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Alimentazione

Secondo corso di aggiornamento in nutrizione umana

Con crediti ECM, dedicato all’alimentazione vegetariana, rivolto a medici, dietisti e biologi e organizzato dalla LAV

Si svolgerà il 17 e 18 gennaio 2009 a Roma, presso la Sala degli Archi, in Largo Santa Lucia dei Filippini 20, il secondo corso di aggiornamento in nutrizione umana dal titolo «Il vegetariano», organizzato dalla LAV.
Il corso, in fase di accreditamento ECM (Educazione Continua in Medicina), è rivolto a medici, dietisti e biologi con l’obiettivo di fornire a queste figure professionali degli strumenti pratici per supportare richieste da parte di pazienti vegetariani e vegani, e in questa edizione intende approfondire gli aspetti della nutrizione vegetariana e vegana nell'infanzia, in gravidanza e allattamento, e nello sport, nonché il vegetarismo come prevenzione di malattie degenerative.

Attualmente, infatti, la scelta di seguire un’alimentazione vegetariana è trattata spesso con sufficienza dagli addetti ai lavori, per mancanza di conoscenza dell’argomento quando non per una più grave presa di posizione ideologica.

«Chi desidera adottare un’alimentazione vegetariana è quindi spesso costretto al fai da te, incorrendo in situazioni potenzialmente pericolose, soprattutto quando i destinatari sono bambini. – dichiara Roberta Bartocci, biologa responsabile LAV settore Vegetarismo – Vegetariano si può ad ogni età e situazione fisiologica ma è a volte necessario rivolgersi ai consigli di un esperto».

«Ognuno di noi, inoltre, attraverso i propri consumi alimentari, può fare la differenza non solo sulla propria salute, ma anche su questioni importanti ed urgenti come cambiamenti climatici, inquinamento, rincaro dei prezzi dei cereali, che gravano sulle popolazioni del sud del mondo, nonché sulla sorte di milioni di animali. – continua Roberta Bartocci – Uno stile alimentare cosiddetto «plant based» è una risposta concreta a questi temi e quindi è dovere da parte degli operatori della nutrizione incoraggiare e supportare chi sceglie un’alimentazione vegetariana».

I Relatori che parteciperanno al corso sono tutti medici con una preparazione specifica in materia di nutrizione vegetariana, spaziando tra varie discipline: il dott. Riccardo Trespidi, esperto in omeopatia, è stato a lungo il presidente del Comitato Scientifico della storica Associazione Vegetariana Italiana; Luciana Baroni, specialista in neurologia, geriatria e gerontologia, ha fondato ed è la presidente della Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana; il Prof. Ottavio Bosello, è ordinario di geriatria e gerontologia e specialista in Scienze della Nutrizione presso l’Università di Verona; la Prof.ssa Carla Lubrano, specialista in endocrinologia, tratterà l’argomento della alimentazione vegetariana in relazione agli inquinanti presenti nel cibo, la Dott.ssa Michela De Petris, specialista in scienza dell’alimentazione è Ricercatore in studi di intervento alimentare presso l'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l'Ospedale San Raffaele; il Dott. Luciano Proietti, specialista in pediatria, da anni collabora con la Clinica Pediatrica dell’Università di Torino occupandosi di ricerche sulla nutrizione non convenzionale in età pediatrica; il Prof Michelangelo Giampietro, specialista in medicina dello sport e scienza dell’alimentazione, è autore di pubblicazioni in tema di diete vegetariane e pratica sportiva.

Per informazioni e iscrizioni (entro l'8 gennaio 2009) al corso: Roberta Bartocci, biologa responsabile LAV settore Vegetarismo, tel. 320.4730682 email: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

 

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Allergie e intolleranze


Allergie ed intolleranze alimentari sono due patologie ben distinte che tendono ad essere spesso confuse, probabilmente a causa di alcuni sintomi che talvolta possono essere simili. Recenti studi hanno dimostrato che allergie ed intolleranze alimentari sono in costante crescita nella popolazione adulta e appaiono collegate alle abitudini alimentari di ogni singola nazione.

ALLERGIE ALIMENTARI

I disturbi si manifestano rapidamente subito dopo l’ingestione di un particolare alimento ed è quindi più facile collegarli al cibo ingerito. Le reazioni dell'organismo oltre ad essere immediate sono, di solito, violente producendo Shock Anafilattico.
I sintomi delle allergie alimentari sono simili a quelli provocati dall’allergia ai pollini: arrossamenti pruriginosi della pelle, eczemi, eruzioni o gonfiori, orticaria, arrossamenti e bolle, dermatiti, ma anche irritazione delle labbra e della bocca o problemi respiratori (riniti, congiuntiviti, asma) o ancora problemi gastrointestinali (nausea, vomito, dolori addominali e diarrea ). Le allergie alimentari sono molto meno diffuse delle intolleranze (su 100 casi, solo 20 sono allergie) e, a differenza delle intolleranze, possono portare al decesso. La terapia base è l’esclusione dalla dieta dell’alimento verso cui il paziente è allergico. Cibi tendenzialmente allergizzanti possono essere: pesce, arance, uova, soia, latte vaccino, pesche, kiwi, crostacei.


INTOLLERANZE ALIMENTARI

Si differenziano dalle allergie alimentari vere e proprie perché non producono Shock Anafilattico e di solito non rispondono ai tradizionali Test Allergici Cutanei. Non provocano quasi mai delle reazioni violente ed immediate nell'organismo e quindi spesso non sono direttamente collegabili all'assunzione del cibo che le determina.
Esse derivano dall'impossibilità dell'organismo di digerire un dato alimento, a causa di difetti metabolici che possono essere causati dallo stile di vita (scarsa masticazione, errate combinazioni alimentari, ecc.) o da stati emotivi alterati, oppure possono essere scatenate dall'assunzione di antibiotici. Le intolleranze alimentari si manifestano quasi sempre con una sintomatologia generale più o meno sfumata (stanchezza, cefalea, gonfiori addominali postprandiali, infezioni ricorrenti, dolori articolari, ecc.) o con modificazioni cutanee (pelle secca, eczemi, orticaria, ecc).
Esse sono riconducibili all'accumulo nel tempo delle sostanze responsabili di ipersensibilità, fino ad un livello che ad un certo punto supera la "dose soglia". A causa di questo periodo di latenza, spesso risulta difficile accettare e comprendere come si possa "improvvisamente" diventare intolleranti ad un cibo comunemente ingerito.
L’esclusione dell’alimento dalla dieta è il rimedio d’eccellenza per l’intolleranza. Alimenti che possono causare intolleranza sono: latte e latticini, lieviti, frumento, oli vegetali.

 

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Nutrizione

Ultimo aggiornamento: 31/10/08

Pomodori viola e anticancro
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Il concetto è stato più volte ribadito, bastano pochi cambiamenti nella dieta di tutti i giorni per ottenere benefici sostanziali. E tra le raccomandazioni più comuni c’è l’invito a mangiare cinque porzioni al giorno di frutta e verdura, lanciata circa 20 anni fa dal National Cancer Institute. Una formula mai del tutto messa in pratica dalla gran parte della popolazione, in più a peggiorare le cose ci si è messa la crisi finanziaria che ha reso questi prodotti beni da gioielleria e quindi ancora più inaccessibili. Per ovviare a queste carenze, perciò, i ricercatori si devono ingegnare, ed è quello che ha fatto il gruppo britannico del John Innes Centre di Norwich, in collaborazione con altri centri di ricerca europei, tra i quali l’Istituto europeo di oncologia di Milano, in un progetto ribattezzato Flora. La ricerca ha condotto a una nuova frontiera dei cibi-farmaco anticancro, pomodori geneticamente modificati ricchi di antocianine, antiossidanti del gruppo dei flavonoidi, in grado di esercitare un effetto protettivo su topi mutanti suscettibili ai tumori. Uno dei casi in cui parlare di prodotti OGM non deve spaventare, anzi.


Antocianine terapeutiche
La buona fama degli antiossidanti, d’altro canto, dura da un po’ e i flavonoidi in particolare sono ormai largamente considerati una valida arma di prevenzione nei confronti di patologie come le malattie cardiovascolari e alcuni tipi di cancro. Per ottenere una particolare ricchezza in antocianine nei pomodori, cosa che ha conferito loro un colore viola caratteristico, i ricercatori hanno fatto ricorso a due geni presenti nella comune pianta bocca di leone. “i due geni che abbiamo isolato – ha spiegato Eugenio Butelli che lavora presso il centro britannico ed è primo autore della ricerca – sono responsabili dei colori dei fiori e, se introdotti in altre piante, sono la combinazione vincente per produrre antocianine, gli stessi fitochimici presenti nei mirtilli. Da un’analisi chimica dettagliata risulta che il nostro pomodoro ha un’attività antiossidante molto elevata, quasi triplicata rispetto al frutto naturale, e quindi estremamente vantaggiosa per studiare gli effetti delle antocianine”. I topi su cui è stato condotto l’esperimento sono stati privati della proteina p53, determinante nel processo di tumori genesi. Mancando la proteina, cioè, si sviluppano precocemente diversi tipi di tumore, soprattutto linfomi. Nello studio gli animali sono stati divisi in tre gruppi: al primo è toccato cibo comune per roditori, al secondo è stato aggiunto un 10% di estratto di pomodoro rosso normale, mentre il terzo ha ricevuto mangime comune addizionato con una polvere ottenuta dai pomodori viola. "Tra i primi due gruppi non sono state riscontrate differenze - spiega Marco Giorgio, dell'Istituto Europeo di Oncologia, che ha condotto la sperimentazione sui topi - Ma l'ultimo gruppo, che ha ricevuto i pomodori viola, ha mostrato un allungamento della vita significativo rispetto agli altri due". Centoottantadue giorni di sopravvivenza contro i 142 dei topi a dieta comune.


Meglio essere cauti

Anche se i risultati sono molto promettenti, i ricercatori invitano alla cautela. "In realtà - dice ancora Marco Giorgio - si tratta di un esperimento esplorativo, che ha validato l' ipotesi che attraverso la somministrazione di cibi opportunamente modificati si possano contrastare delle malattie. E' vero, la vita dei topi si allunga in maniera significativa quando assumono i pomodori viola, ma non sappiamo ancora con precisione i processi coinvolti. È probabile che siano coinvolti altri meccanismi oltre quelli antiossidanti. E dobbiamo tenere presente che lo studio non ha preso in considerazione eventuali effetti tossici. Il prossimo passo da fare sarà studiare l'effetto del pomodoro viola su altri modelli di tumore e caratterizzare il meccanismo d'azione". E’ presto perciò, per trarre conclusioni, ma l’intervento sulla dieta come conferma Cathie Martin, coordinatrice del progetto Flora, è sempre possibile: “Lo studio conferma che si possono ottenere effetti significativi attraverso semplici cambiamenti nella dieta di tutti i giorni. Qui non parliamo di pillole o supplementi di varia natura, ma di alimenti”.


Marco Malagutti

Fonti
Adnkronos salute

 

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Melamina. Una emergenza globale?

fonte: www.greenplanet.net
Quando qualche giorno fa nel corso di alcuni controlli dei Nas è emerso che dei campioni di latte importati dalla Cina in Italia contenevano melamina, abbiamo avuto conferma che di questa sostanza sentiremo ancora parlare e che l'emergenza che la riguarda non si è ancora conclusa - Di Gianna Ferretti latte-cineseIl termine melamina è arrivato all'attenzione delle autorità sanitarie e dell'opinione pubblica nel 2007 quando negli Stati Uniti, il decesso di molti animali domestici è stato collegato alla presenza di questo composto in diversi marchi di cibi per animali. Alcune aziende che avevano fabbricato i propri prodotti con glutine contaminato con melamina proveniente dalla Cina, hanno dovuto ritirare migliaia di confezioni dagli scaffali. Il glutine è un ingrediente che può essere usato nella composizione dei mangimi per aumentare il livello di sostanze azotate, un indicatore nutrizionale, inoltre può svolgere un ruolo tecnologico. La melamina è una sostanza usata come fertilizzante e per produrre resine e plastiche, pertanto non entra nella catena alimentare umana. Sebbene non possa essere esclusa una cessione da materiale plastico agli alimenti, i livelli elevati di melamina evidenziati nei campioni di glutine, lasciavano ipotizzare una aggiunta volontaria e ne è stata data anche una possibile spiegazione. La melamina è una sostanza azotata pertanto, può contribuire ad innalzare i livelli di azoto nei campioni sottoposti ad analisi chimiche. Poiché le determinazioni servono a stabilire il valore commerciale degli ingredienti che entrano nelle filiere produttive, la frode era attuata a scopo economico. Nel 2007 negli Stati Uniti nel corso di controlli avviati dall'FDA, fu segnalata la melamina anche in mangimi destinati all'acquacoltura importati o prodotti con ingredienti fabbricati in Cina, dimostrando una diffusione maggiore del previsto e una contaminazione non solo di mangimi per animali domestici. La vicenda ebbe ripercussioni anche in Europa. Dalla lettura dell'archivio dei bollettini settimanali del Rapid Alert System for Food and Feed, tuttora disponibili in rete, emerge che la contaminazione fu rilevata in alcuni stati Europei e riguardava materie prime destinate alla produzione di mangimi.

A distanza di circa un anno, una nuova emergenza con protagonista la melanina è arrivata all'attenzione dei media. A partire dal mese di Agosto 2008, si è dimostrata la sua presenza in diversi marchi di latte in polvere destinato all'alimentazione umana. La contaminazione anche in questo caso ha avuto origine in Cina, che è una grande produttrice ed esportatrice della sostanza. 53.000 neonati hanno dovuto fare ricorso a cure mediche, ci sono stati anche quattro decessi. L'assunzione di melamina, a quantità elevate, può provocare danni ai reni. I neonati ovviamente sono particolarmente esposti se alimentati con latte contaminato.

Come accaduto in passato, la melamina sarebbe stata aggiunta fraudolentemente al latte in polvere al fine di aumentarne il livello di sostanze azotate, e di conseguenza il suo valore commerciale. Nonostante le rassicurazioni delle autorità sanitarie cinesi a cui sono seguiti gli arresti delle persone ritenute responsabili, sono seguite inevitabili crisi nelle partnership che hanno coinvolto multinazionali straniere, tra cui la Fonterra. Infatti il gruppo caseario cinese San Lu, uno dei principali marchi coinvolti nella vicenda, è stato acquisito alcuni anni fa per il 43% dalla multinazionale neo-zelandese Fonterra, uno dei piu' grandi fornitori di prodotti lattiero-caseari, che esporta il 90% dei suoi prodotti in circa 140 paesi. Tra tutti i prodotti contenenti melamina, il latte in polvere della San Lu è quello in cui è stata evidenziata la quantità maggiore di melamina (2563 mg per kg). Il contenuto in altri marchi è risultato tra 0,09 e 619 mg per chilogrammo.

Il latte in polvere entra nella composizione di molti prodotti del settore dolciario, per cui nelle settimane successive al rilevamento di melamina nel latte destinato all'allattamento artificiale, i controlli hanno riguardato possibili prodotti che potevano essere stati confezionati con materie prime contaminate. Ci si è resi conto ben presto che la diffusione era piu' estesa. Nel mese di settembre 2008 la melamina è stata evidenziata in campioni di yogurth, di latte fresco in Cina e in campioni di latte cinese esportato nelle Filippine. In Nuova Zelanda a causa della melamina in alcuni campioni di caramelle, è iniziato il ritiro dagli scaffali delle White Rabbit Creamy Candies, tipiche caramelle cinesi in cui il latte in polvere è tra gli ingredienti. Simili destini hanno avuto le White Rabbit Creamy Candies negli Stati Uniti e negli ultimi giorni anche nel Regno Unito dove la melamina è stata rilevata a livelli di 11.25 mg/kg. Ritirate per motivi precauzionali anche confezioni di latte Nestle Dairy Farm Pure Milk venduto a Hong Kong e destinato a centri di catering.

L' Unione Europea ha ordinato di testare le merci Made in China contenenti piu' del 15% di latte in polvere e l'EFSA è stata chiamata ad esprimersi in relazione ai ritiri in atto in diversi stati. Sul sito internet dell'Efsa, è stato pubblicato un parere scientifico sui rischi per la salute dei consumatori europei, collegati alla possibile presenza di melamina negli alimenti composti contenenti latte o derivati del latte, provenienti dalla Cina. L'uso della melamina nell'alimentazione umana e animale è proibita nella UE. La TDI (dose giornaliera ammissibile) è stata fissata a 0.5 mg/kg di peso corporeo, circa 30 mg per un soggetto di 60 kg. L'EFSA ha dichiarato che:"se soggetti adulti consumassero in Europa cioccolata e biscotti contenenti latte in polvere contaminato, nemmeno nella peggiore delle ipotesi supererebbero la TDI. Anche i bambini con un consumo medio di biscotti, caramelle mou al latte e cioccolata, prodotti con tale latte in polvere, non supererebbero la TDI. Tuttavia, nei peggiori casi possibili, al livello massimo di contaminazione, bambini che facessero ogni giorno un elevato consumo di caramelle mou al latte, cioccolata o biscotti contenenti livelli elevati di latte in polvere, supererebbero la TDI. I bambini che consumano sia biscotti che cioccolata di questo tipo in teoria potrebbero superare la TDI anche di oltre tre volte". L'EFSA ha tracciato degli scenari teorici di esposizione in base ai dati sui consumi europei di biscotti e cioccolata. Mancando dati sul latte in polvere contaminato, l'EFSA ha utilizzato il più alto valore di melamina segnalato negli alimenti cinesi per lattanti come base per i peggiori scenari possibili.

Nelle ultime settimane sono proseguiti i recall di prodotti. Nel Regno Unito è stato deciso per i biscotti del marchio cinese Koala, i livelli di melamina erano 4.98 ppm. Anche alcuni tipi di cioccolatini del noto marchio inglese Cadbury, ma fabbricati in Cina, sono risultati contaminati (gusto cioccolato-mirtillo e caffè, con livelli di melamina tra 21 e 92.3 ppm). Il ritiro delle caramelle segue la notifica della UE che ha avvertito i 27 paesi membri dell'Alert riguardante i prodotti contaminati provenienti dalla Guanshengyan Food General Factory. Melamina è stata evidenziata anche in alimenti distribuiti in Giappone. Livelli tra 17 e 36 ppm sono stati trovati in 4 marchi di croissants importati dalla cinese Top Trading Company, costretta quindi a richiamare molti dei suoi prodotti.

In conclusione livelli molto elevati di melamina sono stati trovati in alcuni campioni di latte in polvere prodotto in Cina (circa 2500 mg/kg) e in seguito in altri alimenti. Si è stabilito che valori piu' elevati di 2.5 mg/kg non possono essere causati da cessione accidentale da contenitori di plastica, bensì da aggiunta volontaria per aumentare il valore commerciale di materie prime scadenti.

La vicenda della melamina ci insegna diverse cose. Dobbiamo essere consapevoli che l'allungamento delle filiere produttive, l'ampliarsi dei rapporti commerciali intercontinentali, l'aumento della distanza tra produttori e consumatori, la delocalizzazione delle produzioni sia di materie prime che di ingredienti vari e additivi può esporre a dei rischi. Nel villaggio globale una emergenza alimentare, è destinata ad oltrepassare i confini nazionali e avere ripercussioni commerciali negative tra i vari stati coinvolti.

L'emergenza sulla melamina che ha messo in risalto la fragilità delle filiere produttive e le criticità nei sistemi di controllo verrà ricordata come esempio di recall globale. La Cina non è solo un grande mercato a cui tutte le principali multinazionali guardano con interesse per sviluppi commerciali futuri. La Cina è anche uno stato da cui le stesse multinazionali si riforniscono di materie prime, ingredienti, additivi e semilavorati. Si delocalizzano le produzioni. Con le aziende cinesi si stabiliscono joint venture e partnership. La vicenda non potrà non avere ripercussioni sule strategie commerciali future che richiederanno una maggiore cautela nello stabilire rapporti con partner che non offrono garanzie igienico-sanitarie in tema di sicurezza alimentare.

Mentre scrivo le autorità sanitarie cinesi hanno ammesso lo scandalo e la non adeguatezza nei controlli. Nelle stesse ore, tracce di melamina sono state evidenziate perfino nell'agente lievitante bicarbonato d'ammonio importato dalla Cina a Taiwan.

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Gianna Ferretti è docente presso l'istituto di Biochimica della Facoltà di Medicina e Chirurgia e della Scuola di Specializzazione in Scienze dell'Alimentazione dell' Università Politecnica delle Marche.  E' autrice del blog Trashfood. Il suo indirizzo email è Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
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Supporto nutrizionale per l'autismo
Ongaro Filippo - 20/10/2008

fonte: Salus Infirmorum - http://www.edizionisalus.it


L’autismo viene considerato dalla medicina classica una malattia psichiatrica. Nonostante l’eziopatogenesi della malattia rimanga in gran parte oscura, la classificazione dell’autismo in malattia psichiatrica espone molti bambini affetti a terapie estremamente rischiose. Tale classificazione viene sostenuta esclusivamente dai sintomi tipici della malattia che comprendono distacco sociale, isolamento, ritardo nella parola e ridotte capacità di interazione sociale ma che non necessariamente devono indicare un disturbo di tipo psichiatrico.

Forse proprio per questo l’approccio convenzionale all’autismo, basato solo sull’uso di psicofarmaci, è largamente fallimentare e lascia gli affetti e le loro famiglie con più problemi che benefici.

L’errore fondamentale della medicina convenzionale è di continuare a cercare una singola causa di malattia anche per patologie chiaramente multi-fattoriali. Questo potrebbe essere proprio il caso dell’autismo che potrebbe non avere una causa singola ma essere invece un prodotto di molteplici fattori tra cui predisposizioni genetiche, infiammazione, ridotta funzionalità gastrointestinale, aumentato stress ossidativo, incapacità a neutralizzare tossine, reazioni autoimmuni e ridotta funzionalità mitocondriale. A tutto ciò vanno aggiunti i possibili gravi danni da vaccini e i conservanti e addittivi alimentari.

Seguendo questa linea di pensiero si potrebbe concludere che l’autismo non è una malattia ma una conseguenza di un carico tossico che l’organismo non riesce a smaltire e che esecita la sua azione nociva in particolare a livello del sistema nervoso centrale. Una strategia terapeutica quindi molto più razionale della semplice ma inefficace prescrizione di psicofarmaci è quella di:

1.    Modificare l’alimentazione in modo da guarire l’intestino e ridurre l’esposizione a tossine esterne;
2.    Fornire supporto nutrizionale in modo da aumentare le difese anti-ossidanti;
3.    Fornire supporto nutrizionale in modo da aumentare la capacità di detossificazione;
4.    Eliminare sostanze tossiche come il mercurio.

L’alimentazione

E’ provato da numerose ricerche che la maggior parte dei bambini affetto da autismo ha una funzionalità gastrointestinale compromessa. Il sistema gastrointestinale è fondamentale perchè neutralizza microbi, permette la digestione degli alimenti e l’assorbimento dei nutrienti. Ma esso funge anche da barriera selettiva, capace di filtrare sostanze tossiche impedendo il loro ingresso nella circolazione. Molte di queste funzioni sembrano essere compromesse nei bambini autistici.
Un primo passo fondamentale nel percorso di guarigione dell’intestino è quello di eliminare gli zuccheri semplici di cui purtroppo l’alimentazione dei bambini continua ad essere molto ricca e che contribuiscono pesantemente alla crescita di batteri nocivi nel tratto gastrointestinale. Allo stesso modo l’eliminazione di cibi raffinati e contenenti addittivi riduce la quantità di tossine introdotte nell’organismo. Questi alimenti dovrebbero essere sostituti da proteine ad alto valore biologico e cibi ricchi di fibra e anti-ossidanti come la frutta e la verdura. Anche alimenti frequentemente allergenici come pomodori, uova, soia e noccioline dovrebbero essere esclusi.
Altro alimento sfortunatamente ancora troppo spesso consigliato ai bambini soprattutto dai pediatri è il latte. Occorre ricordarsi che l’uomo è in grado di digerire ed assobire in modo ottimale solo il latte materno. Il latte vaccino è ricco di proteine non digeribili ed allergeniche, contiene lattosio a cui moltissime persone sono intolleranti e contiene una lunga serie di sostanze nocive derivate dall’alimentazione dell’animale che fornisce il latte. I bambini autistici inoltre traggono spesso giovamento dal seguire un dieta priva di glutine. Questi accorgimenti se ben seguiti possono permettere all’intestino di guarire.

Il supporto alimentare

Diversi supplementi nutrizionali utilizzati sotto controllo medico possono essere utili per i bambini affetti da autismo. Va sempre considerato che non si tratta di farmaci in grado di contenere direttamente i sintomi e le manifestazioni dell’autismo ma di sostanze biologiche che possono favorire un processo di auto-guarigione e detossificazione.

1.    Enzimi digestivi: L’incompleta digestione proteica, in particolare di proteine come la caseina e il glutine induce la formazione di piccole molecole peptidiche che molti ricercatori ritengono essere una concausa dell’autismo. Queste molecole infatti sarebbero in grado di passare la barriera emato-encefalica e creare danni irritativi nel sistema nervoso centrale. Possono essere assunti enzimi digesitivi come tripsina, pepsina, chimotripsina e amilasi. Enzimi vegetali come la bromelina (derivata dall’ananas) hanno una potente azione anti-infiammatoria e contribuiscono a ridurre i sintomi gastrointestinali frequentemente riscontrati nei bambini autistici tra cui gonfiore, flatulenza, crampi addominali e diarrea.

2.    Probiotici: L’equilibrio tra le varie popolazioni batteriche residenti nell’intestino è fondamentale per la salute dell’intero organismo.  Nei bambini autistici in particolare ma anche nei tanti bambini a cui vengono prescritti con troppa leggerezza antibiotici, ci possono essere gravi squilibri della flora batterica intestinale.     I batteri patologici che crescono incontrastati generano tossine pro-ossidanti ma possono essere contrastati efficacemente da probiotici e prebiotici ad alto dosaggio (100 miliardi di colonie batteriche attive).

3.    Vitamine: i bambini affetti da autismo possono essere carenti di molte vitamine a cause della loro ridotta capacità di assorbimento a livello gastrointestinale e dei frequenti episodi di diarrea. Le vitimane del gruppo B sono spesso carenti e sono fondamentali in innumerevoli processi biochimici. La vitamina B6 in particolare è necessaria per la sintesi di diversi neurotrasmettitori e una sua integrazione è stata messa in relazione con miglioramenti dell’attenzione, del sonno e del linguaggio. La vitamina A è importante per i tessuti a rapida crescita come l’epitelio intestinale e i nervi e la vitamina C è un potente anti-ossidante ma serve anche per la sintesi di neurotrasmettitori.

4.    Supporto per la detossificazione: i bambini autistici hanno spesso una capacità di smaltimento delle tossine ridotta e scarse concentrazioni di composti contenenti zolfo come glutatione, metionina, cistationina e cisteina. L’assunzione di glutatione, N-acetilcisteina, glicina e acido alfa-lipoico può servire a ottimizzare i processi di detossificazione.

5.    Acidi grassi essenziali: gli acidi grassi eicosapentanoico e docosapentanoico sono componenti delle membrane cellulari e numerosi studi hanno messo in evidenza la loro carenza in bambini affetti da autismo. Inoltre questi acidi grassi omega 3 sono potenti anti-infiammatori in grado di ridurre la risposta infiammatoria eccessiva spesso presente nei bambini autistici.

Conclusione

Gli approcci farmacologici nella cura dell’autismo sono stati sostanzialmente fallimentari. L’autismo non è una malattia a singola eziologia facilmente aggredibile con un farmaco specifico bensì una complessa manifestazione multi-fattoriale che può essere più efficacemente contenuta con un approccio multi-modale che prenda in considerazione la nutrizione e la supplementazione naturale.



Il Dott. Filippo Ongaro è stato per anni medico degli astronauti presso l’Agenzia Spaziale Europea ed ha lavorato alla NASA e all’Agenzia Spaziale Russa. Oggi è Direttore Scientifico dell’Istituto di Medicina Rigenerativa e Anti-Aging di Treviso e collabora con enti di ricerca tra cui l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa e l’Institute for Biomedical problems di Mosca.

 

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Morbo di Parkinson: comune deficit vitamina D

I pazienti con morbo di Paarkinson hanno maggiori probabilità di presentare bassi livelli di vitamina D rispetto a quelli sani o anche a quelli con morbo di Alzheimer. Data l'elevata prevalenza dei deficit di vitamina D nei pazienti cronici, era prevedibile che i soggetti con malattie neurodegenerative presentassero minori livelli di vitamina D rispetto a quelli sani, ma le differenze fra gli altri gruppi erano inattese: morbo di Parkinson e morbo di Alzheimer sono entrambe malattie neurodegenerative, e quindi si pensava di ricontrare gli stessi deficit. La vitamina D è essenziale per il mantenimento di molte funzioni fisiologiche, ed i potenziali benefici dell'integrazione ne fanno una buona opzione, a prescindere dal potenziale ruolo della vitamina D nelle malattie neurodegenerative. Nell'anziano la questione assume un'importanza particolare, in quanto i deficit di vitamina D sono fortemente correlati ad un'elevata incidenza di cadute, osteoporosi e fratture d'anca, e sono stati associati anche ad un'elevata incidenza di diverse forme tumorali, malattie autoimmuni e cardiovascolari. Ulteriori studi accerteranno anche se la correzione dell'insufficienza di vitamina D possa migliorare i sintomi motori o non motori del morbo di Parkinson. (Arch Neurol. 2008; 65: 1348-52)

VITAMINA D


Vitamina DDove si trova la vitamina D
La vitamina D la troviamo in pesce, uova, latticini.
La vitamina D è l'unica che il nostro organismo è in grado di sintetizzare grazie all'esposizione della pelle ai raggi solari.

A cosa serve la vitamina D
• è indispensabile per l'assorbimento del calcio e quindi per la formazione delle ossa e il mantenimento in buona salute delle stesse
• presiede all'equilibrio di vari minerali nel nostro organismo
• secondo le ultime ricerche ha anche proprietà immuno stimolanti.

Cosa succede quando manca la vitamina D
• rachitismo e in genere problemi allo sviluppo scheletrico e muscolare
• carie dentarie.

 

 

 

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Arriva dallo spazio il check up del futuro
Rossani Giorgio - 14/10/2008
Fonte: Rivista Gente


Dall'esperienza degli astronauti in orbita, lo scienziato Filippo Ongaro applica le formule anti-aging contro l'invecchiamento precoce. "Con un controllo completo possiamo prevenire le malattie e vivere più a lungo"

Basta seguire elementari consigli e rimarrete giovani per sempre. Sì, avete capito bene, giovani senza vendere l'anima al Diavolo. Come? Tramite la medicina rigenerativa e anti-aging: una diagnosi medica che integra diverse discipline tra cui biologia molecolare, genetica, fisiologia, nutrizione, biochimica, endocrinologia, psicofisiologia e scienze motorie allo scopo di prevenire lo sviluppo di malattie e di rallentare il processo di invecchiamento. A praticarla è il dottor Filippo Ongaro, responsabile per otto anni della salute degli astronauti e dell'Agenzia spaziale europea, ora direttore dell'Istituto di Medicina Rigenerativa e anti-aging.

"Ho studiato l'invecchiamento accelerato degli astronauti: in orbita, in soli 6 mesi, si invecchia l'equivalente di 10 anni a terra", spiega il dottore Ongaro, "ora per mezzo di questi studi possiamo fare il check up che partono dalle previsioni di conoscenza fino all'equilibrio ormonale, allo stress ossidativo e alla capacità motoria".

Ma qual è la vera differenza con la medicina classica? "Oggi si applica una medicina reattiva, cioè si aspettano i sintomi, si fanno delle indagini e poi si inizia una terapia", spiega Ongaro. "La nascita della medicina molecolare, quindi lo studio di biochimica e genomica, ha aperto un nuovo orizzonte: quello di poter fare una diagnosi pre-patologica, cioè quando ancora si sta bene". Quindi, per capire se si è predisposti alle malattie e prevenirle basta fare un check up completo. "Possiamo identificare delle tendenze rispetto allo sviluppo delle malattie. Noi studiamo la predisposizione genetica di una persona e possiamo arrivare a dire:"Attenzione, rischi di avere il diabete". Da qui possiamo partire per correggere uno stile di vita. Questo permette di vivere di più".

Un check up che serve a leggere il futuro del nostro corpo. Ma a che età è meglio fare una visita? "Intorno ai 30 anni si hanno più garanzie di successo, ma l'età più idonea è quella tra i 45 e i 55 anni, tenendo presente che, se uno ha una malattia conclamata non ha bisogno di un trattamento anti-aging, ma di un altro medico". E si vivrà oltre i 100 anni? "Il discorso non è facile", spiega Ongaro, "la persona che ha vissuto di più per ora è una francese: 122 anni e 164 giorni. Ma non ha mai ricevuto un servizio di medicina rigenerativa anti-aging. Eppure è arrivata a quell'età. Tutto fa pensare che si andrà oltre i 120 anni se si interverrà in modo precoce". E chi vuole trovare l'elisir di giovinezza quanto dovrà spendere? "Un check up costa da 150 a 350 euro", concluede Ongaro. "La maggior parte delle persone ritorna a casa con un bel quadro e un programma personalizzato per vivere a lungo".


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Il ruolo della nutrizione nella salute dell'uomo
Ongaro Filippo - 14/10/2008

fonte: http://www.edizionisalus.it/nuovo/salute-omeopatia-vaccinazioni/articoli-documenti/medicina_preventiva

Se da un lato è evidente che l’evoluzione tecnologica dell’uomo ha portato innumerevoli vantaggi è altrettanto vero che le profonde trasformazioni dell’ambiente in cui viviamo hanno avuto un impatto molto negativo sulla nostra salute. In particolare l’introduzione dell’agricoltura ed il passaggio da una vita da nomadi e cacciatori a quella di contadini stanziali, si è tradotta in un cambiamento radicale della nutrizione con impatti devastanti sulla salute umana. Il nostro genoma ed il nostro metabolismo si adattano però in tempi estremamente lunghi e i 10.000 anni intercorsi dalla nascita dell’agricoltura ad oggi non sono stati sufficienti ad indurre adattamenti metabolici. Questo significa in parole semplici che il nostro corpo è ancora adattato ad un’alimentazione primordiale mentre da 10.000 anni a questa parte mangiamo in modo sempre più raffinato, cibi sempre più lavorati con sempre più calorie e sempre meno nutrienti.


Alcuni studi molto interessanti condotti separatamente da Cordain, Lindenberg e Ames e pubblicati su prestigiose riviste internazionali, hanno messo in evidenza in tutta la sua drammaticità l’inadeguatezza dell’alimentazione moderna e purtroppo anche dell’approccio della medicina classica al problema nutrizione. La chiave per un’alimentazione sana è la comprensione della progressiva introduzione di cibi inadeguati per la nostra fisiologia durante l’evoluzione umana, introduzione che è alla base di molte patologie moderne come testimoniato dai numerosi studi che hanno confrontato l’incidenza di malattie come gli infarti, i tumori, il diabete e l’obesità in popolazioni che hanno un’alimentazione più vicina a quella primordiale rispetto a noi occidentali. I difetti fondamentali dell’alimentazione odierna si possono riassumere in 7 punti:

1.    Eccessivo carico glicemico: l’eccessivo consumo di carboidrati raffinati (non integrali) e di zuccheri semplici è legato a molte patologie tra cui obesità, diabete, iperinsulinemia e resistenza insulinica, sindrome metabolica, ipertensione, malattie cardiovascolari, dislipidemie, sindrome dell’ovaio policistico, acne, gotta ed alcune forme di tumore (colon, seno, prostata). Il consumo annuale di zucchero nel Regno Unito è aumentato da 6.8Kg pro-capite nel 1815 a 54.5Kg nel 1970. Negli USA il consumo di zucchero nel 2000 è arrivato a 69.1Kg all’anno. Il problema non è solo l’assunzione consapevole di zucchero ma anche quella che avviene all’insaputa del consumatore. Lo zucchero è infatti aggiunto in moltissimi prodotti confezionati tra cui bibite, merendine, caramelle, condimenti e perfino nel salmone affumicato e nella senape. Eliminare il consumo di zucchero e sostituire i carboidrati raffinati con quelli integrali è un passo decisivo per migliorare la nostra salute.

2.    Errata assunzione di acidi grassi: la demonizzazione spesso eccessiva dei grassi ha comportato un ridotto consumo anche di grassi sani e uno spostamento verso cibi a basso contenuto di grassi ma con zuccheri aggiunti. Un bilanciato consumo di acidi grassi è invece essenziale per la salute umana garantita in particolare dall’assunzione di acidi grassi omega 3 con proprietà anti-infiammatorie, neuro e cardio-protettive. Molte della patologie cronico-degenerative e infiammatorie sembrano essere associate ad uno squilibrio tra omega 3 ed omega 6 con eccessiva assunzione di questi ultimi. Abbondare con il pesce e utilizzare 2 cucchiai al giorno di olio di semi di lino permettono di assicuarsi l’introito adeguato di omega 3. L’altro problema che riguarda i grassi è la massiccia introduzione nei cibi industriali di grassi idrogenati che non vengono metabolizzati dal corpo umano e hanno effetti davvero devastanti sul metabolismo.

3.    Errata distribuzione dei macronutrienti: la ridotta assunzione di verdure, legumi e proteine a discapito dei carboidrati ha variato la ripartizione dei macronutrienti. Oggi negli USA la percentuale di energia derivata dai macronutrienti è: 51.8% di carboidrati, 32.8% di grassi e 15.4% di proteine. Le raccomandazioni in genere suggeriscono di limitare l’introito di grassi al 30%, mantenere le proteine al 15% ed aumentare i carboidrati al 55-60%. Questi valori, comprese le raccomandazioni, non hanno nessun fondamento evolutivo in quanto si discostano molto dai valori osservati nelle diete primordiali nelle quali le proteine coprono il 19-35% delle calorie totali, i carboidrati solo il 22-40% e il rimanente viene fornito dai grassi con alto contenuto di omega 3. Inoltre va sottolineato che le percentuali sono meno importanti delle caratteristiche dei macronutrienti. C’è una bella differenza tra il 45% di carboidrati forniti da zuccheri semplici o da verdure e carboidrati complessi integrali.

4.    Scarso contenuto di micronutrienti: la raffinazione e produzione industriale dei cibi li rende sostanzialmente privi delle concentrazioni di micronutrienti necessarie a garantire la salute. Nella preparazione dei carboidrati raffinati per esempio vengono eliminate quasi tutte le vitamine e i minerali. Secondo molti autori tra cui Bruce Ames, nel mondo occidentale viviamo in una condizione di carenza cronica di vitamine e minerali, carenza che non è sufficiente a dare una vera e propria avitaminosi ma che incide negativamente sul nostro metabolismo e sulla funzionalità enzimatica. Questo indirettamente potrebbe essere alla base delle patologie cronico-degenerative così tristemente frequenti nei paesi sviluppati. 


5.    Scarso contenuti di fibra: ai cibi raffinati viene ovviamente tolta la fibra che però ha un ruolo importante nella fisiologia dell’apparato gastrointestinale. La fibra solubile, di cui sono ricche frutta e verdura funge da tampone per l’assorbimento di zuccheri e grassi, riduce le LDL e aumenta le HDL mentre la fibra insolubile, che si trova prevalentemente nei cereali integrali serve ad ottimizzare il transito gastrointestinale e l’alvo.

6.    Errato equilibrio acido-base: tutti i cibi dopo essere stati digeriti e metabolizzati rilasciano sostanze alcaline o acide nella circolazione sistemica. Oggi la maggior parte dei cibi alcalinizzanti o neutri (legumi, vedure, frutta, noci, semi, tuberi) sono spariti dalla nostra alimentazione per lasciare spazio a cibi acidificanti (carne, uova, latte, formaggi, sale). Questo comporta che molti di noi sono in uno stato di acidosi cronica che è incide sulla perdita di tessuto muscolare, sull’osteoporosi, sui calcoli renali, sull’ipertensione e sull’ insufficienza renale.


7.    Errato equilibrio sodio-potassio: la dieta occidentale ha un contenuto di sodio molto più elevato del contenuto di potassio. Anche in questo caso la causa è la progressiva sostituzione di cibi ricchi di potassio con cibi poveri come i carboidrati raffinati, il latte e  formaggi e ovviamente l’introduzione del sale da tavola. Complessivamente queste nuove abitudini hanno causato una riduzione del 400% del consumo di potassio e un pari aumento del sodio. Questa inversione dell’equilibrio sodio-potassio è stata correlata ad ipertensione, ictus, calcoli renali, osteoporosi, tumori gastrointestinali, asma e insonnia.

Il consumo estremo di cibi ipercalorici e iponutrienti è purtroppo molto diffuso e comporta una cronica disfunzione metabolica che coinvolge anche i mitocondri, le centrali energetiche del nostro organismo. Le carenze di micronutrienti (vitamine e minerali) causano veri e propri danni al DNA oltre che una complessi perdita di efficienza delle reazioni enzimatiche. Esiste una notevole mole di dati che indica che una carenza cronica di vitamine e minerali favorisce lo sviluppo di malattie come il cancro. La vitamina D per esempio agisce come un regolatore della proliferazione cellulare e sembra proteggere contro molte forme di tumore tra cui il cancro del seno e della prostata. La nutrigenomica, un nuovo ramo della genomica che studia gli effetti del cibo sull’espressione genica, ha messo in evidenza quanto sia errato vedere il cibo solo in termini di calorie (come viene fatto nella scienza dell’alimentazione classica). Il cibo è invece “informazione” che arriva nell’organismo e modula una serie complessa di processi anche genomici alla base della salute e della malattia.

L’inadeguatezza dell’alimentazione moderna è un dato di fatto scientificamente dimostrato. Purtroppo la maggior parte dei medici fatica a comprendere l’importanza dell’alimentazione nella salute dell’uomo (nel corso di laurea di medicina ancora oggi non si studia nemmeno 1 ora di nutrizione clinica) e a volte sembra anche che le indicazione fornite dalla classe medica siano ancora una volta filtrate delle industrie, in questo caso non quelle farmaceutiche ma quelle alimentari.

Anche se sarà necessaria ancora molta ricerca nel campo dell’alimentazione e della nutrigenomica, esiste già una solida evidenza scientifica che carenze nell’assunzione di micronutrienti possono portare a molte conseguenze deleterie tra le quali il cancro.
Sembra quindi scientificamente poco serio continuare a dare suggerimenti generici sull’alimentazione quando essa potrebbe essere il primo livello di intervento per la prevenzione e la cura di molte malattie. Non si può più oggi suggerire semplicemente una nutrizione equilibrata quando la produzione stessa del cibo lo priva delle sostanze necessarie a promuovere la salute. E’ di ieri la pubblicazione di uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità sull’obesità infantile che indica come in Italia 1 bambino su 3 tra gli 8 e i 9 anni sia sovrappeso o obeso. Questo significa che oltre 1 milione di bambini è destinato ad avere gravi problemi di salute a causa dell’alimentazione a cui sono stati esposti da genitori, scuola e spesso anche dai pediatri e medici in genere, troppe volte succubi delle incessanti pressioni pubblicitarie.

Proprio nel caso dell’alimentazione dei bambini si continuano a sentire consigli infondati e non scientifici che spingono i genitori a nutrire i propri figli con latte, yogurt, formaggio, merendine, pasta, pane, etc. ingnorando l’evidenza scientifica che indica come il latte per esempio sia un alimento nocivo per l’uomo cosi come tutti i cibi raffinati e preparati industrialmente. Questi ultimi inoltre saziano poco essendo privi di sostanze come la fibra che riempie lo stomaco e sono studiati appositamente per creare forme di dipendenza e stimolazione dei centri del piacere a livello cerebrale. In questo modo raggiungono l’obiettivo industrialmente molto utile che è quello di spingerci a mangiare sempre di più e sempre più spesso. Un esempio estremo di questa strategia commerciale sono i cosidetti cibi light, studiati appositamente per illuderci che essendo light non ingrassano e che quindi se ne possono assumere di più. Infatti l’introduzione dei cibi light (per altro ricchi di zuccheri e dolcificanti) ha coinciso con un aumento dell’obesità e con un relativo maggior consumo di quelle particolari categorie di cibo rispetto alle versioni non light.
La verità sull’alimentazione è che per garantire la nostra salute nel futuro dobbiamo impossessarci nuovamente del nostro passato. Gli animali selvatici mangiano con lo stomaco e il sistema gastrointestinale. Non ingrassano, mangiano quel che basta per sfamarsi e rimangono attivi ed autonomi fino a pochissimo prima della loro morte. L’uomo moderno putroppo mangia con il cervello ed i centri del piacere, non sazia il suo corpo ma i suoi desideri e ne paga le conseguenza in termini di malattie degenerative. Gli approcci più moderni ed innovativi all’alimentazione, come la nutrigenomica, sono sviluppi preziosi per la comprensione molecolare degli effetti della nutrizione sul corpo umano.



Il Dott. Filippo Ongaro è stato per anni medico degli astronauti presso l’Agenzia Spaziale Europea ed ha lavorato alla NASA e all’Agenzia Spaziale Russa. Oggi è Direttore Scientifico dell’Istituto di Medicina Rigenerativa e Anti-Aging di Treviso e collabora con enti di ricerca tra cui l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa e l’Institute for Biomedical problems di Mosca.

 

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Un cioccolatino per spegnere l'infiammazione

 Uno studio condotto presso i Laboratori di Ricerca dell'Università Cattolica di Campobasso, in collaborazione con l'Istituto dei Tumori di Milano ha verificato che il consumo di 6,7 grammi di cioccolato nero al giorno offre un effetto protettivo dalle malattie cardiovascolari. Il Progetto Moli-sani ha coinvolto finora oltre 20.000 abitanti del Molise per studiare i meccanismi dell'infiammazione monitorando i livelli ematici di proteina C reattiva e il consumo di cioccolato. Su circa 11.000 soggetti, ne sono stati identificati 4.849, in buona salute e senza fattori di rischio cardiovascolare, di questi, 1.317 non mangiavano cioccolato, mentre 824 ne consumavano regolarmente, ma solo la varietà fondente. "Siamo partiti dall'ipotesi - spiega Romina di Giuseppe, autrice della ricerca - che l'elevato contenuto di antiossidanti dei semi di cacao, in particolare flavonoidi e altri polifenoli, potesse avere un effetto positivo sullo stato infiammatorio". E in effetti le persone che mangiano abitualmente cioccolato fondente in quantità moderata presentavano valori di proteina C reattiva significativamente più bassi: una riduzione media del 17%. Il migliore effetto riscontrato si otteneva con una media di 6,7 grammi di cioccolato al giorno, oltre questi quantitativi l'effetto protettivo tende a perdersi.

J Nutr. 2008 Oct;138(10):1939-45

 

 

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Dieta rilassante per ricominciare

Il rientro dalle vacanze può provocare una condizione di stress da ripresa delle attività che si combatte con un'alimentazione "rilassante".

E' quanto afferma la Coldiretti ricordando che la melatonina delle uve rosse potrebbe aiutare a regolare i ritmi circadiani negli esseri umani, proprio come fa l'ormone prodotto fisiologicamente dalla pineale. Le proprietà rilassante dell'uva è in realtà - sottolinea la Coldiretti - solo una delle prove scientifiche che avvalora risultati noti nella tradizione popolare sulle proprietà "tranquillizzanti" della frutta che secondo recenti studi contiene sostanze che hanno la stessa azione del diazepam, uno dei principi attivi della ben nota classe delle benzodiazepine che costituiscono gli ansiolitici più vecchi e famosi ancora oggi molto utilizzati. Il diazepam si troverebbe soprattutto nelle mele, nella quantità di 10-20 nanogrammi per grammo. E' da ricordare che, in linea generale, il consumo di alimenti contenenti zuccheri semplici, come la frutta dolce, aumenta la produzione di serotonina endogena e quindi di paripasso dovrebbe crescere il buon umore e il rilassamento. Dalle pesche alle mele, dall'uva al melone, dalle pere alle zucchine, ma anche il pomodoro, i peperoni e le insalate sono - sottolinea la Coldiretti - naturalmente ricchi di proprietà "benefiche" che possono alleggerire lo stress provocato dalla ripresa, spesso troppo repentina, dei ritmi di vita quotidiani.

fonte:

Coldiretti online

 

 

 

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STOCCOLMA (Reuters) - Gli Stati Uniti e altri paesi industrializzati buttano ogni anno circa un terzo del loro cibo, secondo un rapporto pubblicato ieri.

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Il rapporto, redatto dalla Fao in collaborazione con l'Istituto internazionale per la gestione delle acque e l'Istituto internazionale di Stoccolma per le acque, ha lanciato un appello per dimezzare entro il 2025 la quantità di cibo che viene sprecata ogni anno.

Considerata la quantità di acqua necessaria per produrre cereali e altri alimenti, gli studiosi sottolineano come la riduzione degli sprechi porterebbe ad avere una maggiore disponibilità di acqua per uso domestico e agricolo.

"Si produce cibo a sufficienza per mantenere in buono stato di salute l'intera popolazione mondiale", si legge nel rapporto diffuso durante una conferenza annuale sull'acqua che si svolge a Stoccolma.

Gli autori hanno calcolato che, ogni anno, negli Stati Uniti si butta fino al 30% del cibo prodotto, per un valore di 48,3 miliardi di dollari.

"E' come lasciare il rubinetto aperto buttando via circa 40.000 miliardi di litri, ovvero una quantità d'acqua sufficiente a soddisfare i bisogni domestici di 500 milioni di persone", sottolinea il rapporto.

Lo studio non fornisce una graduatoria dei paesi che sprecano più cibo, ma specifica che livelli simili a quelli statunitensi si verificano annualmente anche in Europa.

Il rapporto cita un altro studio che dimostra come in Gran Bretagna, ad esempio, un terzo degli alimenti prodotti sono scartati, e una buona parte di questi è gettata senza neanche essere toccata, con l'involucro ancora intatto.

In Svezia, secondo il rapporto, la percentuale di spreco è leggermente più bassa ma un quarto del cibo comprato viene ancora regolarmente gettato dalle famiglie.

Oltre che per produrre cibo, lo studio della Fao sottolinea come le riserve idriche siano poste sotto pressione dalla necessità di sostenere la crescente domanda di biocarburanti, di carne e, più in generale, dalla crescita della popolazione mondiale.

Queste tendenze, avverte lo studio, rischiano di scatenare delle emergenze in molte zone del mondo, soprattutto nell'Africa sub-sahariana e nell'Asia meridionale.

"A meno di non modificare il modi in cui viviamo, nel futuro la disponibilità d'acqua diventerà uno degli ostacoli principali per la produzione di cibo", ha detto Pasquale Steduto, un esperto che lavora per la Fao.


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