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Tratto da  "Caterina e gli altri: le storie dei 'risvegli miracolosi'

di Luca Marcolivio"

Prima di parlare di coma irreversibile o di stato vegetativo permanente, contate fino a dieci, prego. Sono sempre più numerosi in tutto il mondo i casi medico-clinici che stanno portando acqua al mulino dei pro-life.

È l'evidenza scientifica dei fatti a confutare totalmente fautori dell'eutanasia: la grande maggioranza dei pazienti caduti in coma o in stato vegetativo persistente, mantengono la coscienza di ciò che succede intorno a loro. Ed è molto più frequente la casistica di coloro che vogliono lottare per sopravvivere rispetto a coloro i quali sceglierebbero la morte.

Particolare clamore ha suscitato la vicenda di Richard Rudd, un inglese di 43 anni, rimasto completamente paralizzato lo scorso 23 ottobre, a seguito di un incidente motociclistico. I parenti dell'uomo, ricoverato presso l'ospedale Addenbrooke di Cambridge, avevano autorizzato la sospensione della respirazione artificiale, rifacendosi ad una presunta volontà dello stesso Rudd che, molti anni, prima avrebbe dichiarato di non voler vivere attaccato ad un respiratore artificiale o a qualunque altra macchina. Eppure, alla domanda se desiderasse rimanere in vita o meno, l'uomo aveva mosso i suoi globi oculari verso sinistra, a conferma della propria volontà di vivere. Una vicenda per molti versi analoga a quella di Eluana Englaro: con la differenza che, per sua fortuna, Richard Rudd è ancora vivo.

Ricostruire la volontà presunta del paziente, ancora una volta si conferma un'operazione rischiosa e quasi sempre fallimentare: le intenzioni astratte di una persona in salute, assai difficilmente potranno coincidere con quanto desiderato dalla stessa nel momento della malattia grave o del coma. Il concetto è stato ribadito dal relatore del progetto di legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT), sen. Raffaele Calabrò, che ha indicato il caso Rudd come una “conferma della scelta del Senato” di rendere non vincolanti le dichiarazioni sul fine vita.

In Italia è noto a molti il dramma di Caterina Socci, figlia del giornalista Antonio Socci. La ragazza era caduta in coma lo scorso 12 settembre, all'età di 24 anni, a seguito di un arresto cardiaco. La vicenda ha suscitato forte commozione ed ha avuto vasta eco sui media italiani, specie cattolici, trattandosi della figlia di un noto intellettuale ed uomo di fede. Dallo scorso settembre ogni settimana sono state migliaia le veglie di preghiera e i rosari pronunciati per la giovane Socci. Suo padre ne ha dato ampia testimonianza sul suo blog personale antoniosocci.it.
Ciò che davvero stupisce, tuttavia, al di là della credenza o meno nei miracoli, è la sorprendente evoluzione del quadro clinico di questa paziente. Dopo un iniziale miglioramento, il 13 ottobre Caterina va incontro alla più grave delle sue ricadute: si teme seriamente per la sua vita ma la forte tempra della ragazza ha la meglio. Il 3 gennaio, per la prima volta dopo quasi quattro mesi, Caterina emette un primo flebile suono vocale. Quattro giorni dopo, mentre la madre le sta leggendo Il giovane Holden di Salinger, Caterina scoppia in una miracolosa risata. Nel suo libro testimonianza, Caterina, diario di un padre nella tempesta (Rizzoli, 2010) Antonio Socci scrive: “Caterina si è svegliata dal coma ed ora è cosciente e presente. In barba anche a quanto previsto da certi neurologi… Certo la situazione è ancora drammatica, Cate ha un lunghissimo e faticoso lavoro di riabilitazione e recupero da affrontare. Ma noi speriamo e crediamo che la madre di Dio, dopo aver iniziato questo miracolo, porti a compimento l’opera”.

Ancora più incredibile la disavventura capitata in Belgio a Rom Houben , che lo scorso novembre, dopo ben 26 anni di coma, ha digitato alcune parole al computer in cui manifestava la propria voglia di vivere e “godermi la vita ora che tutti sanno che non sono morto”. Il caso Houben è più controverso degli altri: alcuni neurologi hanno giudicato il paziente chiuso nel suo mondo ed incapace di comunicare, secondo altri conserva un livello di coscienza da non sottovalutare.
C'è poi il caso dell'americano Terry Wallis che nel 2003, dopo 19 anni, ha ritrovato la parola, pronunciando, come un bimbo il vocabolo “mamma”. Quest'ultimo, come molti altri casi analoghi, andrebbe inquadrato come “stato minimo di coscienza”, ovvero un mantenimento totale o parziale dell'integrità della corteccia cerebrale ma non tale da consentire l'espressione di alcuna funzione in quanto sono interrotte le connessioni con i centri nervosi sottostanti.

Dare una valutazione univoca per ognuno di questi casi è alquanto arduo. Un dato però è certo: la crescita dei dubbi in questo delicatissimo settore della scienza neurologica, non fa che pendere la bilancia verso il favor vitae. Parimenti si può dire dinnanzi all'acquisizione di nuove certezze. Comunque la si voglia mettere sembrano proprio essere la scienza ed il suo progresso a fare da bussola nelle scelte etiche riguardanti la vita. Tutto ciò con buona pace di quanti, filosofi e scienziati, da più di duecento anni, vanno predicando l'autonomia della conoscenza dalla morale.

Leggi anche: Roberta Mercuri, Caterina che è risorta con una risata, su Il Foglio, 20 luglio 2010

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