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La nube radioattiva di Fukushima è in arrivo in Italia, e vi sarà una ridda di allarmi e di smentite istituzionali tranquillizzanti di fronte alle quali la gente sarà terribilmente disorientata. Se da un lato bisogna evitare gli allarmismi, è tuttavia necessario fornire qualche informazione chiara. Sembra certo che almeno per il momento i livelli di radioattività che si registreranno in Italia non destino preoccupazione per la salute, rimanendo circa tre ordini di grandezza inferiori a quelli registrati per la nube di Chernobyl nel 1986, poco al di sotto del fondo naturale di radioattività. Non è il caso quindi di diffondere allarme né, per ora, ricorrere alla somministrazione di ioduro di potassio per via orale, che può limitare l'assorbimento di iodio nella tiroide, tenendo conto che si tratta sempre di un farmaco.
Bisogna tenere conto che la situazione a Fukushima è in continua evoluzione, perché non è affatto sotto controllo alla sua origine, malgrado i comunicati rassicuranti, ma anche molto confusi. Occorre insistere: nella centrale giapponese sono avvenute, e in corso, le fusioni parziali dei noccioli di tre reattori, allarmanti perdite d'acqua nelle piscine di decontaminazione del combustibile esausto dei reattori n. 3 e 4, mentre sono state registrate pochi giorni fa due esplosioni di idrogeno.
Pur evitando dunque allarmismi, è opportuna qualche considerazione generale sui rischi delle radiazioni. Innanzi tutto deve essere criticato il riferimento alla sola dose totale di radiazioni ionizzanti a cui è sottoposta la popolazione. Ben più rilevante è la considerazione di quantità, anche piccole, di isotopi radioattivi, come lo iodio-131 e 132 e il cesio-134 e 137, il cui monitoraggio nell'aria e negli alimenti è fondamentale per valutare le possibili implicazioni sanitarie: l'esposizione interna all'organismo, per ingestione di radioisotopi specifici che si depositano in particolari organi, è molto più dannosa dell'esposizione esterna alla radioattività ambientale. Inoltre non ci si può riferire solo all'eventuale concentrazione in specifici alimenti, ma occorre addizionare le dosi assorbite da tutti i vettori. Le considerazioni rassicuranti degli «esperti» sulla mancanza di effetti dannosi di livelli di radioattività inferiori al fondo naturale devono comunque essere rifiutate in base ai risultati delle ricerche più avanzate in campo biomedico. Queste ricerche provano che l'esposizione continuata a piccole dosi di radiazioni ionizzanti, soprattutto l'esposizione interna all'organismo per l'ingestione o l'ingresso di radioisotopi nella catena alimentare, producono danni biologici gravi nel feto ancora nel grembo materno, capaci addirittura di trasmettersi alle generazioni successive (effetti transgenerazionali). Contro il dogma biomedico ufficiale, che fa riferimento meccanicamente ai soli danni genetici diretti, si sta affermando un nuovo paradigma epigenetico, che tiene conto dell'estrema complessità e interrelazione dei processi biologici: non meno importanti dei geni sono infatti i meccanismi complessi, e ancora non chiariti, della loro regolazione, che ne determinano le modalità di espressione, e sono a loro volta condizionati dall'intero ambiente intra- e inter-cellulare. Tanto che gli effetti delle radiazioni si manifestano anche in cellule che non sono state colpite direttamente (effetto bystander, «spettatore»). Gli effetti nocivi delle radiazioni sono comunque da moltiplicare nel caso dei bambini, per i quali i limiti ammissibili devono venire abbassati di un fattore 10: basta che un bambino ingerisca 5.000 Bequerel (corrispondenti a 5.000 decadimenti radioattivi al secondo) di iodio radioattivo perché egli riceva una dose di 1 milliSievert (mSv), che è la dose massima ufficialmente ammissibile in un anno, mentre per un adulto è necessaria una dose 8 volte superiore.

***Angelo Baracca (professore di fisica presso l'Università di Firenze), Alfredo Bertocchi (ingegnere nucleare dell'Enea), Ernesto Burgio (coordinatore del Comitato scientifico Isde-Italia, International Society of Doctors for the Environment)

Fonte articolo: http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/03/articolo/4356/


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