’invasione anticipata di insetti sia nelle città che nelle campagne. C’è da aver paura? Secondo gli ambientalisti il temuto insetto è un nemico tutto sommato inoffensivo, fastidioso certo ma alla fine responsabile dei soliti ponfi, più o meno rapidamente destinati a sparire. A far paura, invece, dovrebbero essere le disinfestazioni massicce decise da autorità pubbliche e private. Il tossicologo francese Claude Reiss, in un incontro organizzato dal CNR nel 2005, sottolineava gli effetti devastanti che possono derivare per la salute umana dalla diffusione nell’ambiente degli insetticidi comunemente in uso, tossici anche a distanza di anni. Ma la percezione della gente non è la stessa e a confermarlo è una ricerca appena presentata a Milano e curata da Enrico Finzi di Astra Ricerche in collaborazione con Vape Foundation. Il 68% degli italiani considera assai grave il problema degli insetti e l’84% si sente addirittura perseguitato dalle zanzare. In più il 58% degli intervistati ritiene che le attività di prevenzione adottate finora siano poco efficaci. Ma come si è svolta l’indagine?

Gli italiani e gli insetti
L’indagine si è svolta attraverso più di 1000 interviste telefoniche a un campione rappresentativo della popolazione italiana, somministrate col metodo CATI (Computer Aided Telephone Interviewing). In dettaglio, l’84% degli italiani vive in una zona funestata dalle zanzare; il 69% lamenta la presenza di mosche; il 61% ha a che fare con le formiche (qui è forte l’accentuazione al sud); il 31% abita in un’area dove abbondano gli scarafaggi (sempre con il sud nettamente al di sopra della media). In effetti, continua la ricerca, solo il 7% della popolazione non è disturbato da alcuno di tali insetti (in particolare nel nord-ovest): si tratta di 3.0 milioni di fortunati. A costoro si possono aggiungere quei 5.6 milioni – pari a poco più del 13% - che convivono serenamente con questi animali, risultandone poco molestati: o perché sono pochi oppure perché non ne hanno schifo o timore e non avvertono alcun disagio (o non sono quasi mai punti dalle zanzare). Il restante 68%, ossia più di due adulti su tre, afferma di essere disperato: il 9% (4.0 milioni di 14-79enni) dovendosi misurare con un solo tipo di insetto (in grande maggioranza dalle zanzare, poco dalle formiche, quasi mai dagli scarafaggi e mai dalle mosche), con diffusione specialmente in Piemonte, Lombardia, Lazio, Abruzzo, Molise e Sardegna; ben il 59%, invece, sostenendo di essere in lotta permanente con tre insetti cattivi su quattro (zanzare e mosche quasi sempre, formiche in tre casi su quattro, scarafaggi in un caso su tre), con predominio delle donne (specie se con bambini e ragazzini in famiglia), dei meridionali, dei residenti nei comuni tra i 30mila e i 250mila abitanti.

Comune e Asl possono fare di più
In sintesi dall’indagine emerge chiaramente che la popolazione è preoccupata dagli insetti, si può ben capire perciò che, sempre la stessa indagine, sottolinei come ben 29,7 milioni di italiani 14-79enni s’impegnino personalmente in una lotta feroce per difendersi dagli “invasori”. E con le armi più disparate, a conferma del fatto che sono spesso poco efficaci. E tra le soluzioni prospettate una percentuale piuttosto rilevante, l’86%, sostiene che gli enti locali possano fare molto svolgendo attività di prevenzione e di disinfestazione.
Eppure il 58% degli intervistati ritiene che le attività messe in campo siano poco e per niente efficaci. E sulla stessa lunghezza d’onda in un suo recente intervento l’etologo Giorgio Celli ha sottolineato come “Se la lotta alle zanzare non si vince, è colpa delle istituzioni che devono stanziare fondi e attuare la programmazione”. Non con gli insetticidi a tappeto però, specifica Celli. I piretroidi, gli insetticidi più comuni, nebulizzati nell’ambiente non agiscono in modo selettivo. Eppure è il sistema proposto nella maggior parte dei casi alle amministrazioni comunali e ai condomini. La caccia alle zanzare è appena cominciata.

Marco Malagutti


Fonti
Conferenza stampa, “Gli italiani e gli insetti”. Milano 8 giugno



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Siccità in Italia ma il 42% dell'acqua va perduta

 

E' duro a morire il concetto dell'acqua come risorsa gratuita, fornita dalla natura in abbondanza e priva di valore economico. Stenta invece a decollare quello più razionale e attuale dell'oro blu.  Secondo il rapporto H2O di Legambiente il 42% dell'acqua veicolata negli acquedotti italiani viene inesorabilmente perduta nei 291 mila chilometri di rete idrica a causa degli impianti ormai vecchi di 32 anni. Quasi la metà del prodotto (acqua) andrebbe così perduto per inefficienze. Secondo Legambiente andrebbero ristrutturati circa 50 mila chilometri di rete idrica, ormai fatiscenti e inefficienti.

Lo studio dell'associazione ambientalista denuncia uno stato dell'arte non più giustificabile in un'epoca in cui la siccità, la desertificazione e la carenza d'acqua sono diventate parole comuni di tutti i giorni. Se i dati di Legambiente si rivelassero esatti, la rete idrica italiana perderebbe ogni minuto circa 6 milioni di litri equivalenti a due piscine olimpioniche in un momento storico in cui gran parte della popolazione mondiale vive con meno di un litro procapite. I continui appelli alle famiglie per un uso più razionale e responsabile dell'acqua potrebbero pertanto scontrarsi con una carenza strutturale ben peggiore delle singole distrazioni individuali. Negli ultimi 20 anni gli investimenti pubblici nella gestione della rete idrica sono passati da 2,3 miliardi di euro (1985) a 0,7 miliardi di euro (2006).  A questo aspetto si aggiunge il fatto che due terzi del consumo di acqua ha una destinazione agricola: 70% uso agricolo, 15% uso civile, 15% uso industriale.  E' quindi evidente che la buona volontà degli utenti privati influisce ben poco sulle cause del problema.

Il rapporto H2O segue di pochi giorni la dichiarazione del ministro dell'Ambiente, Pecoraro Scanio, per la realizzazione di un nuovo piano idrico nazionale per migliorare il ciclo dell'acqua dal prelievo alla depurazione.

20070426

 

 

RAPPORTO ONU PREVEDE SCENARI APOCALITTICI SUL CLIMA

Negli ultimi cento anni la temperatura è aumentata di circa un grado. Il rapporto Onu sul clima ha fatto il punto sul cambiamento climatico ipotizzando scenari futuri apocalittici. Secondo il rapporto degli esperti dell'Onu, la temperatura sulla terra potrebbe aumentare ancora dai 2 ai 6,4 gradi centigradi entro il 2100. Una tragedia umanitaria di immani dimensioni.

L'avanzata delle terre aride colpirà soprattutto i paesi in via di sviluppo africani e asiatici. Il fenomeno causerà una progressiva desertificazione delle aree tropicali e subtropicali, costringendo milioni di persone all'emigrazione verso le latitudini più alte. Secondo il rapporto circa 600 milioni di persone potrebbero scendere sotto il livello minimo della sussistenza e della fame mentre per altri tre miliardi di uomini ci saranno serie difficoltà per attingere a fonti d'acqua potabile. Gli esperti quantificano l’impatto sui flussi migratori di 50 milioni di persone già nei prossimi tre anni. I paesi del Mediterraneo non saranno esclusi dalla desertificazione. Grecia, Italia e Spagna subiranno principalmente gli effetti economici del surriscaldamento climatico, la siccità e gli eventi meteorologici più estremi. A forte rischio soprattutto il settore agricolo primario. Ovunque i costi sociali diventeranno preponderanti sui ricavi privati. Non meno importante sarà l’impatto sulla biodiversità. Nel rapporto il 20-30% delle specie vegetali e animali conosciute è considerato come ad elevato rischio d’estinzione per il brusco innalzamento delle temperature e il conseguente stravolgimento degli habitat e delle catene alimentari.

Per la prima volta nella storia il rapporto sul clima sarà discusso dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu il prossimo 17 aprile. Il rapporto e i dati allarmanti che presenta saranno discussi anche nel prossimo G8 di luglio.

Fonte: www.ecoage.it 

 

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