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La scomparsa delle api

Un'ape impollina il fiore Bologna, 23 aprile 2008 -Le api stanno morendo in massa, vittime di un mondo sempre più avvelenato. Decine di migliaia di alveari, nell´Italia nord occidentale, si sono svuotati fra la fine marzo e l´inizio aprile. Gli apicoltori attribuiscono la responsabilità ai pesticidi con cui viene trattato il mais prima della semina. Le api sono particolarmente sensibili all´inquinamento, tanto da essere ritenute degli “indicatori biologici”: non sono come le zanzare, che sopportano pressoché tutto.

Si calcola che un terzo dei raccolti sia direttamente legato all´azione impollinatrice delle api. Una frase famosa attribuita ad Albert Einstein recita: “Se le api scomparissero dalla faccia della terra, all´uomo resterebbero solo quattro anni di vita”. Che l’abbia o meno pronunciata il grande scienziato, la sostanza non cambia: un´agricoltura senza api - un mondo senza api - sarebbe impossibile. Non è il ballo soltanto la produzione del miele. Ogni alveare garantisce l´impollinazione su quasi 3.000 ettari. Oltre a moltissime specie vegetali spontanee, un gran numero di colture dipende largamente o esclusivamente dalle api per l´impollinazione: albicocco, mandorlo, ciliegio, fragola, pesco, pero, prugna, zucchina, melone, anguria, kiwi, girasole, colza... Significa che, senza le api, tutti questi raccolti sarebbero scarsi o nulli.

Di cosa muoiono le api? Gli apicoltori attribuiscono direttamente ai pesticidi le morìe di massa e improvvise delle settimane scorse. In concomitanza con la semina del mais, che da qualche anno a questa parte è conciato con pesticidi neurotossici, le arnie si spopolano completamente delle api “bottinatrici”, cioè di quelle che vanno a fare provviste di cibo nei campi. Si salvano le larve e gli adulti più giovano che “lavorano” esclusivamente all´interno dell´alveare.

Però le api muoiono lungo tutto l´arco dell´anno. Il punto di svolta, almeno in Italia, è stato il 2000. Fino ad allora in un anno ne andava perduto il 3-10%, quasi esclusivamente in inverno. Ora ogni anno gli apicoltori devono ricostituire il 40-50% delle colonie, e le morìe sono spalmate durante tutto l´arco dell´anno.

A parte gli episodi, diciamo, acuti - le decine di migliaia di alveari svuotati all´inizio della primavera - le api muoiono soprattutto di varroa, cioè per gli attacchi di un acaro parassita. La varroa però esiste da sempre, e solo da pochi anni le api soccombono così facilmente ai suoi attacchi. Non solo: proprio per far fronte alle morìe, gli apicoltori sono diventati molto attenti e preparati. Prestano alle api cure ed attenzioni costanti, assolutamente impensabili solo pochi anni fa. Ma non serve.

Notizie allarmanti a proposito di morìe di api vengono un po´ da tutto il mondo. Negli Stati Uniti il fenomeno è particolarmente evidente e ha caratteristiche molto peculiari, al momento inspiegabili. Per definirlo, gli studiosi hanno coniato addirittura un nuovo nome: Ccd, Colony collapse disorder. A seconda delle zone, il Ccd ha letteralmente azzerato fra il 30 ed il 90% degli alveari. Si tratta di questo: all´improvviso gli apicoltori trovano le arnie completamente vuote e spopolate. Non si vede una sola ape morta intorno: non si sa dove siano andati a finire gli animali, regina compresa. Le provviste restano intatte: il miele è perfettamente “normale”, tanto che è giudicato anche adatto al consumo umano. E non solo. Le arnie abbandonate dovrebbero immediatamente essere saccheggiate da vari insetti opportunisti. Quelle colpite dal Ccd no: non vengono proprio toccate, come se gli altri esseri viventi le rigettassero per motivi che nessuno ancora è riuscito a capire.

In Italia, e più in generale in Europa, il Ccd pare non sia ancora arrivato. Però le api muoiono lo stesso. Ed è lecito pensare che nello stesso modo, e anzi con un ritmo ancora maggiore, scompaiano altri insetti impollinatori che non vengono accuditi ed allevati dall´uomo, come ad esempio le api selvatiche. Gli studi in proposito sono scarsi, ma si stima che,rispetto al 1980, sia sparito il 52% delle api selvatiche che popolavano la Gran Bretagna, ed il 67% di quelle dei Paesi Bassi.

Impollinazione Le cause? Molteplici, anche se gli imputati sono sempre gli stessi: l´uomo e l´inquinamento. I cambiamenti climatici legati alle attività umane hanno modificato la stagione delle fioriture, le monocolture e i diserbanti hanno “appiattito” il paesaggio rurale e la gamma dei fiori a disposizione. E poi, soprattutto, le campagne sono piene di veleni. In particolare l´Italia, pur avendo una superficie agraria ridotta rispetto ad altri Paesi europei, è al primo posto nell´Unione Europea per il consumo di pesticidi. Ne sparge in un anno ben 7.070 tonnellate, pari al 33% di quelle usate nell´intera Europa dei 25.

L´inquinamento può colpire le api con effetti subdoli. Secondo uno studio della Virginia University, Stati Uniti, coordinato dal ricercatore Jose Fuentes, le sostanze chimiche sparse nell´ambiente attenuano il profumo dei fiori. Le api e gli altri insetti impollinatori non li trovano più, non riescono a “bottinare” e a procurare il cibo. Nelle aree a più elevato inquinamento è distrutto il 90 per cento dell´aroma dei fiori. Sino a 100 anni fa, quando gli ambienti naturali erano meno inquinati, le molecole di profumo rilasciate dai fiori venivano avvertite dalle api ad una distanza di 1.200 metri. Ora la distanza è di 200-300 metri perché le molecole del profumo, portate dal vento, sono alterate dallo "smog fotochimico". L´odore dei fiori diventa irriconoscibile, le api girano a vuoto: non riescono a portare avanti la loro opera di impollinazione né a procurarsi alimenti.

Ma fra tutti i pesticidi la minaccia più grave per le api, hanno concluso gli apicoltori, sono i neonicotinoidi, che colpiscono il sistema nervoso. La prima gravissima morìa di api in concomitanza con la semina del mais conciato con neonicotinoidi si è verificata nella primavera 2007. Dal Friuli al Piemonte, con epicentro in Lombardia e in provincia di Piacenza, circa 20 mila alveari sono stati colpiti da quella che gli apicoltori chiamano “una sindrome chimica”. Alveari al massimo del loro sviluppo primaverile, con anche più di 50.000 insetti, improvvisamente ridotti ad un ammasso di favi pieni di larve e di api neonate: ma nessuna traccia più delle “bottinatrici”, le api più anziane che vanno a far provvista nei campi.

E quest´anno? Le cose, pare, vanno ancora peggio. L´Unaapi, Unione nazionale associazioni apicoltori italiani, ha pubblicato su internet all´inizio di aprile il “bollettino delle morìe” compilato in base alle segnalazioni dei soci. La quasi totalità delle morìe, si legge, si è manifestata in stretta ed evidente connessione con l´uso di sementi di mais conciate con neonicotinoidi e distribuite con seminatrici pneumatiche.

All´Unaapi sono stati segnalati dai soci 6.740 alveari spopolati di “bottinatrici”. L´associazione stima che soltanto una morìa su dieci le sia stata segnalata, e calcola prudenzialmente almeno 40.000 alveari svuotati di “bottinatrici”, tutti nell´Italia nord occidentale. La maggioranza dei casi si è verificata in Lombardia (soprattutto le province di Brescia e Mantova); a seguire il Piemonte, dove sono state particolarmente colpite le zone di Alessandria e Cuneo. In Emilia-Romagna, segnalazioni sono giunte all´Unaapi soltanto dalla provincia di Piacenza: Fiorenzuola d´Arda, per la precisione. Ma il censimento degli “apicidi”, per usare la definizione dell´Unaapi, è fermo ai primi di aprile. È lecito aspettarsi aggiornamenti - se l´ipotesi dell´associazione è esatta - man mano che la semina del granoturco conciato procede anche resto dell´Italia settentrionale.

I neonicotinoidi sono sostanze sistemiche, si diffondono cioè nell´intera pianta, fiori compresi. La concia del seme, infatti, evita buona parte dei trattamenti successivi, e tiene lontani gli insetti nocivi che si nutrono di foglie o di radici fino a uno stadio avanzato dello sviluppo delle piante. L´Università di Udine ha stabilito che dalle seminatrici pneumatiche si verifica una fuoriuscita di sostanza attiva, che si disperde nell´ambiente e si deposita sui fiori. Pertanto le api possono entrare in contatto con l´insetticida durante la raccolta di nettare, polline e acqua. A dosi infinitesimali, secondo gli apicoltori i neonicotinoidi non uccidono le api, ma sono in grado di provocare turbe del comportamento. In pratica fanno perdere l´orientamento, rendendo impossibile agli insetti tornare all´alveare. Inoltre, dicono sempre gli apicoltori, i residui sono persistenti nell´ambiente, e queste sostanze sono particolarmente tossiche per le api.

Gli apicoltori da tempo vorrebbero che, come già è avvenuto in Francia, anche in Italia siano sospesi o sottoposti a vigilanza speciale i preparati a base di neonicotinoidi per la concia delle sementi. Proprio negli scorsi giorni hanno nuovamente presentato la richiesta di sospensione cautelativa dei neonicotinoidi ai ministeri per la Salute e le Politiche agricole attraverso la Regione Piemonte. Per una campagna con meno pesticidi è possibile firmare la petizione on line “Liberi dai veleni” promossa da Apitalia insieme ad altre associazioni ambientaliste.

Fonte: www.ermesambiente.it



Links utili
L'apicoltura in Emilia Romagna - Ermes Ambiente
Le api non trovano più i fiori a causa dell'inquinamento
Il dossier dell'Unaapi sui pesticidi neonicotinoidi e la moria primaverile 2007
I dati raccolti dall'Unaapi sui pesticidi neonicotinoidi e sulle morie nella primavera 2008
La petizione “Liberi dai veleni” promossa da Apitalia e da associazioni ambientaliste
Colony collapse disorder, la misteriosa malattia che colpisce le api americane (in inglese)
Le seminatrici pneumatiche e la semina del mais conciato


Documenti scaricabili
Ascolta l'intervista a Vincenzo Di Salvo (funzionario Servizio Produzioni Animali della direzione generale Agricoltura della Regione) (mp3, 1538 kB)

 

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