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Alimentazione

Milioni d'italiani a rischio di cirrosi

E' la cirrosi la nuova minaccia per circa 11 milioni d'italiani; la conseguenza di stili di vita sbagliati, ma l'alcol non c'entra.


Si tratta di cirrosi non alcolica, infatti, che può partire da una steatoepatite persistente e riscontrabile in un buon numero di soggetti obesi già portatori di sindrome metabolica.

 Secondo quanto ha riferito Giorgio Bedogni  - coordinatore dell'unità Epidemiologica clinica del Centro studi fegato di Basovizza (Trieste) - nel corso dell'ultimo convegno nazionale dell'ANDID (Associazione Nazionale Dietisti) si è verificata una notevole presenza d'infarcimento grasso nel fegato degli italiani.
Un dato preoccupante emerso nel corso dello studio DIONYSOS che ha preso a campione la popolazione di Campogalliano (Modena). Uno studio centrato sulla steatosi epatica in relazione a BMI e presenza di sindrome metabolica.
Correzioni dietetiche e dello stile di vita sono i possibili interventi riparatori. E un ecografia epatica può essere efficacemente predittiva del rischio cirrotico, specie se in presenza di eccesso di peso, ipertensione, iperglicemia e ipercolesterolemia. 

 

E l'alcol?

Drink

Troppi i ragazzi, anzi i giovanissimi che abusano di alcol al punto che si registra una frequenza di questi soggetti verso le bibite alcoliche, quando va bene, almeno una volta alla settimana. Il risultato è, secondo quando dichiarato dall’Osservatorio Nazionale dell’alcol, che i ragazzi che hanno un’età compresa fra i 14 e i 17 anni bevono il 2% in più rispetto a quanto si faceva un decennio fa.

Troppo, lo ammette anche Nicola Caporaso, medico specialista in gastroenterologia dell’Università da Napoli, che ammonisce sul rischio epatico che solo due bicchieri di alcol sono in grado di apportare in soggetti così giovani, per non parlare poi dell’allarme dipendenza che anche un saltuario abuso può determinare.

 
Anche il ricorso all’alcol di fine settimana, negli ormai noti “happy hour” rappresenta un problema, soprattutto quando da essa si determinano ubriacature. I motivi per i quali troppi giovani ricorrono all’alcol sono quasi tutti individuabili nel bisogno di comunicazione che, soprattutto le nuove generazioni avvertono forte, ma il ricorso all’alcol, per superare questo limite è solo aggravato dall’abitudine del bere, attesa la dipendenza anche psicologica che si innesca in coloro che cerano in questo modo di superare ogni difficoltà e che finiscono per ricorrere ad una bella bevuta, con le conseguenze del caso e ritengono, anche inconsciamente, che sia solo l’alcol l’unico strumento in grado di far loro intrattenere rapporti migliori interpersonali.

 
Del resto l’Istituto Superiore della Sanità ha già da tempo lanciato l’allarme, 3 ragazzi di età compresa fra i 16 e i 25 anni beve alcolici, stessa cosa per gli adolescenti con 15 anni di età, con una percentuale pari quasi al 70% di coloro che con troppa frequenza ricorrono alle bevande alcolici.

 
Da un punto di vista sanitario, oltre che sociale, è allarme, visto che gli adolescenti metabolizzano l’alcol in maniera diversa che gli adulti, il che significa maggiori danni epatici ed al sistema nervoso. Nel primo caso in questi soggetti è facilmente diagnosticabile la steatosi epatica, ovvero il deposito di grasso nel fegato, una condizione questa irreversibile una volta istauratasi, ma di contro, una condizione che se arrestata evitando di continuare a bere è perfettamente compatibile con una vita normale senza problemi, ma se ignorata dando corso alle pessime abitudini di bere, apre la strada a steatoepatiti che, col tempo e, neanche troppo tempo, possono condurre alle gravissime cirrosi epatiche o a veri e propri tumori epatici, i temibili epatocarcinomi.

 
Solo a 18-20 anni si sviluppa maggiore capacita’ di metabolizzare l’alcol: percio’, come ricorda l’Oms, fino ai 20 anni non bisognerebbe bere piu’ di un bicchiere di vino al giorno. “I giovani pero’ non si accontentano di vino o birra - sottolinea Caporaso - preferiscono i drink a base di superalcolici, ma devono capire che il loro e’ un errore gravissimo che puo’ preludere alla dipendenza”. “Superare la soglia indicata dall’Oms - chiarisce il professor Caporaso - aumenta la probabilita’ di contrarre un danno epatico indipendentemente dalle bevande che si assumono, siano esse vino, birra o superalcolici”.

 

 

 

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Il mito del colesterolo: cosa causa infarti e cardiopatie?
La soluzione ai problemi di colesterolo alto e quindi degli attacchi cardiaci - ci dicono quelli dell'Astra Zeneca e Pfizer, due delle piu' grandi multinazionali farmaceutiche - e' prendere i loro medicinali, rispettivamente il Crestor e il Liptor.
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La commissione Agricoltura del Parlamento Europeo (PE) non curante dei dissensi già manifestati dalla Cia e dalla Coldiretti ha dato il via libera per le soglie di tolleranza degli Ogm negli alimenti biologici. Sarebbe di 0.9% la soglia di contaminazione consentita. Una vera spaccatura nell'europarlamento!

In prima linea il Ministro per le politiche agricole alimentari e forestali Paolo De Castro che ha chiesto il sostegno degli europarlamentari. Per tutto il settore europeo dell'agricoltura, e per quello italiano in particolare, una simile scelta porterebbe danni economici importanti per lo sviluppo dell'intera filiera produttiva, anche a scapito dell'immagine e del gradimento da parte dei consumatori.
La Coldiretti, in pieno accordo col ministro, evidenzia la posizione italiana, ricordando che l'Italia è il quarto produttore mondiale e primo nella UE, con un terzo delle imprese biologiche europee e un quarto della superficie bio dell'Unione. Anche gli agricoltori della Cia (Confederazione italiana agricoltori) criticano la posizione assunta dalla Commissione Agricoltura del Parlamento europeo. Si uniscono nella lotta per la "tolleranza zero" gli agricoltori del network delle regioni che sono solo per l'agricoltura "OGM free" e naturalmente la "Legambiente".
Favorevoli alla soglia 0.9% i verdi europarlamentari franco-tedeschi, ma non quelli italiani. Delusi per il permissivismo anche la sinistra dell'europarlamento e una parte dei liberaldemocratici. 

Helpconsumatori

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Cola o non-cola, diet o non diet?

E' vero che le bevande analcoliche, e specie quelle a base di cola, hanno un potenziale erosivo tale da arrivare a consumare lo smalto dei denti? Forse sì! Ma di chi è la colpa; del pH, dello zucchero o della cola?

Pare proprio così, ma con alcune precisazioni doverose. In uno studio americano delle microsezioni estratte da smalto dentario sono state sottoposte ad osservazione dopo 6, 24, e 48 ore di immersione in campioni di bevande analcoliche ottenuti da 20 tra le più famose marche in commercio. Sono state prese in considerazione tutte le versioni delle stesse bevande, sia quelle con cola che quelle senza, e sia quelle con zucchero che quelle senza. In sintesi: si è evidenziato che l'esposizione prolungata a tutte le bevande analcoliche esaminate causava una sostanziale perdita di smalto dentario. E in particolare le bevande non-cola apparivano più erosive di quelle con cola. Per giunta le loro versioni zuccherate sembrerebbero più erosive rispetto a quelle sugar-free. E comunque il pH non c'entra. Dunque, dovendo scegliere, meglio con la cola, e rigorosamente senza zucchero!


Jain P et al
Gen Dent. 2007; 55(2):150-4

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Ancora sull'etichetta

L'Unione Consumatori invita i produttori alimentari a indicare volontariamente in etichetta l'origine del prodotto e la provenienza della materia prima, per garantire ai consumatori la massima trasparenza.  

In seguito alla legge comunitaria di prossima emanazione, che prevede l'abrogazione della norma contenuta nella legge n. 204/2004 che sancisce l'obbligo di indicare su tutti i prodotti alimentari il luogo di origine o di provenienza, scende in campo l'Unione Consumatori. Secondo l'associazione, infatti, non esiste alcun divieto di riportare in etichetta l'origine della materia prima utilizzata o la provenienza stessa dell'alimento. Queste indicazioni consentirebbero al consumatore una scelta consapevole al momento dell'acquisto e favorirebbero le vendite dei prodotti italiani non solo nel nostro Paese, ma anche all'estero. Dello stesso parere anche il Movimento dei Consumatori, che chiede al Governo di intervenire urgentemente, varando singole normative per ogni prodotto, in particolare per quelli più significativi per l'Italia. In attesa delle norme, il Movimento Consumatori assicura che avvierà una campagna promozionale a favore dei prodotti "trasparenti".

Movimento Consumatori

 

 

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Le stagioni del cancro ...e della vitamina D

I ricercatori norvegesi vogliono conferme anche se tutto sta giocando a favore delle loro ipotesi primitive.

Tutto cominciò in Norvegia, dopo alcune analisi di routine condotte su 15.616 campioni di sangue allo scopo di misurare le variazioni stagionali dei livelli plasmatici della vitamina D (25-OH derivato) nel sangue dei pazienti afferenti al Hormone Laboratory della Aker University di Oslo.

Partendo dall'ipotesi che la vitamina D o meglio i suoi derivati con attività ormonale potrebbero modulare la proliferazione e la differenziazione delle cellule neoplastiche, i ricercatori norvegesi hanno dapprima considerato i campioni di sangue provenienti dai pazienti portatori di cancro polmonare che afferivano al laboratorio ospedaliero nel periodo dal 1964 al 2000.

Lo scopo principale dell'indagine era quello di verificare l'esistenza di una possibile correlazione positiva tra i livelli plasmatici della vitamina D (25-OH derivato), il decorso e la mortalità per cancro polmonare, considerando la stagione della diagnosi primitiva. Presupposti molto interessanti se si pensa alla peculiarità del succedersi delle stagioni nei Paesi del Nord Europa nonchè alle caratteristiche dei ritmi circadiani per ciò che riguarda i cicli ombra-luce.
I primi risultati hanno indicato che effettivamente i pazienti che avevano ricevuto la prima diagnosi di cancro polmonare a cellule squamose mostravano una prognosi migliore se la prima diagnosi era stata formulata in autunno, rispetto a quelli che erano stati diagnosticati in inverno. Inoltre, se i pazienti erano residenti in una regione maggiormente esposta ai raggi solari UV la prognosi era ancora più favorevole rispetto a quella dei soggetti residenti in regioni scarsamente esposte al sole. E i raggi solari UV, si sa, sono la principale fonte naturale di vitamina D.

 

Incoraggiati e stimolati dai primi riscontri, i ricercatori norvegesi hanno dapprima approfondito gli studi sul cancro polmonare.

Sono stati così presi in considerazione i livelli plasmatici di 25-idrossi-vitamina D in rapporto all'esposizione alla luce solare, concentrando l'attenzione sulla tipologia istologica del cancro polmonare, sul sesso dei pazienti, sull'eventuale trattamento chirurgico delle forme primitive e sulla mortalità.


La sopravvivenza dopo terapia appariva legata al sesso e i maschi mostravano una prognosi significativamente negativa rispetto alle femmine. In particolare, in Norvegia l'indice di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi per ciò che riguarda i tumori solidi e localizzati è di circa il 30% per le femmine e 20% per i maschi.
Comunque, il calcitriolo (la forma più attiva della vitamina D) appare fortemente coinvolto nella proliferazione cellulare, nei passaggi chiave della differenziazione cellulare e nell'apoptosi. E' probabile che queste attività sulle cellule del cancro polmonare siano dovute a diverse interazioni delle forme attive dei derivati della vitamina D con specifici recettori nucleari o di membrana. Studiando le cellule neoplastiche in vitro si è comunque confermato l'effetto d'inibizione della crescita tumorale dei derivati della vitamina D.
In termini pratici, le ipotesi primitive di queste osservazioni supportate dagli studi in vitro e da quelli su animali da esperimento, depongono fortemente per l'impiego di supplementi a base dei derivati biologicamente attivi della vitamina D come coadiuvanti per il trattamento del cancro polmonare. Va ricordato, infatti, che il fabbisogno umano di tali micronutrienti è legato al consumo dei grassi provenienti dalle carni di pesce, dalle uova, dai condimenti vegetali, ma soprattutto, alla trasformazione delle forme inattive della vitamina D (provitamine) che avviene nella cute tramite l'esposizione ai raggi solari UV. E questa forma di vitamina D (calcidiolo), biologicamente attiva sulle cellule neoplastiche, è dunque necessariamente legata ai raggi UV e alle stagioni, e nei Paesi nordici raggiunge i massimi livelli plasmatici nei mesi di luglio e di settembre.

Dopo la prima osservazione, quasi casuale, centrata sulle misure routinarie dei livelli plasmatici di vitamina D nei malati di cancro del polmone riferita alla casistica degli anni dal 1964 al 2000, erano necessarie conferme più recenti. Altri lavori di poco precedenti e pubblicati da inglesi e americani hanno alimentato il proseguimento delle ricerche dei norvegesi.
Di fatto, la correlazione ipotizzata tra elevati livelli plasmatici di 25-idrossi-derivati della vitamina D e la modulazione della proliferazione neoplastica appare ancora più probabile in un Paese come la Norvegia. Basta pensare ai raggi UV e all'alternanza delle stagioni in Norvegia, che essendo decisamente più a nord rispetto a Inghilterra e America, meglio si presta a queste osservazioni epidemiologiche e prognostiche legate alle stagioni.
In pratica, se in Norvegia in particolare, il livello di calcidiolo (vitamina D2) ritrovabile nel sangue subisce delle variazioni stagionali in base al flusso dei raggi UV, e se, le stesse variazioni stagionali sembrano positivamente correlabili alla ridotta proliferazione neoplastica dei carcinomi polmonari, è possibile che ciò avvenga anche per altre neoplasie.
Così i norvegesi ora stanno paragonando i dati di sopravvivenza ottenuti dalla prima osservazione che riguardava 40 anni di follow-up (vedi prima parte) con i dati ottenuti dalle misure dei livelli di vitamina D utilizzando campioni di sangue di pazienti pervenuti allo stesso laboratorio nel periodo 1996-2001. E i dati preliminari ottenuti sono veramente incoraggianti.

 



Porojnicu AC et al. Seasonal and geographical variations in lung cancer prognosis in Norway Does Vitamin D from the sun play a role?

 

Lung Cancer. 2007 Mar;55(3):263-70


 

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Il pesce fa bene a tutti

Uno studio recentemente pubblicato su Lancet riporta alla ribalta il dilemma sul consumo di pesce: è meglio ridurlo per evitare l'esposizione al metilmercurio o incoraggiarlo poichè contiene nutrienti essenziali per il neurosviluppo?

Il cervello fetale cresce rapidamente in dimensione e complessità durante la gestazione ed è in larga parte costituito da lipidi, sopratutto acidi grassi poli-insaturi a catena lunga. Sebbene lo sviluppo cerebrale richieda grandi quantità di questi nutrienti, la maggior parte di essi viene assunta con la dieta. Alcuni ricercatori hanno dimostrato che un elevato consumo materno di pesce, alimento ricco di acidi grassi, induce un miglior sviluppo neurologico nella prole. Malgrado tutti i pesci contengano piccole quantità di metilmercurio, potenzialmente tossico, esso resta un alimento indispensabile per il corretto sviluppo cerebrale fetale ed infantile. Poiché i casi di avvelenamento fetale da metilmercurio sono davvero rari, è importante che le madri assumano sufficienti quantità di pesce in gravidanza, altrim enti i danni potrebbero essere ben più gravi e probabili di quelli eventualmente causati dal mercurio.


Gary J Myers, Philip W Davidson
Lancet 2007; 369 (9561) - 537-8

 

 

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Ragazzi obesi per troppa TV?

Anche nel nuovo continente l'obesità giovanile sta diventando preoccupante. Ma è davvero colpa delle cattive abitudini? Non è ancora detto!


In uno studio recente sono stati osservati 194 ragazzi australiani (97 M e 97 F) intorno ai 12 anni nei quali sono stati valutati: la maturazione dei caratteri sessuali della pubertà, l'altezza, il peso, le pliche cutanee e la misura della circonferenza della vita. Sono anche stati presi in considerazione: il livello sociale delle famiglie di appartenenza in base alle aree di residenza e il livello di educazione dei loro genitori. Anche le abitudini quotidiane dei ragazzi sono state indagate in riferimento all'attività fisica praticata, alle ore trascorse davanti alla TV e alle loro abitudini alimentari, con particolare riguardo alla quota di grassi assunta giornalmente.
I risultati ottenuti evidenziano che per i maschi, ma non per le femmine, esisterebbe una correlazione negativa tra i comportamenti quotidiani e le dimensioni delle adiposità misurate. E questo fenomeno non è correlabile con la quantità di grassi assunti con la dieta. In pratica, non si può ancora affermare con certezza che certi comportamenti abituali possano influire sulla deposizione di tessuto adiposo. Comunque, almeno per ciò che riguarda i ragazzini, queste osservazioni meritano ulteriori conferme se non altro per la messa a punto di metodologie standard per le indagini su campioni di popolazione ancora in evoluzione.

Dollman J. et al. Int J Obes (Lond). 2007 Jan;31(1):45-52

 

 

 

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Secondo la Cia (Confederazione italiana agricoltori) i consumi alimentari degli italiani hanno registrato una frenata nel 2006. Anzi, un crollo per frutta e verdura. Una débâcle per pane, pasta e carni. In salita, invece, solo latte e yogurt.

Nel 2006 i consumi domestici per l'alimentazione hanno fatto registrare, in quantità, un calo nei confronti del 2005 dell'1,2 per cento, con un crollo netto per gli ortofrutticoli e segni negativi anche per carni, pane e pasta. Vanno bene il latte e i suoi derivati, in particolare lo yogurt.
Notevole, nonostante le raccomandazioni dei nutrizionisti, la caduta nei consumi di prodotti ortofrutticoli: meno 7,5 per cento. E l'impennata dei prezzi appare come indiziato numero uno. 
Le carni e i salumi sono in flessione (-2,2 e -1,8 ). Nella stessa direzione i derivati dei cereali (pane e pasta) che diminuiscono del 3 per cento. In consistente ribasso anche l'olio e i grassi da condimento.
Vanno bene, al contrario, le bevande analcoliche: tè, caffè e acqua minerale in particolare.
Benissimo i consumi di latte e derivati per i quali si prospetta una crescita del 2,5 per cento, e gli yogurt hanno fatto registrare un aumento pari all'8 per cento.
"La Cia avverte, però, che non è la fine di quel consumatore, tante volte richiamato, attento alla qualità, alla tipicità, al contenuto culturale del cibo".
I consumatori europei, secondo un'altra indagine, infatti, vogliono vedere chiaro nell'etichetta dei prodotti agroalimentari. E la maggioranza si dichiara pronta a pagare di più per conoscere la tracciabilità di un prodotto.
Insomma, sarebbe, oggi, il solo consumatore italiano a trovarsi un po' in difficoltà...più che altro, difficoltà economiche!?

Plurisettimanale della Confederazione italiana agricoltori online - Anno XII n 423

 

 

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Disturbi alimentari: non solo adolescenti

I disturbi del comportamento alimentare coinvolgono due milioni di giovani italiani, in particolare le ragazze, ma la vera novità consiste nel fatto che dati recenti dimostrano la presenza di un secondo picco d'incidenza intorno ai 40 anni.

I disturbi del comportamento alimentare coinvolgono due milioni di giovani italiani, in particolare le ragazze, ma la vera novità consiste nel fatto che dati recenti dimostrano la presenza di un secondo picco d'incidenza intorno ai 40 anni.


Nella società moderna, infatti, è sempre più in voga il mito dell'indossatrice scheletrica e l'anoressia è diventata un problema, non solo in ambito clinico, ma anche per le istituzioni governative. Basti pensare che, come afferma Sara Bertelli, psichiatra presso l'Ospedale San Paolo di Milano, in tre anni nell'ambulatorio di cui è responsabile si sono registrati 290 primi accessi, 63 dei quali di bambini e adolescenti. Escludendo le forme di anoressia classica, quelle miste sono le più frequenti (dal 5 al 20% dei casi), sopratutto nelle ragazze di età compresa tra i 12 e i 25 anni, ma anche i pazienti di  sesso maschile sono in aumento. La principale novità, tuttavia, è rappresentata dall'insorgenza di un secondo picco di incidenza nei quarantenni, ma non è ancora del tutto chiarito se questo fenomeno sia correlato a disturbi alimentari in età pediatrica.

 

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Stato Nutrizionale

Obesità e diabete: bambini e adolescenti vittime del marketing

Un articolo pubblicato di recente sul New England Journal of Medicine è dedicato all'incremento allarmante dell'obesità infantile, fenomeno comune in tutti i paesi industrializzati, e alla sua relazione con il marketing dei prodotti alimentari, rivolto ai bambini e agli adolescenti.

Stato Nutrizionale

Obesità e diabete: bambini e adolescenti vittime del marketing

Un articolo pubblicato di recente sul New England Journal of Medicine è dedicato all'incremento allarmante dell'obesità infantile, fenomeno comune in tutti i paesi industrializzati, e alla sua relazione con il marketing dei prodotti alimentari, rivolto ai bambini e agli adolescenti.
I dati relativi all'incremento della percentuale di bambini obesi sono significativi: essa è raddoppiata nel range di età fra i sei e gli undici anni e triplicata nell'intervallo di età tra i dodici ed i diciannove anni. L'incidenza del diabete mellito in ambito pediatrico sembra essere la diretta conseguenza di questi dati.


Una ricerca sul marketing dei prodotti alimentari da parte delle industrie alimentari nei confronti della popolazione giovanile e dei relativi genitori, commissionata all'Institute of Medicine dai Centers for Disease Control and Prevention, lancia accuse specifiche alle pratiche pubblicitarie dell'industria. "Le aziende - sostiene Marion Nestle - autrice dell'articolo pubblicato sul NEJM - si rivolgono intenzionalmente a bambini troppo piccoli ed ignari, stimolandoli a mangiare "cibi spazzatura", poveri nel valore nutritivo, ma ricchi per la densità calorica".
Dal 1994 le aziende del settore hanno messo a disposizione del pubblico 600 nuovi prodotti alimentari. Di questi solo il 25% sarebbe relativamente salutare (prodotti da forno, cibo per l'infanzia, e acque minerali). Al contrario il 50% dei nuovi prodotti è composto da caramelle e gomme da masticare ed il restante 25% da dolciumi vari e merendine salate. Lo studio dell'Institute of Medicine ha evidenziato una responsabilità del marketing nell'influenzare le scelte alimentari dei ragazzi: le aziende studiano con estrema attenzione i meccanismi psicologici che governano le scelte dei bambini e dei loro genitori.
I consueti canali di promozione pubblicitaria sono stati di recente affiancati da altri veicoli come i giocattoli, i videogiochi, le canzoni, i film e gli SMS. Tuttavia l'aspetto più inquietante - aggiunge l'autrice dell'articolo - è il messaggio diretto ai bambini, teso a sminuire l'autorevolezza delle scelte dei genitori. Il messaggio insinuante del nuovo marketing è che gli adulti non sappiano di cosa ha veramente bisogno un bambino e che in fondo sia il bambino stesso deputato a decidere, in una sorta di rozza democrazia, che cosa mangiare e come.
In ogni caso, in Paesi culturalmente diversi si adottano regole di mercato ovviamente diverse, ma ciò che appare di fondamentale importanza, e quindi unificabile, è il concetto emergente che la pubblicità e il marketing in campo alimentare non dovrebbero essere diretti così ingannevolmente ai piccoli consumatori, ma piuttosto a valorizzare un'alimentazione più adeguata e salutare accompagnata da attività fisica costante.

NEJM 2006, 354, (24), 2527
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